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La febbre a... 90 di Franco Capozza

uomini e gol

- Pontremoli, premio Bancarella Sport, palazzo municipale.
Un mezzodì come tanti e una chiacchierata a
tre: il sottoscritto, Riccardo Grozìo, presidente del
museo dello sport di Genova, e Nando Dalla Chiesa,
che il Bancarella se lo porterà a casa, con il suo
“Capitano, mio capitano”, dedicato ad Armando
Picchi.
«Il calcio non è cultura secondaria; con il calcio individuiamo
i paesi, le città; abbiniamo partite ai passi
della nostra vita, ricordiamo momenti, ci confondiamo
e confrontiamo con gli altri, tra i tifosi. C’è gente che
vive tutta la settimana il calcio e si organizza di giorno
in giorno per seguire la sua squadra. Tipi così reggono
il calcio.»
Illuminati come se avessimo visto estrarre la pallina
fortunata della nostra lotteria, abbiamo raccontato ai
nostri interlocutori che, sì, un personaggio così lo avevamo
in bacheca. L’onnipotenza della domenica contro
il resto della obbediente settimana, anche perché il calcio
rimane ancora oggi una delle più strane costanti del
comportamento umano.
Tifosi come Franco Capozza, 47 anni, hanno una storia
da raccontare e da gridare con un megafono, in ogni
campo del mondo dove giochi il suo Spezia.
Pensionato baby, persona tranquilla e socievole al di
fuori dello stadio, da quando aveva 15 anni segue lo
Spezia («La prima gara, a Pinerolo, 0-1, rete di
Orlando al 45’: gradinate di legno, pioggia fitta») ed è
mancato da allora, 32 anni, solo in due occasioni: il
giorno del suo matrimonio («imperdibile» ci racconta)
e uno Spezia-Venezia 5-0 nella stessa data di una gita
a Parigi con la moglie, per una promessa da mantenere
(«Ho speso un capitale per chiamare mia mamma
alla Spezia e chiedere aggiornamenti»).
Abita a Tonfano, Marina di Pietrasanta. È una delle immagini
più belle del nostro tifo, appassionato per il calcio,
secondo dietro solo alla famiglia («Ho una moglie e
due figli, sto bene»).
Storie da raccontare, gioie e pianti, fatiche e speranze:
«A Lucca, quando perdemmo la B nel 1989, ho
pianto a dirotto, con altri ho gioito per la promozione
dello scorso anno e per quella con Carpanesi, ma per
me lo Spezia è come una seconda famiglia, qualcosa di
caro. Ho girato in lungo e in largo l’Italia, anche da
solo. Ho fuso sette macchine, per un derby di coppa ci
ho lasciato una Mercedes, ma non importa.»
Crede nelle risalite: «Se andiamo in B è più facile poi
tornare in A, la C è difficilissima.»
L’altra fede è il Milan. E la storia di quelle telefonate
agli arbitri? Anni fa, ci hanno raccontato, quando si
conosceva la designazione delle partite dello Spezia,
partiva alla ricerca:
«Tutto stava nell’impostare la cosa. Certo, se fai il
maleducato ti tirano giù la linea. Ma io con molti ho
parlato tranquillamente, ricordando gare del passato.
Con Schiavon e Collina, per esempio, che sono andato
a trovare di recente, ricordandogli uno Spezia-
Lucchese...»
Un personaggio così – unico – sarebbe piaciuto
anche a Welsh e Horby, scrittori inglesi che sono andati
alla ricerca del fenomeno tifo in Inghilterra e nel
mondo, ma non tra le fronde più dure, almeno non
solo.
«Come faccio ad amare mia moglie – racconta il protagonista
di “Febbre a 90”, un libro e una pellicola
inglese che racconta la storia di un tifoso dell’Arsenal
– se la domenica amo undici giocatori?»
Il mistero alla prossima sfida, stesso megafono, stesso
balconcino. Viva Capozza!
( tratto da Aquilotti si nasce, Edizioni Cinque terre)
Lunedì 7 gennaio 2008 alle 20:36:44
ARMANDO NAPOLETANO
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