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Il giorno che gli americani tentarono di cambiare il calcio

Il giorno che gli americani tentarono di cambiare il calcio

- Quel signore con gli occhiali e la lunga barba si chiama Dick Wilson. Nel suo pensare è andato oltre Blatter, la Fifa, i mondiali nel caldo afoso, la tecnologia del gol non gol e delle nuove regole. Lui voleva solo un calcio pulito e forse lo vuole ancora. E’ il direttore dello American Youth Soccer Organization, un centro di raccolta calcistico, una enorme scuola calcio alla yankee, che ha prodotto anche gente come Cobi Jones, Marcelo Balboa ed Eric Wynalda, che hanno dato e ricevuto dalla nazionale Usa. Ayso è qualcosa di unico, forse irripetibile. La storia di Wilson si lega alla creazione del calcio in America, sempre visto però in maniera aristocratica, e soprattutto da alcune regole che ha tentato di far passare. E che magari sarebbero rappresentate un punto di partenza per un nuovo calcio, più che il tiki taca di Guardiola. Ammazzando i genitori folli, le aspettative, le grida e gli insulti, tutto quello che oggi si vede anche sui piccoli campi di provincia. Quando a giocare sono i bambini dentro ed i padri fuori, insieme. Wilson doveva creare le basi del calcio americano, ma in fondo ha creato basi ancor più solide, che molti no hanno voluto seguire:”Ci sarebbe piaciuto fornire ai ragazzi una chance di confrontarsi in un’atmosfera meno competitiva e meno votata alla vittoria a tutti i costi. Abbiamo così richiesto ai nostri tecnici che il valore delle squadre composte nelle varie leve, fosse bilanciato e che le formazioni di categoria di anno in anno non restassero invariate, che potessero essere sciolte e completamente ricostruite di stagione in stagione. Questo per impedire soprattutto agli adulti di costruire situazioni forzate e dinastie condannate a vincere ad ogni costo”. Secondo il giornalista Franklin Foer, americano anch’egli, quello che si voleva seguire era una semplice teoria: ambiente familiari rigidi ed emotivamente invalidanti hanno dato origine a figli autoritari e bigotti. Come sia andata nel futuro lo si legge ogni giorno, ma in America non è che si siano arresi. Squadra si 11enni, nove vittorie su nove nel torneo di Stato, genitori gasati, tecnici meno. In estate 6 elementi su 13 spostati in un’altra squadra, immessi altrettanti elementi meno forti sulla carta. 3 vittorie, 3 pareggi, 6 sconfitte. Papà dubbiosi, ma non accolti dai tecnici, che con loro non parlano. Il problema, alla fonte, è se il genitore vuol vedere crescere il figlio o vuol veder vincere il figlio. Il brutto è provare a spostare nel nostro paese simili ragionamenti; un leva di 2004 che vince tutti i campionati, magari emarginando qualche ragazzo, che viene riproposta per anni e guai a chi la tocca. Vincere vincere per creare cosa? Wilson, che resterà un teorico, ma che forse aveva visto giusto commentava in una recente intervista:” Uno dei grandi motivi che molte persone trascurano è il gioco stesso, ma va valutato l'ambiente. In molti degli altri sport si gioca in una palestra o come il baseball su campo dove i singoli giocatori sono sempre relativamente vicino agli spettatori. I giocatori ascoltano i commenti soprattutto negativi che provengono dagli spettatori. Per cui nel calcio dico alla gente che se il genitore del bambino è un coglione, il ragazzo può correre dall'altra parte del campo, ma il genitore pur di farsi sentire deve sbraitate ed urlare. Il calcio offre possibilità di stress più della maggior parte degli altri sport tradizionali”.

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