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Tocca a te, ragazzo

- E’ difficile spiegare cosa sia il Baquinho a voi, poveri mortali. Dovreste esser nati in Brasile, aver giocato con pezze e stracci per le strade polverose, aver visto il solo salire in alto e poi discendere dallo stesso campo mai in erba giocando al calcio, avreste dovuto essere uno scolaro non proprio modello. E soprattutto essere sognatori di bagni di folla e stadi in delirio. Il Baquinho raccoglieva molti dei giovani più promettenti ed era una squadra in piena regola, una delle poche che prima del via non doveva preoccuparsi di andare a cercare pantaloncini, magliette e scarpe per la partita. Era la squadra per eccellenza della povertà brasiliana.
Anzi si elevava appena. Un giorno quei ragazzi, che nella migliore delle ipotesi avevano terminato le scuola secondaria con due anni di ritardo e nella peggiore avevano segnato 4 reti all’avversaria precedente, andarono a giocare fuori casa contro il Flamenguinho, i veri campioni giovani dello stato di San Paolo.
La squadra, che si era composta molto presto quel pomeriggio, viaggio’ tutta insieme, altra diversificazione rispetto alle altre, fino all’impianto e tutti i giocatori scesero per dirigersi verso lo stadio. Uno di loro si staccò ed attirato dal banchetto di noccioline cambiò direzione.
Tutti entrarono nel complesso tranne uno, che si avvicinò alla porta solo dopo molto tempo e chiaramente dopo aver consumato tutto quello che aveva comprato.
Quando arrivò nei pressi dell’ingresso dei giocatori fu bloccato in malo modo dall’uomo che era sulla porta:”Non ci provare” gli disse. E non ci fu verso per molto. Il ragazzino quasi costernato continuava a premere verso il cancello ma l’uomo, possente e scarsicrinito, lo respingeva più in là.”Ancora tu, per favore”.”E poi-aggiungeva- sei veramente troppo piccolo per giocare al calcio con questi tuoi compagni e non hai l’aria di uno adatto ad una partita così importante”.
Solo dopo circa 30’, quando la squadra si accorse della mancanza del compagno, qualcuno andò alla porta a cercarlo, intervenendo nella disputa.
Ci volle un po’ per convincere il custode, ma alla fine il ragazzo entrò. La partita iniziò e davanti a non poche persone per essere una gara tra ragazzini.
Il custode e l’usciere accompagnarono un vecchio sul bordo e si sedettero al suo fianco, notando dapprima un portiere mediocrissimo al quale non giovava alcuna attenzione specifica. Ma piano piano lo sguardo si rivolse al piccolo attaccante che…si… era proprio il ragazzino che avevano bloccato all’ingresso.
Sette reti, una dopo l’altra, una meraviglia, con i difensori che sbagliavano il tempo del tackle quasi irrisi dall’agilità del ragazzino che continuava ad avere momenti lanciati anche per i compagni. Il costode non mollò lo sgardo un attimo, ammirò ed alla fine andò negli spogliatoi a fare le congratulazioni al piccolino.
“Mi chiamo Mendes, disse l’uomo, ho 67 anni e francamente era da tempo che non vedevo un ragazzo giocare così. Ne avete fatti 12, e tu quanti?” “Sette- rispose lui”. “Lasciami solo il tuo nome, lo segnalerò ad amici” .“Mi chiamo Edson signore, in onore di Edison Alva, l’inventore della lampadina. Al mio paese Tre corazones, poco prima che nascessi, arrivò l’elettricità. Sono figlio di Joao Ramos do Nascimento, che forse lei conosce come Dondinho”. L’uomo si scrisse il nome su un foglietto ed uscì dallo spogliatoio raccontando all’usciere quello che era successo prima della gara. Quando le luci si spensero, il ragazzino era già sul pulmann di ritorno, ultima fila, a mangiare altre noccioline. (liberamente tratto da “Io, Pelè, unico Re)
Sabato 18 aprile 2009 alle 14:30:00
ARMANDO NAPOLETANO
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