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Mario non mi passa la palla

- Quando una prateria di zolle si spalancò davanti al signor Barwuah, l’unica cosa da fare era correre. Correre e correre. Il pallone di cuoio, convocato per quel giorno per la recita correva con lui, che sembravano una sola cosa. Vide il portiere che gli si faceva contro, fece un solo gesto e lo spiazzò, portando il pallone, in perfetta linea simmetrica con lui, dalla parte opposta. Quando calciò, la porta era diventata un Colosseo ed il poco vento che soffiò bastò per portarsi via tutto il carrozzone. Uno stadio impazzì, e perfino coloro che si raggrinzivano seduti in poltrona, gioirono. Ma dall’altra parte c’era uno, il signor Zlatan, che sembrò invece spogliato, l’unico a non ridere e saltare, come fosse un semaforo spento. Il signor Zlatan guardò la panchina ed il suo mister che saltava con tutto lo stadio ed ebbe solo da dire una cosa:”Mario non mi passa la palla”. Mario, Barwuah, in quel momento pensava ad altro. Forse al suo stesso nome, perché Mario la palla forse non la passava da una vita. Capitava di provarlo perfino a Jorge Valdano, che la sua vita professionistica nel calcio l’aveva iniziata a Rosario. Un giorno provò a non passare la palla a Mario, Mono Oberti, vecchio idolo del Newell’s, ed all’ennesimo grido del compagno, cercò di piazzare il pallone dove doveva. La cosa non riuscì alla perfezione, anzi come raccontò Valdano “ non fui particolarmente preciso”. Mario si avvicinò e guardandolo come se gli stesse facendo un favore disse:”Ragazzino, sul piede altrimenti trovati un altro lavoro”. A Mario non bastava, perché Mario il pallone lo voleva e se lo tratteneva, che sembrava a tratti la vera incarnazione di Dio. Mario era anche uno che giocava con la maglia argentina addosso, dipinta sulla pelle, un tipo dal capello lungo. Avesse immaginato di finire un giorno con la fronte nuda magari quella palla l’avrebbe anche passata. Ma finchè i capelli furono folti ed al vento , non c’era verso. Tanto verso che Bertoni, Valencia, Ortiz, Housemann ed anche lo stesso Olguin, spesso si giravano verso Menotti, il Flaco citti, per dirglielo in coro che “Mario non passava la palla”. Le ciocche di Kempes erano come una canzone al vento. Ma , di tutto quello che avete letto, nulla a che fare con il mio amico Mario, quinta elementare alla Vittorio Alfieri. Lui non solo la palla non te la passava, ma poiché suo padre era un famoso Odontotecnico, e magari il tuo aveva solo da sfangare la vita da sottufficiale di Marina, faceva si che la palla fosse sua, il campo suo, la partita sua, il fischietto suo, la vittoria sua. Perchè a quel punto ti doveva passare una palla? Mario non passava la palla ma neanche il resto. Giocava e correva, spesso da solo, nel vero senso della parola. Tu ti mettevi da parte e lui faceva su e giù per il campetto d’oratorio. Appuntamento tra le 16 e le 17 di ogni santo pomeriggio. Tutti a tornare ogni giorno in quel luogo sperando che il miracolo si avverasse, cioè che Mario passasse la palla, ma nulla. Mario non aveva mai appetito, non dormiva mai, a scuola incredibilmente era il primo della classe. Aveva stile nel giocare, lo avesse confrontato con gli altri forse sarebbe diventato campione. Aveva risorse nel cervello incalcolabili e non c’era verso di convincerlo che il calcio si giocava in tanti, per lui ne bastava uno. L’arbitro fischiava e Mario, anche a scuola in grembiule nero e fiocco abbondante blu, che a pensarsi sembrava già interista, andava per fatti suoi. Giocava la sua storia personale che durava giusto il tempo di quella partita, per riprendere il giorno successivo. Per il resto era uno normale, anche simpatico, compagno di merende e di Carri armati di cioccolato. Mario finì un pomeriggio per trovarsi da solo, con tutto il resto degli amici che se ne era andato. Non fece una piega, continuò per ore ed ore a palleggiare come se niente fosse. Solo a tarda sera gli si avvicinò un ragazzino che dopo un po’ gli disse:”Vuoi palleggiare?”. Mario gli allungò il pallone ed appena questo arrivò sui piedi altrui gridò :”Passa!”. Come finì non lo abbiamo mai saputo, perchè i genitori benestanti lo trasferirono presto in altro quartiere. Lì si era troppo poveri. Oggi dovrebbe essere cresciutello. E..e se fosse stato lui a spiegare al signor Barwuah come si fa?
Sabato 23 maggio 2009 alle 14:00:13
ARMANDO NAPOLETANO
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