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Ultimo aggiornamento: Martedì 18 Dicembre - ore 21.25

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La povertà mi fa male

di Salvatore Di Cicco

La povertà mi fa male

- La crisi globale ha fatto crescere la povertà nel mondo. Quella che un tempo immaginavamo come qualcosa che non ci riguardava, qualcosa che quasi sempre aveva il colore scuro della gente africana, oggi è tra noi in misura sempre più evidente. Non solo tra i ceti più bassi, già ai confini della povertà, ma anche all’interno di quello che viene definito ceto medio.
Questo non si presenta come un grido d’allarme solo di una certa categoria sociale ma sembra porre le premesse di un futuro poco allegro e anzi molto difficile per tanti.
La disoccupazione che avanza a livello globale trova spiazzati studiosi ed economisti che avevano fatto previsioni d’altro tipo, dimenticando che al di là delle leggi sociali ed economiche si innesta tra gli umani quel fattore-vita che si riscontra nel mondo animale quando le condizioni di vita diventano difficili, per non dire insostenibili.
Ecco allora montare la protesta giovanile e non solo per tante situazioni vicine al punto di rottura. E coloro che dovrebbero dare delle risposte almeno accettabili, cioè i politici, sembrano più di tutti in balia dell’incertezza, non avendo a disposizione gli strumenti giusti per far fronte all’emergenza. Emergenza che un tempo segnava la storia di questo o quel paese (soprattutto nel terzo e quarto mondo) e che ora sembra una costante del ricco Occidente.
Una situazione tutt’altro che allegra, quindi, che proprio per questo ci spinge a riflettere su quel benessere acquisito come condizione sensa fine ed oggi messo in pericolo dalle nostre stesse conquiste tecnologiche.
La società industriale non sembra essere stata sostituita da una società post-industriale in grado di mantenere gli equilibri preesistenti tra occupati e disoccupati. La forbice tra ricchi e poveri, a livello globale (ma anche nazionale) continua ad allargarsi, creando sacche di povertà sempre più ampie, mentre la ricchezza tende a concentrarsi sempre più in poche mani.
Se in Italia il dieci per cento della popolazione detiene la maggior parte del reddito nazionale (dati Banca d’Italia) qualcosa vorrà pur dire. Ma non sono dati dell’ultim’ora ma cifre che si conoscevano già da tempo. Dove sono finite, allora, le tante promesse, a destra e a manca, di dare una svolta ai processi politici con l’obiettivo di ridurre le distanze tra i ceti sociali?
Sarà perciò sempre più difficile rispondere alle domande che una fetta sempre maggiore di popolazione rivolgono a chi li governa e si ostina a chiedere un voto per risolvere i problemi irrisolti di sempre. Una situazione che rischia di incancrenirsi e di arrivare a un punto di non ritorno. Un punto che potrebbe voler dire tempi duri per chi ha finto di ascoltare quelle domande e nel concreto a continuato a fare i fatti propri.
Sono riflessioni, queste che non nascono da discorsi banali e semplicistici bensì da un’analisi oggettiva della situazione. Non vorremmo che tanta sordità avesse come conseguenza un rumore assordante: quello della violenza.

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