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Il sabato del Miraggio - Il cane si morde la coda

di Salvatore Di Cicco

- L’invasione delle automobili, nonostante la crisi, rimane l’ultimo e più difficile dei problemi da risolvere. Ormai, siamo tutti vittime di noi stessi, delle nostre abitudini, della nostra pigrizia e soprattutto del nostro egoismo.
Le città, invase ormai da un mare inarrestabile di scatole semoventi di metallo, non riescono più a “digerire” questo assalto quotidiano e non bastano vecchi e nuovi progetti per far sì che si possa vivere e convivere con l’oggetto-simbolo del progresso. S’invocano parcheggi ma dove i parcheggi ci sono non sembrano mai bastare. S’impongono tasse e balzelli per sconsigliare l’uso dell’auto ma tutto rimane come prima. Si ferma il traffico per qualche domenica “ecologica” (come a Milano) e si scopre che l’inquinamento è più alto del giorno prima. Si arriva così a situazioni incredibili come quella accaduta qualche settimana fa a San Paolo del Brasile, dove un ingorgo stradale ha formato una coda lunga ben 216 chilometri!
Non sarà la prima né l’ultima coda di queste dimensioni a dissuadere l’automobilista-tipo dal cambiare le sue abitudini. Ma, se possiamo sorridere davanti al cane che si morde la coda, non sarà facile sfuggire alla stessa sensazione di noi mortali succubi delle comodità del progresso e sordi a qualsiasi richiamo. Non basteranno neppure i rischi crescenti per la salute a farci rinunciare al richiamo dell’auto.
Come far fronte, allora, alle conseguenze di questa inarrestabile occupazione di suolo pubblico da parte dei mezzi privati?
Non bisogna dimenticare, infatti, che tutto questo incide in misura non lieve sull’economia di qualsiasi paese. Pensate, solo per fare un esempio, al tempo che si trascorre non solo in macchina ma anche in autobus o in metropolitana per raggiungere il posto di lavoro. Non è difficile quantificare i costi (individuali e sociali) di una simile situazione. Le conseguenze individuali (psicologiche olre che economiche) si riversano infatti sul bilancio della comunità, per cui una buona parte della ricchezza servirà a sanare le disfunzioni di una scarsa pianificazione amministrativa, seguite poi dalle conseguenze sulla salute dei cittadini, sempre più alle prese con problematiche che un tempo erano sconosciute.
Certo, tornare indietro non si può ma non si può neanche perseverare, per esempio, nel dare sempre più spazio a città che sono già enormi dormitori e offrono una qualità della vita molto bassa. Bisognerà fermarsi, una buona volta, a pensare (o ripensare) come far crescere le città senza farle diventare inutili mostri tentacolari senza vita. Per farlo sarà necessario, prima di tutto, porre e porsi dei limiti prima di pensare a razionalizzare spazi e offrire una decente sistemazione a chi, per piacere o per dovere, desidera vivere in città.
Non sarà una sfida facile da vincere ma se vogliamo pensare davvero alle generazioni future dobbiamo metterci di buona lena ad elaborare un progetto credibile e praticabile. Perché la cosa peggiore sarebbe quella, appunto, di fare come il cane che si morde la coda e di girare sempre a vuoto.
Sabato 14 maggio 2011 alle 10:12:37
SALVATORE DI CICCO
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