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Ultimo aggiornamento: Venerdì 17 Agosto - ore 22.47

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Il volo

chi era Mark hateley?

Il volo

- Dovevo raccontare agli amici la gioia di un derby,
alla milanese. Ci sono riuscito, ed ancora oggi
ne vado fiero. Se la vita è illusione credo di aver-
cela fatta per un pomeriggio d’autunno, anche se poi passa
tutto, com’è passata la vita di tanti campioni che in questo
stadio, san Siro appunto, hanno regalato tocchi di fuoriclasse tempestati di gemme e di gloria forse immortale.
Narrare quasi due ore di gioco come le vidi quel pomeriggio in un derby della Madonnina, è sogno delicato e
struggente. La mia fiaba di tifoso e amante del calcio è
allora appena ad un inizio dorato. È la prima volta che
vedo rossonerazzurro mischiato, me ne hanno parlato fin
dalla nascita. Ma lì non ero mai stato, mai sentito il profumo così da vicino. Confondo per forza e per voglia il
grande attaccante con chi saltabecca sulla fascia, l’uomo
coraggioso e leale con l’esasperato. I colpi istrionici, come
quello di un portiere che batte le mani al centro del campo
all’arbitro irridendolo, o quelli di un tunnel al terzino, giusto per infinocchiarlo. O il difensore isterico ma motivato,
lo stambecco di centrocampo. Sembrano un po’ tutti
uguali, o sono io che ammiro l’impossibile.

Vengo anch’io dal campo, quando gioco nella mia
squadretta che porta il nome di un salesiano e santo come
Don Bosco. Ma per me vale il miglior Real Madrid, ho i
colori rossoneri, e indosso una maglia con dietro scritto
». Me la coccolo quella maglia, la adoro, cerco di onorarla giocando senza inutili infantili frenesie sempre, che
pur ci starebbero, aiutando il gioco di concerto della squadra con piazzamenti e sganciamenti. Di quella stoffa mai
lisa e curata rimango innamorato ed è per questo che quel
pomeriggio la metto per sempre nel mio cuore, anche grazie al centravanti che decide.

Inglese, alto, slanciato, non bellissimo a vedersi. Mark
Hateley forse non fu mai un grande centravanti, anche perché al Milan arrivò un po’ a sorpresa e senza storia dopo
aver giocato nella serie B inglese, maglia del Portsmouth, e
prima nel Coventry City. Era passato dalla metropolitana
senza biglietto, senza Wembley o chessò una maglia degli
Spurs o dello United. Io l’avevo semplicemente giudicato
con molta benevolenza, senza sovrapporlo a nessun copione, come se avessi intuito che lo spartito sarebbe potuto
essere migliore. Era uno che attaccava e basta, tardava forse
a rifiatare, poi quando sembrava colpito come un cervo
ferito, ringranava secondo il solito, con piazzamenti a ricevere, o partenze da dietro che annichilivano qualche difensore, ma non tutti. Hateley non era un fenomeno, anche se
avrebbe giocato in futuro con la maglia della nazionale di
sua maestà la Regina di Inghilterra, però riemerse spesso
dalle nebbie di stagioni che sembravano diventare incolori.

La prima fu senza macchia, e quel pomeriggio del 28
ottobre del 1984, Hateley giocò anche per me, centravanti da cantina e palestrina, giovane e baldanzoso. In testa al
campionato c’era il Verona, dietro il Torino, a Napoli c’era
già Maradona, che cominciava a capire i vicoli e gli scugnizzi. Andammo a Milano con amici, ci piazzammo nei
distinti con tanto di bandiera inglese, un regalo di compleanno di qualche gentil donzella, che non amava il calcio ma era pur sempre sfinita dalle chiacchiere del ragazzino tifoso di quel tale britannico che veniva dalla carestia.

Qualcosa mi diceva che quel centravanti, che altro non
era che il mio sogno giovanile, avrebbe giocato da grande,
lottando su ogni palla con umiltà grandiosa. Non è che
Mark avesse piedi saggi, ma la testa si; saltava come nessuno sapeva fare, acrobata, tempista e coraggioso ariete, borbottando, ciondolando, ma con autorevolezza. Il derby di
quel pomeriggio si giocava da calendario in casa del Milan,
quello di Wilkins, del passo cadenzato e già triste di
Agostino Di Bartolomei che a Roma non aveva trovato più
spazio, del giovin Baresi e perfino di uno come
Scarnecchia.

Decisi quel pomeriggio di combattere nelle mie partitelle e nelle mie chiacchierate da bar per i campioni divini,
per i colpi da maliardo. Ma decisi anche di inserire in quella truppa questo signore di Derby, inglese e volante, come
nessuno mai. Hateley non si era mai dichiarato un campione assoluto, ma da quel pomeriggio lo feci io per lui.

Come in ogni festa che si rispetti, vino e champagne
scorsero a fiumi ma prima qualcuno arrivò tardi e guastò
per un attimo la cena. Ed infatti, proprio davanti ai miei
occhi, l’Inter passò in vantaggio con Altobelli, proprio sul
filo dell’off side.

Dieci minuti di questo calcio, ed avevo già scoperto che
il mio capitan Fracassa era sì con il «9» ma in maglia nerazzurra. Altobelli, in effetti andò avanti per un po’ su questa
strada miracolosa, giocando un meraviglioso primo
tempo, lontano nell’agguato ai difensori. Come un maggiordomo pronto a servire a tavola con classe, ma poi dietro l’angolo assaggiatore di qualunque portata, in maniera
un po’ rapinesca. Ma poco dopo la mezz’ora il Milan
costruì nitida nitida la palla del pareggio, proprio con il triste Di Bartolomei che in mezza rovesciata la mise dentro.
Fu un soffio, abbracciai chi avevo vicino allo stadio, senza
neppure conoscerlo.

Il pari ci stava, io me lo godevo, era come se il destino
a me contrario mi volesse rovinare il pomeriggio, facesse il
furbo ed io avessi dovuto immediatamente ammansirlo.
Hateley caracollò ancora per un po’, si scontrò con la difesa nerazzurra, Bergomi, Mandorlini, Collovati e Bini sembrarono pescatori che salpano nelle notti di brace e vanno
avventurosamente nel mare, ma con navi sicure. Trovò il
centravanti più palla a terra che per aria, macinò senza
costrutto, mentre tutto il Milan piano piano cercava la
legnata saporosa, cristallina, puntigliosa, esemplare. Che,
come nelle migliori occasioni, arrivò in vestito di gala,
nella ripresa. Ci fu un cross, lunghissimo, ci alzammo,
forse il maestrale aiutò una traiettoria lunga. Hateley salì
dove nessuno poteva arrivare, come un giocatore sodo,
resistente all’uso, bello e solido come le case di una volta,
che il sole faceva sembrare sempre nuove. Le navi sicure
del nemico aprirono una falla all’altezza delle vele.
Collovati lo seguì ma nonostante fosse un grande colpito-
re anch’egli non ci arrivò. Mark appioppò alla palla una
sacramentale frontata, raffinata perfino, tale da far viaggiare la stessa nella direzione giusta. Stette in area quanto una
mia intera partita, e nel suo colpo di vento trascinò dietro
anche finestre e stoviglie messe ad asciugare. Così, un giocatore che io avevo eletto a divo, mai ordinato ma sempre
prezioso, aveva battuto Zenga inopinatamente, scardinan
doo con il grimaldello più alto e complesso la difesa
dell’Inter.
Quel pallone l’ho immaginato e vissuto per gli altri 30
minuti circa che accompagnarono la partita al triplice
fischio di chiusura di Bergamo di Livorno, l’arbitro. E mi
seguì nel viaggio di ritorno e ancora nel lunedì di ripresa
degli studi universitari. Mi accompagnò fino alla partitina
infrasettimanale del mercoledì, quando con la mia maglia
un po’ milanista un po’ salesiana (a quel punto era tutt’uno) mi presentai al campo, tra amici, ammogliati, perditempo e giovin dal fiatone perso. Mi appostai nell’area piccola, avevo un appuntamento e lo sapevo. Attesi un cross,
ne arrivò uno dopo 20’ quasi esatti; salii dove potevo,
affossando il difensore, scavando l’erba del vicino terzino,
ed appioppando anch’io un sacramentale colpo di testa
come un vero centravanti, pieno di grinta, fisico, altruismo. Come Mark Hateley. La sfera apprezzò l’estrema
finezza del repertorio offerto con modestia, salì anch’ella
ma per disdetta divina si stampò sulla traversa. Quando
ricaddi capii che non era gol. Ci pensai su un attimo, ignaro che il gioco era ripreso e che lo stopper ripartiva come
una freccia. Forse sballai l’impatto, o forse c’è una componente psicologica condizionante che ancora oggi ignoro.
Arrivò un altro cross ed il difensore di turno la mise in
angolo. Io stavo già guardando fuori, dove sulla vecchia
gradinata, erano appostati i miei due amici, feci loro un
cenno, ed andai verso la spogliatoio. Mi era bastato volare,
per quel pomeriggio era tutto.

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