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Ultimo aggiornamento: Domenica 25 Febbraio - ore 00.30

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Il calcio è poesia - L'ultima stagione da allievi

di Armando Napoletano

Il calcio è poesia - L'ultima stagione da allievi

- Scriveva Jorge Valdano nella sua Futbolandia che la tecnologia di punta del calcio d'oggi dovrebbe essere la strada. Una volta lo era, ed anzi per noi, l’asfalto e la polvere venivano raccolti nel perimetro di un Oratorio, sempre quello, uno stadio dei sogni, ogni pomeriggio. E’ c’era sempre qualcuno che in partitella inventava qualcosa. Se uno di quei bambini sfonda può chiamarsi come vuole, da Rossi a Bianchi a Pelè o Maradona, ma lì è cresciuto. In via Garibaldi, l’ingresso dello stadio era dentro un portone che poi divenne porticciola laterale. Nessuno di noi aveva play station, computer, facebook, Sky, solo il calcio, e la nostra vita d'ogni giorno.

Alle 16 circa arrivava un disordinato esodo degli “Interni”, quelli che vivevano e studiavano dentro l’Oratorio, e quando il campo era libero toccava a noi.

Ed era proprio lì, in uno spiazzo non qualsiasi che l’istinto verso il pallone si affinava e ci permetteva di lottare contro le minacce esterne, contro le mala amicizia, contro l’erba malvagia, contro le prime droghe. Il calcio, insomma, era una sorta di protezione naturale. Lo fu anche in quell’anno, era il 1977, nati tutti sullo stesso asfalto, ragazzi ed amici da anni, cresciuti a pane e pallone. Ed un prete, Don Francesco Griggio, un saggio uomo che aveva fatto diventare quell’Oratorio un paese. Insieme al nostro allenatore, Luciano Savani, costruimmo il nostro ultimo anno di allievi, poi ci sarebbe stata solo la Categoria, che era oggettivamente altra roba.

C’era voluta un’estate per comporre quella squadra, poi avevamo solo macinato polvere su quel terreno. Eravamo sedicenni, quindicenni, quattordicenni (pochi) d’assalto, semplicemente perché mettevamo il calcio sopra ogni cosa.

Il Dio del calcio era il nostro Dio, e ce lo ricordavamo anche davanti ad un altare, poco prima di giocare, alla obbligata Santa Messa. Il mister semplicemente il nostro profeta. Costruirono quella squadra con saggezza perché quella squadra poteva vincere; un libero che si chiamava Claudio Grieco e che veniva da Baires, uno di quelli che usciva palla al piede dall’area di rigore e voleva giocare al calcio, anche sul fango.

Un portiere non altissimo ma plastico, Marco D’Ambra, che faceva miracoli; agile, bello a vedersi, senza scottarsi su nessuna traiettoria. Chissà se è un caso, oggi continuare ad usare la mani benissimo, fa il fornaio. Una difesa di ferro, con un terzino impossibile per gli avversari, Andrea Granelli, adatto per scardinare qualunque attaccante; gli potevi fare ogni finta, passaggio o triangolazione di perfezione assoluta, lui rompeva tutto ciò che era trama. Stefano Godani, svelto e potente, esterno di difesa, allora terzino o ala tattica. Poi l’uomo simbolo, Gianluca Capellazzi, un capitano in campo, ottimi movimenti senza palla, il più saggio e posato, una bella corsa e la tranquillità in un reparto già agitato di per se, con Lamberto Maccari, il più bello, quello ricercato dalle ragazzine, lo stopper più forte con il quale io avessi mia giocato; nel mezzo Davide Montefiori, pulito, geometrico, uno che sembrava un vulcano spento e poi partiva micidiale accanto a Pino Bizzi, un vulcano perennemente acceso; con lui volavano pallone ed avversario, non c’era distinzione. In attacco Sergio Pierotti, l’ala, vecchio stampo, Armando Napoletano, il centravanti che giocava il pallone e che segnava, Maurizio Suarat, l’ala sinistra che provava a sfondare con la velocità. Con noi Torri, Pavan, Lagumina, Sulvi, Matteassi. Ponzanelli, Che la squadra fosse forte se ne erano accorti in molti, anche nelle amichevoli; andammo al Pio XXII per battere il Genoa in casa, giocammo molto bene con la Fiorentina, vincemmo parecchio in estate ed a settembre. Che fossimo alle superiori, che ci fosse perennemente da studiare, che le prime ragazze ci chiedessero di non spendere le domeniche dietro ad un pallone ma alla loro gonna, era solo un dettaglio. Perchè era il calendario delle partite di quell’ultimo anno di allievi che scandiva la nostra vita. Era una squadra che suscitava un sacco d'allegria, che aveva le maglie rossonere, ma quando si cominciava a giocare, si scopriva che non era per niente facile farci fuori. Affamati del pallone. Sempre. Eravamo gente comune, piccoli uomini considerati nel loro divenire, eravamo il gruppo, in cui ogni voce è partecipe e singola. Il primo gruppo vero della nostra vita. Questo era il calcio che si giocava allora e noi lo bruciavamo con le nostre forze, e ci faceva uscire dagli spogliatoi con i borsoni in spalla, forti come fossimo paracadutisti. Poi iniziò il campionato ed alla prima giornata pareggiammo contro il Rebocco, ma si sa, bisogna amalgamarsi bene quando inizia il torneo vero, così dissero i tecnici. Nella seconda domenica perdemmo in malissimo modo contro il Canaletto, o meglio non facemmo quasi nulla ne per vincere ne per pareggiare. Nella terza partita, ancora fuori casa, dovevamo giocare sul campo di Fezzano contro il Cadimare; lì c’era poco da pensare, bisognava reagire. E la partita incominciò benissimo visto che dopo 20’ vincevamo 2-0 con reti di Godani e Pierotti, sotto un cielo esagerato di pioggia. Ma tutto cambiò , proprio come il tempo; negli ultimi 10’ vivemmo una specie di incubo; 1-2 2-2 al 90’ e poco dopo, in pieno recupero 3-2 per loro. Un rete di un attaccante capellone e ricciolone, che si chiamava Piciano, ci aveva messo a terra, noi, la squadra di imbattibili paracadutisti. Entrammo nello spogliatoi incazzati, una lite dopo l’altra, scarpe che volavano, insulti, il vaffanculo che troneggiava nell’aria, quando era un vaffa. Un tunnel vero, nel quale si era infilata una super squadra. Fatto fu che il martedì la società ci portò al primo piano dell’Istituto dell’Oratorio, dove troneggiava la nostra sede. Ci chiusero dentro e ci fecero scannare tra noi, cercando di spiegarci l’uno con l’altro, se non di piegarci visto come stavano andando le cose. Lì scopri che il pallone piace a tutti, un po’ come le donne; ma almeno quello è necessità condividerlo, se sei una squadra. Diciamo che ci chiarimmo, fatto è che da allora, e passarono i mesi di ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, non perdemmo mai più. In testa alla classifica, solitari. Da dominatori, reti su reti, dribbling dopo dribbling. Allenandoci all’oratorio, per la maggior parte, tra le mura della chiesa; il muro, si, il muro? Di solito giocava con entrambe le squadre, aiutando chi aveva il pallone tra i piedi. Un’esperienza comune a molte generazioni, oggi non più possibile. Raccontava uno scrittore sudamericano che “la parete è sempre il miglior compagno di squadra, restituisce la palla di prima e non protesta mai”. Muri che trovavi anche per la strada, sponde ed ostacoli, che tutti usavamo come estremi per lavorare la palla. Quella squadra era nata così, sentimento, un po’ di poesia e calcio. Andammo ai quarti di finale, una mattina di fine aprile, giocammo ad Ortonovo, vecchio stadio della Dogana. Appuntamento alle sette del mattino per la partita, si giocava alle 9. Forse non arrivammo mai, perdemmo dopo mesi 2-0 e c’era poco da fare, eravamo con un piede fuori dalla stagione. Facemmo una settimana tosta di allenamenti tra l’oratorio ed il nostro campo, il Bonanni, una sorta di catino ribollente, quando giocavano i padroni di casa della Chiappa, un po’ più morbido per noi. Ma in quella gara di ritorno con l’Ortonovo, le tribune erano piene; erano le 17 di un pomeriggio di maggio e tutti eravamo arrivati al campo ore prima. Undici furie fecero fuori l’Ortonovo, 1-0 2-0 3-0 4-0, 4-1 fino al 88’ quando Fausto Torri, un’ala mancina dal passo svelto, andò sul fondo del campo e dalla sua posizione preferita, fece un cross che girai in rete di volo, di sinistro, come avessi ricevuto la palla da un muro, da una parete, un passaggio perfetto. 5-1 e basta lì, eravamo in semifinale; non tutti per la verità. Nessuno avvisò Granelli che oramai tutto era definito, e lui continuò a cacciare tutti gli attaccanti passassero sulla linea degli undici metri nostri, azzoppando, fermando, tritando chiunque anche solo pensasse di transitare da lì. Quando vidi estrarre per lui il cartellino rosso, non rimasi per nulla stupito. La semifinale era in gara unica, ed affrontammo al vecchio Cerulli, il Ceparana. 1-0 subito, segnai di testa sviluppando un’azione confusa da corner, poi attendemmo l’avversario per minuti, colpimmo anche un palo, tenemmo loro lontani fino all’89 quando un’ingenuità difensiva di Grieco, quello che arrivava da Buenos Aires, regalò un rigore agli avversari. 1-1 rimase anche dopo i supplementari ed andammo ai rigori. L’ultimo risultò fatale e non poteva essere diversamente, visto che sul dischetto andò Stefano Godani la cui forza e bravura in campo era inversamente proporzionale all’abilità nel tirare dal dischetto. Centrò un palo della luce in pieno, il Ceparana esultò ed andò in finale. Quella per il 3-4 posto finì presto per me espulso dopo 5’ al fischio di un rigore per il Molicciara. Ma la storia si era oramai consumata. L’ultimo anno da allievi era stata un‘avventura di 10 mesi, bellissimi, di amicizie, di storie e di sentimenti, di forza, crescita. Il calcio non era solo una metafora, ma tutta la gioventù di ognuno di noi. In quella squadra il pallone attraversava l’atmosfera viaggiando con la nostra gioventù. Poteva essere preda di un rimpallo fortunato o di un avversario, ma tornava da noi. Quando era giorno di partita era giorno di festa, tra ragazzi e dirigenti. La vita non passava, scorreva con noi. La penso come un collega, si chiama Cristiano Cavina, e farò, giuro, come lui. Un giorno, quando sarò davanti al vero Dio, lui si siederà accanto a me e mi chiederà di raccontare i miei peccati, le mie mancanze, la mia testimonianza, ed io vorrei ricordargli di quel fantastico anno. Gli parlerò dell’altro Dio, quello del calcio, e della magia che a volte sa dispensare a chi ha abbastanza coraggio per credergli, seguendolo in campi polverosi e di asfalto. Anche in un’ultima, indimenticabile, stagione da allievi

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