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Ultimo aggiornamento: Martedì 14 Agosto - ore 22.39

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Quattro vani vista corner

Highbury, secondo piano con ascensore

Quattro vani vista corner

- Islington, distretto inglese, è sera. Quell’omone dagli zigomi arrossati di Ben, che così si fa chiamare semplicemente perché il giornale l’ha inviato a Londra, mi telefona soddisfatto. Arturo, lui è, fondamentalmente passa per pirla nella vita ma un grande nel calcio, ma non in quello giocato. Quando da ragazzini io lui e palla rotolavamo in Piazza d’armi, dove c’erano, a due passi perfino gli elicotteri, la sua pagella era modestamente divisa: per quel che dava nel primo tempo meritava un 3, voto nella ripresa sufficienza stiracchiata. Poi, la suocera ed i trigliceridi, che lui sosteneva di produrre da solo come il testosterone quando vedeva le bionde, lo hanno imbottito e gli hanno regalato una particolare curva di benessere. Più o meno è 30 kg sopra il cielo. Ma quella sera doveva togliersela quella soddisfazione: chiamarmi dopo essere uscito da Highbury, uno stadio dove io non ero mai stato ma che, beato, lui era riuscito a vedere ed a toccare con mano proprio l’ultima volta possibile, nell’ultima partita: Arsenal-Wigan 4-2 del 7 maggio 2006. Un suono assordante il suo:”hurryuphurryup”, fischiato nelle orecchie. Ed io come un fesso, dall’altra parte che sacramentavo in altro modo il momento. Poi alcuni giorni orsono, Paolo, quello che anni fa, nel museo di Wembley, si sedette su una sbarra, stanco di girare, facendo suonare tutti i campanelli della sicurezza e della regina (era “solo” la mitica traversa del gol di Hurst nella finale 1966, un vecchio legno, in fondo) mi manda la foto che vedete. Highbury vista corner, tutto sventrato, quartiere residenziale, area per benestanti londinesi. Così, quello che era uno dei miei teatri del calcio preferiti, dove i giocatori sapevano recitare con le gambe una rappresentazione grazie alla televisione destinata ad un pubblico di migliaia e migliaia di infervorati pazzi e tormentati per 90’, con l’anima perennemente in sospeso, diventava un tre camere e cucina, con vetrata poco decò. Ingresso ad apertura elettrica perfino per i tavoli. Se con un albero ci fanno i libri, qui avevano rifatto gli alberi. Highbury a vederlo da lontano è sempre stato una sorta di magia, e chissà cosa si poteva dare per essere lì, nel quartiere, il giorno di Liverpool–Arsenal, come raccontato nel film Febbre a novanta. Una squadra che sapeva al 90 ed oltre vincere con una rete storica ed un rione intero attorno all’impianto che, a distanza si riversava per la strada in un abbraccio unico. Highbury, come me tanti, se lo erano costruiti nel Subbuteo, ed era una di quelle cose che insieme alle maglie dell’Arsenal e dell’Ajax, ti lasciavano incantato e perennemente soddisfatto. Che poi il giorno dopo ci fosse saggio di matematica, un inutile particolare. Uno di quei 38.500 posti a sedere valeva un pezzo di cuore, la femorale e forse qualche anno di vita. Londra spariva, anche se c’era il sole, la routine veniva dimenticata, esisteva soltanto il tempio, che ora sembra, si avvia a sembrare, una Milano due. Gente che spingeva il pallone in rete anche quando dormiva a km di distanza. Highbury era una pagina di calcio. E quella gente soffiò anche quando venne trasferita per un lungo periodo a giocare al White Hart line, per una ristrutturazione. Onestamente quelle foto di oggi, di quello che sarà domani, spezzano il cuore, perché in uno stadio per ora si erano visti solo morti, non chi ci dormiva di certo. Capitava per disgrazie e ferocità stupide che macchiano l’immagine, la favola del pallone; capita in Argentina anche al Monumental, dove il primo cittadino permette sempre a chi decide di farsi cremare, di poter disperdere le proprie ceneri. Ad Highbury oggi non si può più, passa la tata col folletto in salotto e ti riporta in pattumiera.

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