Il calcio è poesia-Y son el Diego (27 agosto 1988)
- Sono uno che il calcio lo ha studiato, e poi ripetuto e ripetuto alla cattedra dal maestro. Non rimedio più di sei, la pagella sembra una linea retta, nessun delirio. Mi dicono di arrancare e ripartire, di avere rendimento podistico, di essere nervoso al punto giusto. Nessuno vuole una bella corsa, una bella continuità, tecnica individuale. In tutta la classe molti mi rendono finte e tecnica da primattori. Sono un gregario, porto la merenda a scuola ma non la mangio. Devo solo avere un cuore verde ed antico. Niente di eccezionale, sono movimenti tempestosi, forse, ma non ho guardato bene sui libri, non mi chiedono neanche idee. Non devo essere bello, avvolgente, neanche sembrare imperturbabile, solo sporco, dove c’è da lottare arrivo io, da autentico signore del centrocampo sporco, scatenatissimo sulle piote altrui. Mi dicono, “zompa su quello”, è il 21 agosto del 1988, non è neppure il mio stadio, ma devo solo sublimare la guerra, senz’arma e corazza, da solo, a mani nude, sporche. Guardo attento quella linea bianca, che segna i territori contesi in campo. Corro, gli passo vicino, zompo davvero sull’avversario, ma non lo prendo, neanche lo sfioro. Carannante avanza, passa a Crippa, dritto per De Napoli che cerca il mio avversario. Prendo il tempo, riguardo la linea, lui scatta, è piccolo, non è un molosso. Lo tocco, ma questo ha giocate strabilianti, scrive ditirambi dal nulla, nel vento della sera e suona il fischio dell’arbitro. La palla va, viene, torna ed arriva a lui, poi di nuovo Carannante; provo questa volta a giocarmela con il corpo. Ma lui passa dove non riesco ad infilarmi io e va davanti all’area, nella zona di pericolo; lo ritocco male, faccio sentire i tacchetti, spara un tiro, si vede che non ha polveri bagnate. Careca, poi Fusi, dall’esterno sale Ferrara, passa la palla a lui, lo anticipo, ce la faccio, sudore e lacrime, via via. Non è mai un vulcano spento. Ma Carannante risale e gli offre palla, io guardiano mai vinto davanti al Bastione entro duro, non mi resta che insanguinare il campo, altrimenti la resa è inevitabile. Resta a terra, si rialza subito, neanche mi guarda. Segna Francini, pareggiamo noi con Ceccaroni su rigore, poi Carannante esce, entra Carnevale; subito palla tra i due, entro di forza, mi salta con letizia, parte lento quando ha palla al piede, sembra che cada ma risorge e scatta in dribbling disinibito, mi scompagina la testa. Io in pagella ho sei, non mi hanno chiesto altro. Fallo, fuori area, me mettiamo 4 in barriera più due in movimento quasi davanti. Lui sistema la sfera, guarda le stesse torri del Bastione, accarezza col mancino, poi lo squarcio nel buio della sera. Punizione con perfido schema: palla imprendibile sulla traversa, e con il portiere a terra Carnevale mette in rete. Addomesticano la palla, ora lui non la vuol quasi tenere, gli tiro la maglia fino a strapparla, specie quando tenta il dribbling. Segna ancora Carnevale, e meno male che non doveva giocare. L’ultima palla è sua, mi punta ancora ma al momento dell’affondo, la scarica verso Fusi. Finito lo spettacolo, come quando al circo togli la pista al cavallo o al domatore la frusta, resto solo. L’arbitro, Nicchi di Arezo, quello che deve essere per antonomasia sordo e cieco, chiude la contesa. Il popolo vittorioso invade il campo, io esco guardando l’erba. Lo saluto e lo abbraccio. Resto paperino Stabile, lui è solo il Diego.
Sabato 30 gennaio 2010 alle 14:01:31
ARMANDO NAPOLETANO
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