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Il sabato del Miraggio-La montagna incantata

. Era la prima volta. La montagna, la mia montagna, la vedevo per la prima volta da vicino. Non solo. La vedevo e la toccavo. Ci camminavo sopra. Ci correvo sopra. Il verde del prato si confondeva col verde degli abeti ed io accarezzavo con gli occhi quella montagna che vedevo da lontano, da casa mia, ma che per la prima volta conoscevo da vicino.
Fu un’emozione grande, come quella di un ragazzo che davanti alla ragazza che ama scopre di non avere le parole per esprimere il suo amore. Ed io ragazzo ero, convinto, come tutti i ragazzi della mia età, che avrei potuto scalare le montagne con la sola forza della volontà e con la stessa passione che mettevo nelle cose che mi piacevano.
Quel giorno, dunque, ero davanti alla mia montagna e all’inizio la scalata sembrava facile come una passeggiata o una partita di pallone. Il passo leggero, il respiro regolare, la voce sicura: tutto lasciava prevedere che la vetta sarebbe stata raggiunta con facilità. Non solo da me ma anche dagli altri compagni di salita.
La fatica forse c’era ma non si avvertiva. I pensieri erano concentrati sul punto d’appoggio migliore per i piedi solidi ma sempre a rischio distorsione. Lo sguardo non andava oltre il compagno più vicino e il viottolo che seguivamo come un binario, convinti di arrivare prima o poi alla meta prefissata. Il vociare del gruppo faceva da sottofondo allo sforzo di tutti ed aiutava a distrarsi dalla fatica che volenti o nolenti s’andava accumulando nei muscoli.
A un certo punto, però, mi fermai un momento per guardare in alto: volevo rendermi conto della distanza che ancora mancava alla vetta, anche se non sapevo affatto dove la vetta si trovava.
Guardai, dunque, e la cima non mi sembrava lontana. Reputai anzi che di lì a poco saremmo arrivati. Non ero più stanco degli altri e, dopo aver memorizzato un punto di riferimento, ripresi la marcia con rinnovata lena.
Non passò molto tempo e quando arrivammo al punto che nella mia mente avevo battezzato come la vetta da raggiungere la delusione fu grande. Da lì, infatti, dopo un breve tratto in pianura, il viottolo riprendeva a salire verso un’altra (immaginaria) vetta che, infatti, tale si rivelò per la seconda volta. Ma neppure la seconda delusione riuscì a farmi perdere l’entusiasmo per la salita e per la bellezza della montagna, la cui bellezza non finiva più di affascinarmi.
Riprendemmo a salire e ancora una volta, nel punto in cui avevo creduto di vedere la vetta agognata trovai un’altra base di partenza per un’ulteriore scalata.
A quel punto decisi di rinunciare a stabilire la “mia” vetta e solo allora scoprii che eravamo arrivati alla vera vetta, al vero punto d’arrivo della nostra scalata. La gioia della meta raggiunta si confuse con la delusione per non averla prevista con precisione.
Il ricordo della gita e della scalata, unito alla scoperta di quella che era diventata la mia montagna incantata, si confonde con la “lezione” ricevuta dalla natura alla mia silenziosa presunzione. Una lezione che non ho più dimenticato e che mi porto dietro per evitare illusioni e delusioni nella scalata della montagna della vita.

Salvatore Di Cicco

27/06/2009 11:00:10
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