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Il calcio è poesia - L’ultima partita a Mauthausen

Il calcio è poesia - L’ultima partita a Mauthausen

- Lo portarono via che aveva ancora la borsa aperta, dove stava mettendo gli arnesi di un mestiere eroico, che faceva dimenticare. Lo caricarono veloce su un camion e poi su un treno, ma non era una trasferta calcistica, anche se ne conosceva molti accanto a lui. Gli fecero capire che la massima punizione non era un calcio da fermo, ma qualcosa di più cruento e realistico, e che il fischio finale avrebbe assorbito ogni grida, ogni lamento, ogni calcio preso. Avrebbe dimenticato tutto. Raccontano i pochi sopravvissuti che insieme ad alcuni concittadini arrivo’ di mattina presto al campo, ma che si accorse subito che non fosse in rettangolo descritto e che chi giocava e rimasto anche per terra, e non si rialzava. Non vide allenatori, vide solo uomini in uniforme. Lo avevano già aggregato ad un gruppo, stagione calcistica 1941-42 ma quella era un’altra storia. Chi è uscito da quel campo non hai potuti dimenticare, nelle angosciose notti vissute dopo. Un dopo che lui non potè permettersi e concedersi. Nulla poteva sfiorare l’apparente vita, perché di vita non c’era nulla. Alfio Buffa aveva poco più di 15 anni quando partì, giocava nelle giovanili dello Spezia spesso aggregate alla prima squadra e lui con i grandi aveva giocato più volte nell’estate del 1941. Morirà solo maggiorenne. Scarpato e Castigliano lo avevano preso un po’ sotto la loro ala. Buffa era nato nell’agosto del 1926 e dal momento del suo arresto non aveva articoli calcistici a sostegno, non era nessuno. Passerà 3 anni ed oltre in quel campo ma il destino e l’arbitro che decide della sua vita è ancora più difficile da capire e comprendere. Morirà infatti a guerra finita, sempre lì a Mauthausen, in uno spogliatoio, non riuscendo ai limiti dello stento fisico, ad essere rimpatriato. La notizia arriverà solo dopo sei mesi ai parenti, che ancora ci credono nel suo ritorno. Non comparirà mai negli albi d’oro della società aquilotta, perchè quella maglia in prima squadra non l’ha mai vestita; anni dopo, una lapide ne ricorderà all’interno dello stadio Picco la presenza ed il nome, ai più sconosciuto. In cima alla collina del lager non riuscirà mai a scrutare la via di casa.

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