Il calcio è poesia-Razzisti si nasce
- Il calcio, dicono, resti un fenomeno sorprendete, capace di avvicinare le sensibilità più diverse. O di divederle per un colore. Dovrebbe essere quello di una maglia, per folle contrapposte, e tutto finisce lì, senza poi troppi danni, già la domenica sera. Ma quando la divisione avviene per il colore della pelle è un’altra storia. Come quella che vi raccontiamo legata a Solomon Enow, difensore dello Spezia, maglia bianca, pantaloncini neri, rifiniture dorate. Quello che emerge non è solo una bella realtà, di un ragazzo che è forse vittima solo del calcio moderno che ha trasformato gli antichi terzini in esterni di fascia (Burgnich o per rimanere a noi un Giulietti che imposta, ve li immaginate?), ma anche la lotta intelligente all’intolleranza. Cori che fanno rivivere divisioni antiche di un’Italia fatta a staterelli, soprattutto risposta all’ignoranza. Vera. Enow come sarebbe stata la sua vita calcistica l’ha scoperto un giorno, su un campo del Veneto, dove una squadra blasonata stava per fargli un provino; non aveva neanche 14 anni, arrivato dal Camerun ad 11, e neppure con la testa al calcio. Non fu un pomeriggio qualunque, 2001:”Facemmo un test, eravamo in molti, ricordo meglio quello che avvenne fuori che ciò che facemmo in campo. Ci divisero, c’erano ragazzi come me che arrivavano da molte parti, genitori fuori. Entrai forse male su un compagno, un uomo da fuori mi ricordò il valore delle banane. Al rientro nello spogliatoi, io, che ero arrivato lì senza tanto pensarci, non avevo accappatoi. Facemmo la doccia e chiesi a tre compagni se avevano un asciugamano da prestare. I loro volti e lo scherno che ne seguì furono eloquenti, come le battute degli altri. Feci diversamente”. Eppure per lui, il calcio non era nulla, neppure a Yaoundè, la seconda città del Camerun, dov’è nato. Un agglomerato urbano ben rifinito nella maggior parte, nell’asse meridionale del Paese, estesa su un altopiano ricoperto da montagnole a un'altezza di circa 800 metri sul livello del mare. Un clima tropicale in collina. Il pallone semplicemente non era la sua ragione di vita, ballava, poi ad 11 anni l’arrivo in Italia e l’importanza di avere un insegnamento integrato, subito. La lingua? Francese, Inglese, Bantu, Dialetti Sudanesi, Semibantu?:” No, nulla, mia madre mi parlava in italiano già poche ore dopo che ero arrivato. Sapeva che dovevo restare qui per molto tempo, e mi abituò immediatamente”. “E’ stata dura all’inizio, poi è servita da lezione di vita”. Roma per pochi mesi, poi Ancona, dove ancora oggi risiede. Fratelli, zia, nonna, un padre italiano, questa è “Lega”, umana, un filo conduttore sempre perfettamente integrato in questo paese. In Camerun altri parenti. La chiave di volta la mamma, Alice:”Devo molto a lei, è stata la prima a spiegarmi a cosa sarei andato incontro per il colore della mia pelle. Ho cercato solo di rispondere con l’intelligenza alle provocazioni”. I Buu fuori, qualche collega che ridicolizza il terzino in nero, non tutti sono Maicon per rispondere sul campo:”Si, tanti insulti, anche recenti. Ma non ci faccio caso, con me cascano male, parlo italiano bene, non seguo ragionamenti razzisti e non mi fermo, mai”. In tutto questo la consapevolezza di essere un giocatore che deve ancora far vedere molto:”Forse -dice scherzando-si vede che ero un ballerino da piccolo, quando ai piedi si incolla il pallone, non faccio cose giustissime ancora ora. Ma ce la metto tutta”. Alla Sampdoria deve moltissimo (è ancora comproprietaria); il provino giusto lo fa con i doriani, tutta la trafila nelle giovanili, Maccoppi, Invernizzi, Lombardo, Bollini plasmano il fisico del ragazzo. Poi in prestito a Voghera, Gallipoli, Castelnuovo, Legnano, la ricerca di un posto dove, schierato sulla fascia, si può scompaginare la tattica altrui, semplicemente spazzando all’antica. Qui ha trovato un allenatore adatto, una piazza stimolante, sei gare su sei giocate, Lombardo che dice serenamente “E’ uno che merita sempre sei”. Resta al suo posto, senza squilli:”Qualche amico nel calcio, come Job, poi una vita tranquilla. La voglia solo di giocare al calcio, qui sembra il posto ideale”. Maglia bianca, pantaloncino nero, decorazioni dorate, sembra la maglia ideale davvero.
Sabato 3 ottobre 2009 alle 16:54:37
ARMANDO NAPOLETANO
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