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Lo spezzatino delle province

di Salvatore Di Cicco

Lo spezzatino delle province

- 36-50-86. Cosa dite: proviamo a giocare questo terno al lotto? Ma cosa sono, direte voi, questi numeri. Semplice. Sono i numeri legati alla riduzione delle Province. Ce n’erano 86 e scenderanno a 50, per cui ce ne saranno 36 in meno. Se poi vogliamo esagerare potremmo puntare addirittura sulla quaterna aggiungendo il numero 10, che indica quelle che sono (o dovrebbero essere) le altre province da cancellare all’interno delle regioni a statuto speciale.
Insomma, una marcia indietro, che però nelle intenzioni dovrebbe essere una marcia in avanti, prima di tutto sul piano delle riforme. Senza considerare il rischio di tornare davvero molto indietro nel tempo (e parliamo di Medioevo o giù di lì), all’Italia dei Comuni, divisa nel profondo e lontana da un barlume di unità nazionale. Del resto, non sono bastati Cavour e Mazzini a dare un volto univoco ad un paese che già nella sua geografia denuncia scarsa propensione alla condivisione di gioie e dolori.
Si tratta di un’operazione che viene dall’alto, da un Governo “tecnico”, l’unico in grado di usare il bisturi in grado di incidere alcune metastasi che minano dall’interno l’amministrazione della cosa pubblica. Sarà un’operazione anche dolorosa ma è certo solo così si poteva cominciare a risolvere alcuni dei problemi che ci attanagliano da tempo. Lo “spezzatino” delle Province era diventato ormai solo una occasione per imporre il proprio “particulare”.
Ora, al di là delle irrinunciabili esigenze contabili dello stato, l’idea di accorpare territori che a lungo hanno rivendicato presunti predomini sui vicini (basterebbe citare Pisa e Livorno su tutti) potrà servire a rivedere il giudizio reciproco per rendersi conto che non ci sono pregi solo da una parte (la propria) e difetti nell’altra. Conoscere e riconoscere valori che sono di tutti aiuta a migliorare e a crescere sul piano culturale, oltre che su quello economico.
La questione più importante, dunque, non è soltanto di carattere economico. Risparmiare, infatti, non vuol dire solo poter disporre di maggiori risorse ma significa anche cercare alternative alle modalità di operare nel settore pubblico in vista di un vantaggio generalizzato alla comunità.
Siamo quindi di fronte ad una “rivoluzione” che pur partendo da una necessità organizzativa della macchina dello stato, inciderà non poco sul processo di unificazione del paese, frenato da sciocche rivalità localistiche e soprattutto dalla convinzione della sostanziale inutilità di tale processo. E invece si tratta di un percorso obbligato se si vuole perseguire anche un obbiettivo di natura economica. L’unione e la coesione di un popolo (sia a livello locale che nazionale) non possono prescindere da questo convinzione e sono anzi la base di un progresso culturale e sociale degno di un paese come il nostro.
La storia insegna che dove c’era divisione e rivalità non si è andati lontano. La vittoria in battaglia non è la vittoria della guerra e qui se di guerra parliamo ci riferiamo a quella che va combattuta contro l’arretramento culturale, prima che economico. Una guerra che deve coinvolgere ognuno di noi perché la guerra non si vince da soli ma tutti insieme.
Salvatore Di Cicco

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