La debolezza dell'abitudine
di Salvatore Di Cicco
- Un tempo, quando la comunicazione non era ancora diventata quel bailamme di notizie che si affollano sul nostro palcoscenico quotidiano, ci si scandalizzava, e a ragione, per qualsiasi evento che toccava le coscienze e che, in qualche modo, coinvolgevano comunità intere.
Oggi eventi di quel genere capitano sempre più spesso eppure si ha l’impressione che la meraviglia iniziale non lasci poi il posto alla riflessione e tanto meno a quel sentimento di repulsione e di condanna che metterebbe chiunque nella necessità di sparire dalla circolazione. Basta leggere le cronache quotidiane che parlano di politici eletti (o rieletti) nonostante sospetti (e non solo) sulla loro “fedina morale”, per capire che in quel settore della vita pubblica le leggi valgono, quando valgono, solo per coloro che non hanno santi in paradiso e sono costretti a tribolare per tirare avanti e contribuendo magari a sostenere quei poveri rappresentanti del popolo che giurano e spergiurano di agire sempre e comunque in nome di quel popolo che, giustamente, definiscono “sovrano”.
Ma non è solo il campo della politica (che comunque rimane il punto di raccordo di tutte le sconcezze umane) quello dove sembra sconosciuto il senso della vergogna.
Basta ricordare i vari scandali venuti a galla nel mondo dello sport o in quello della finanza, in quello dello spettacolo come in quello della cronaca pura e semplice. Dai casi di pedofilia (mondo ecclesiastico in testa) a quelli di corruzione e simili per rendersi conto che siamo circondati da personaggi tutt’altro che esemplari.
Il mondo di oggi non è migliore o peggiore di quello di ieri ma in una cosa è molto diversa:?nel grado zero di vergogna per gli errori compiuti e nell’incapacità di rinunciare ai privilegi. Ci ritroviamo così di fronte allo spettacolo miserando di personaggi che dopo aver dominato le cronache per storie vomitevoli hanno la faccia tosta di ripresentarsi sul palcoscenico della vita sociale come se fossero di ritorno da un’ia nfluenzdi poco conto.
Ma di fronte a questo paesaggio desolante quello che più colpisce è il grado di assuefazione a cui sono giunti gli spettatori, cioè noi tutti, incapaci di indignarsi, o quanto meno di trovare il modo migliore di indignarsi, nonostante i mezzi di comunicazione (come internet, per esempio).
Fortunatamente, qualche segnale comincia ad illuminare il generale buio delle menti. Dalle piccole-grandi rivoluzioni nei paesi del nord-Africa alle proteste dei giovani a Madrid, qualcosa ci dice che forse siamo giunti a un punto di non ritorno. I?falsi miraggi del consumismo hanno finalmente fatto il loro tempo e le nuove generazioni sembrano aver capito che altri e più profondi sono i valori per cui battersi.
Come spesso capita, ancora una volta si dimostra che sono proprio loro, i giovani, i veri innovatori. E anche dal punto di vista morale possono darci lezioni. Le generazioni più anziane, un tempo fonti di saggezza, non danno certo il buon esempio. Non tutti, ovviamente. Per questo la cosa più saggia sarebbe quella di liberarci di certa rumenta.
Sabato 4 giugno 2011 alle 10:10:36
SALVATORE DI CICCO
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