Il calcio è poesia-Ferenc Puskas football club
- Cannoncino pum morì una notte di polmonite, tra il 16 e il 17 novembre 2006, all'età di 79 anni, in una casa di cura di Budapest, dalle larghe finestre, che quasi aprivano ad un‘altra vita. Lì aveva vissuto gli ultimi anni grazie a un vitalizio del governo ungherese. Scrisse Eduardo Galeano che il suo sinistro “era contemporaneamente cannone e guanto”. Come facesse uno come Ferenc Puskas, è di lui che raccontiamo, a disegnare le parabole più perfette del calcio pur essendo tarchiato e grassoccio, non si capiva, ma così era. Arte di trasformare i limiti in virtù, forse solo come il Padre Eterno sa fare, con tutti i pensieri e le disavventure che ne condizionano il fisico.
Del vero Dio aveva sentimento e pensiero, e come Dio non stava mai fermo da calciatore “Nunca nunca, jugamos a Football siempre” raccontava in spagnolo delle sue giornate da ragazzo. Poi, forse Dio e lui, decisero un giorno di creare una squadra a loro immagine e potenza, la mitica Honved. Anche elemento di propaganda politica, perché no. Lo era l’Argentina di Videla, Agosti, Lacoste, nel 1978 campione del Mondo, o il Brasile. Lo era il Brasile del 1970 creato da Havelange ed i militari ed affidato al comunista Jao Saldanha, che appena diventato inviso al generale Medici, fu sostituito da Mario Zagalo. Lo erano anche gli apostoli di Gesù, che con Giuda escluso, rimanevano giusto in undici. La sera che Puskas spiegò ad un regista spagnolo cosa fosse per lui il calcio fu chiaro:”Ho amato il football più della mia vita”.
Quella stessa che, grazie al suo arrivo al Real Madrid di Di Stefano, lo fece naturalizzare spagnolo. Quella che da ex ufficiale dell'esercito ungherese, lo aveva obbligato a rifugiarsi in Italia, poi in Spagna a seguito della rivoluzione ungherese. In ben nove campionati nazionali (otto in Ungheria ed uno in Spagna) fece più goal che partite giocate, basta ed avanza. E poi l’Ungheria dei mondiali 1954, poeti in campo. Scrisse Ivan Scarpe, giornalista ed editorialista al tempo del Calcio Illustrato che “gli spettatori ungheresi odono dalle linee laterali i giocatori che chiamano la palla, dopo aver cambiato mille posizione. Continuamente. Molti non vogliono la palla, qui tutti, è il sentimento del calcio, la non paura, Mi viene da dire che Puskas o Czibor quando batterono l’Inghilterra a Wembley l’unica volta che si trovano sulla linea laterale o fermi, era per bere”. E’ a questo calcio che un giovane scrittore d’oggi si aggrappa, lasciando a casa l’eterna fabbrica di spiantati che oggi è il pallone, per recuperare la poesia e forse deriderla un po’. Passando tra le righe della comica del pallone. Nasce così "Ferènc Puskàs Football Club", un racconto sul calcio che prende ispirazione dal mitico attaccante ungherese; ne è il soggetto principale che ispira il libro, realizzato dal giornalista Maurizio Binzeschi, da anni collaboratore del Secolo XIX e de Il Nuovo Corriere di Lucca. Binzeschi, nella sua opera, 170 pagine circa, parla di due italiani appassionati di calcio che si spingono sin in Ungheria, rilevano una squadra di calcio e l'anno dopo gli cambiano nome intitolandola a Puskàs. Si parla di calciomercato e si fanno capire al lettore i motivi che spingono gli imprenditori a comprare squadre di calcio, che danno loro notorietà. Ma in taluni casi, come in questo, rappresentano forti fonti d'investimento, lanciando calciatori sconosciuti, pagandoli due quattrini e rivendendoli a cifre importanti. Ampie finestre biografiche delineano le figure di Puskàs, ma anche di Hidegkuti e di quella che fu la grande Ungheria che a metà degli anni '50 rifilava 5-6 reti a partita a nazionali importanti, tra cui l'Inghilterra, umiliata da Puskàs e compagni a Wembley con uno storico 3-6. Alla fine resta un sinistro e la finta che nascose perfino a Dio il pallone. Quello, al buon Signore, Puskas non lo avrebbe mai lasciato.
Martedì 31 agosto 2010 alle 10:21:20
ARMANDO NAPOLETANO
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