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Il calcio è poesia - Ditelo a Donadoni

Il calcio è poesia - Ditelo a Donadoni

- Gennaro ’o pennellone vive in un piccolo paese del casertano, che si chiama Teano. Abita in vicolo Viola, ed ha sempre gli zigomi arrossati, ed un’aria pesante assai. Lui dorme con la maglia della nazionale perché è uguale a quella del suo Napoli, poi la mattina se la toglie e se ne mette una tale e quale. Il pomeriggio desidera riposare un po’, perché è doveroso, da quando è in pensione. Lavorava alle poste, diciamo che lavorare è un termine forte assai, non è che gli piacesse molto. Gennaro ’o pennellone giocava al pallone, in un campo della periferia del paese, che un tempo era gestito da un contadino. Ci aveva piantato ortaggi, frutta e di tutto un po’, e non se ne voleva andare. Allora scaricarono sul posto un camion di bambini che rasero al suolo tutto e ci costruirono il loro stadio. Dicono che su quel campo, per allenarsi per i mondiali del 1938, ci avesse giocato il Brasile e avesse fatto due gol il mitico Leonidas. “Che devo dire...” raccontava il prete del paese quando gli chiedevano conferma; neanche lui sapeva se era verità o leggenda. Gennaro, da calciatore, era na’ schifezza. Spariva per la quasi ora che l’allenatore lo chiamava in campo. Diceva di essere dolente in qualche muscolo ogni partita che fosse, aveva pensieri estatici. Gli amici indagavano senza però trovare il problema. Era statuario in campo, ed il pallone, quando batteva sul batacchio del suo piede non d’autore, emetteva un gemito alquanto strano, dicono di fastidio. Era formidabile però, vista l’altezza, nelle plongeons cioè le bloccate sul petto, oggi in disuso. Solo che la fermava con le mani, la palla, ed era sempre punizione per gli avversari. Il 3 luglio del 1990 Gennaro ’o pennellone era a casa sua, davanti alla tivvù. L’Italia affrontava a Napoli l’Argentina per la semifinale del campionato del mondo. Subito è calcio, lotta appassionata, con Gennaro che si scalda. Il canovaccio tattico dell’Argentina con Serrizuela e Olarticoechea su Schillaci e Vialli. Qualche fallo di troppo “Ahheee, nu’ babbà”, grida ’o pennellone. All’8’ l’Argentina ha la prima trama di gioco effettiva e porta addirittura un desaparecido, Burruchaga, al tiro con Zenga che blocca e Gennaro che si alza trafitto dal dolore di un possibile gol. Poco dopo ci prova Vialli da un aborto di cross di De Napoli. La tensione del gioco e della poltrona di Gennaro è spasmodica, l’azione è bella e travolgente da ambo le parti, finché l’Italia passa. De Napoli confuso per Giannini che ha il tocco del purosangue in palleggio e di testa alza verso Vialli che rigirandosi molla un destro. ’O Pennellone segue in piedi la traiettoria, Goycoechea è ingenuo perché respinge con i guanti davanti a sé e qui trova la pantera Schillaci che segna. Gol! Per l’Italia e per Gennaro. E poi il secondo tempo con Gennaro che non si muove dalla poltrona, imbavagliato dalla tivvù, tutto d’un pezzo nel suo completo azzurro. Angelo e demone, ispirato ed assatanato Schillaci, Gennaro mandato in visibilio se lo sbrana attraverso lo schermo. L’ora si fa tarda, e si fa sentire quella passeggiata fuori dalla Fontana, fatta in mattinata. Gennaro cerca mariolerie che invece di trovare l’Italia trovano i sudamericani. L’arciere Zenga, nei tuffi così bello e sinuoso, nelle uscite e nei mucchi si smarrisce. “Chill’è così”, commenta Gennaro. Fatto è che Caniggia si alza e fa 1-1. Bilardo in piedi si agita e smania per tutto il finale fino ai supplementari, Vicini lo guarda smarrito. La notte incombe, dissennato match. Ci si mette anche Vautrot, l’arbitro che prolunga di un po’ anche i supplementari perché nel secondo tempo extra non è successo nulla. Si va ai rigori che Gennaro vede tutti in piedi, o quasi tutti. La voce da cornacchia di Bilardo in mezzo al campo fa quasi da sonnifero a Gennaro che comincia a vacillare. Subito Baresi dal dischetto, gol, poi Serrizuela sotto una montagna di fischi 1-1. Baggio, invitato ad alzarsi i calzettoni fa 2-1. Poi Burruchaga, Zenga fintato 2-2. De Agostini si mette la palla sul sinistro e fa 3-2. Tira Olarticoechea e Zenga è praticamente seduto, proprio come Gennaro che ha quasi gli occhi chiusi. Quando al tiro va Donadoni è notte per davvero, buia come le notti più buie. Quando Gennaro ’o pennellone, vinto dalla stanchezza chiude l’occhio, ad aprirlo bene resta solo Goycoechea, che vola sulla propria sinistra mostruosamente a deviare... nel sonno, di Gennaro... che è già spento sul divano... nel silenzio... quando l’Italia è nel silenzio, che sembra fatto per lui, per dirgli buonanotte...Toccherà a Maradona e poi a Serena, ma la luce sul mondiale dell’Italia si è spenta veramente. Gennaro si sveglierà solo alle 7,30 della mattina dopo, con la sua maglia addosso, pronta per esser cambiata con una uguale, tale e quale e non chiedetegli perché. Scende le scale, va dal lattaio per il mezzo litro tutto scremato, torna su e si sente stanco, rinunciando alla passeggiata, fuori dalla Fontana. Addio all’Italia ed ai nostri sogni più perduti ma non per tutti. Gennaro ’o pennellone ha continuato la sua vita dicendo chiaro che Donadoni, per lui, quella sera fece gol. Nel sogno di un uomo, rimasto nell’incanto. Ci hanno provato gli amici del Bar sport a convincerlo del contrario ma lui ha detto no, che proprio non si può fare. Tonino ’o breve, suo fratello Franco, Totò Buonriposi, perfino ’o strunzo, si sono messi lì, con santa pazienza assai, ma non c’è stato modo. Donadoni spiazza il portiere dell’Argentina e porta in finale l’Italia, una finale che ancora si deve giocare, 14 anni dopo. È inutile, il sogno è rimasto talmente fresco nella memoria del Pennellone che gli potete raccontare tutto quello che volete ma lui non si discosta. L’ha vista così e la mente ha trasferito al cassetto della sua memoria la fotografia che voleva. L’Italia attende la sua finale, che prima o poi arriverà. Voi, intanto, ditelo a Donadoni.

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