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Il calcio è poesia- Quando il Paron toccò l’erba del Picco

Il calcio è poesia- Quando il Paron toccò l’erba del Picco

- Non pensiamo pretendesse di aver inventato il calcio, anzi ne aveva opinione opposta, perché era meglio che non vincesse sempre il migliore, meglio lui. Il calcio allora era un romanzo, e lui se lo portò un giorno all’Alberto Picco. Il 17 agosto del 1974 Nereo Rocco entrò per primo da una porticina dello stadio spezzino accompagnato da una signora e poco dietro di lui Albino Buticchi. Si stava per giocare un’amichevole di assoluto prestigio, Spezia-Milan voluta da tante parti. Era il primo incontro stagionale degli aquilotti, appena rinnovati, erano i tempi delle partenze di Poletto e dei ritorni di Derlin, per intenderci. Il Milan con le reti di Gianni Bui e la doppietta di Vito Callioni, una su rigore, vinse per 3-1, ma il pubblico fuori apprezzava Rivera e lo Spezia, che doveva far tremare il mondo della C. Doveva. Rocco, a fine gara, spiegò ad un paio di cronisti:“Mi piace lo stadio, mi piace l’ambiente, mi piace il mare, ma questo non importa. A voi dovrà piacere questa squadra, che per me ha una buona intelaiatura e potrà compiere un buon cammino in campionato. Andrà in B? non so neanche cosa farò in campionato io con i miei fenomeni…”. Rocco giocò con fior di calciatori quel giorno, gente che allora aveva già fatto un pezzo di storia e di leggenda. Albertosi, Sabadini, Maldera, Bet, Turone, Zecchini, Bigon, Benetti, Bui, Rivera, Chiarugi. Rocco lo conosceva bene quello stadio, ci aveva giocato e perso con la maglia del Padova negli anni ’40. Non è il solo a guardare nel profondo questa partita; a Rocco interessa che i suoi parlino, dialoghino con i piedi e la testa, mentre lui guarda. Lo hanno ospitato la sera prima in un ristorante, ha abbracciato molta gente, quasi non la vorrebbe giocare questa amichevole, per non far male, dirà lui “ a brava gente”. In tribuna infatti, ad un certo punto, arriva Fulvio Bernardini, il cittì della nazionale.”Sono venuto a vedere i piedi buoni del Milan” dirà. Una nazionale che veniva dall’Azzurro tenebra del mondiale in Germania, una disfatta sportiva e politica. Eppure Bernardini quel pomeriggio firmerà autografi e si farà immortalare in chissà quante foto. La sua stagione, che sarebbe durata sulla panchina più importante 3 anni, avrebbe portato sconfitte e critiche feroci. Lui se ne sarebbe fregato, costruendo per il futuro, e lanciando giovani come Antognoni. A fine gara, Bernardini ed il Paron si ritrovarono in un ristorante cittadino, la squadra da una parte, in quattro fidati dietro un separè, a raccontarsi il romanzo del calcio.

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