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Il calcio è poesia-Alberto e la Sla. Un eroe di stopper

- La “stronza” ha squarciato il cielo sopra un appartamento di via Filzi circa tre anni fa. Ed ha cambiato la vita di due ragazzi che allora hanno capito che l’amore, parola bambina e vecchia, non è solo un qualcosa del quale si riempiono la bocca gli uomini, svuotandone il senso. Alberto lo sa, Roberta anche, ancor di più da tre anni circa, da quando cioè da piccoli crampi ad una mano, lui avvertì che qualcosa stava cambiando. Era la Sla. Alberto Corona, 47 anni, faceva lo stopper, ai suoi tempi si chiamava ancora così, quando il calcio era ancora pochi lustrini, tanta allegria. Muscolare, roccioso, stava perfino bene con addosso le maglie di Canaletto, Marinasco, Pianazze. Il numero 5 sulla schiena, una borsa da calcio sempre dietro, che lo faceva sembrare fiero come un paracadutista. Giocava con la passione che nutrono i ragazzini, perché nulla si ferma e nulla si distrugge quando corri dietro ad un pallone. Oggi è disteso davanti a noi, corpo inerte, ma mente lucidissima, riesce ancora ad esprimersi :”Quello che mi fa incazzare -dice con forza, stridendo i denti- è che questa malattia non è solo di chi la subisce, ma di tutta la famiglia; coinvolge altre persone, è una cosa che non riesco a perdonarmi”. Circa tre anni fa era in Piazza Europa a festeggiare le reti di Ibrahimovic a Parma, tali da regalare uno scudetto alla sua Inter, soffertissimo. Poi piano piano la consapevolezza di avere in casa la Stronza, come Borgonovo chiama la Sla, la sindrome laterale amiotrofica, un motoneurone che degenera. Una caduta davanti a casa, finì per dire tutta la verità. E ci vuole coraggio nel parlarne anche a te stesso, specie se, come avviene a lui, ti negano anche la pensione di accompagnamento, perché quando fai domanda, davanti alla Commisione ci arrivi con le tue gambe.”Eppure -racconta il suo grande amico Mirco, che di mestiere vero fa il portiere da una vita, perché chi nasce tra i pali lì resta- sanno benissimo che è una malattia degenerativa, gli dissero semplicemente di fare ricorso”. Ad Ottobre la sentenza, si spera diano una mano. Non ha mai pensato che quei sintomi fossero uno scherzo:” Avvertivo problemi, c’era sempre Borgonovo alla televisione, se ne parlava, associavo continuamente le cose. Poi un giorno al Cisanello di Pisa, un medico ti guarda negli occhi e ti chiede ‘ha figli, quanti anni ha’ e tu leggi lì dentro il tuo destino”. Amici tanti, che gli hanno anche raccolto fondi grazie ad un concetto Jazz e poi si sono organizzati per coinvolgere lo Spezia calcio. Proprio domani, giovedì, Alberto sarà a Pisa nel pomeriggio per l’ennesima visita ( ha terminato un protocollo sperimentale), poi arriverà in tutta fretta al Montagna dove giocano per lui. Che esce poco di casa, che ha perso la sua motilità, che non può rincorrere più centravanti. Javier Zanetti, dall’Inter, gli ha inviato una maglia autografata, ma nel suo cuore c’è anche lo Spezia. Ha voglia di parlare:”Quello che è incredibile è che la malattia ha fatto si che mi amassero anche i centravanti che picchiavo in campo, da difensore. Poi gli amici di vecchia data, quelli di scuola e di lavoro presso la ditta di Sarzana dove facevo il manutentore di fotocopiatrici. Il titolare oggi mi considera un fratello”. Il tronco immobile non ne può cancellare il pensiero, la Stronza gli ruba tutto ogni giorno, ma non il cuore. Roberta non lo molla un attimo, dietro di loro la foto del matrimonio celebrato nel 1991, nella stanza accanto Martina 9 anni, Michele 16, che hanno capito da tempo. “Con la Asl siamo riusciti ad espletare alcune operazioni facilmente- racconta la moglie che ha dovuto smettere di lavorare- ma per l’Assistenza siamo in grande difficoltà. Michele ora torna anche a scuola, e lui mi dava una grande mano. Abbiamo aiuti da amici, se avessi dovuto pensare a pagarmi l’assistenza saremmo sulla strada”. Per un attimo, nel corso della diagnosi, i medici hanno visto una via di collegamento familiare, fortunatamente però persa. Alberto è infatti cugino di Giorgio Rognoni, centrocampista del Milan, della nazionale, del Torino, che morì proprio di sindrome laterale amiotrofica nel 1986, a soli quaranta anni. Ma non c’è consanguineità:”Sarebbe stato un dramma nel dramma- dice con la stessa forza del marito Roberta- il suo caso fa parte di quel novanta per cento di sporadicità della malattia, il dieci è genetico e familiare, avrebbe coinvolto anche i nostri figli. Io da anni leggo tutto su internet, e spero forte. Passi se ne stanno facendo molti, è un bene che se ne parli”. Riesce perfino difficile raccontare una storia così, dei tanti malati, anche nella nostra città (si parla di altri due calciatori dilettanti), che spesso non trovano neppure il coraggio di uscire, quando sono loro i primi ad insegnare a noi il coraggio. Resta la coscienza del vivere, che appare sempre in un sorriso seppur abbozzato; il suo non è davvero inerte, pallido, passivo, specie quando parla di calcio:”Vedo tutto, da quello italiano al Portoghese, tutto. E lo Spezia che amo di più è quello di Telesio, Ferretti, Borgo. Gente che lottava”. Coscienza quindi solo chiusa nel corpo, miracolo della natura, che lei stessa danneggia. Non è il calcio che lo ha ridotto così (“ a Pisa non mi hanno chiesto neppure se giocavo”), il destino magari: quando tutto è fermo lui vola, quando è buio lui ci vede bene. Baggio definì Borgonovo “un eroe moderno”, Alberto è qualcosa di più, un “eroe di stopper”. Come Stefano Marangone, 42enne ex calciatore dilettante di Rivignano (Udine), che fece sapere a tutti qualche mese fa su un blog, che era malato di Sla e chiedeva di non dimenticare i giocatori dilettanti colpiti da questa patologia. Anche lì c’è una magnifica donna dietro, si chiama Paola. A casa Corona, sul personal computer usato da Michele, sempre davanti a lui, foto dei quattro di famiglia. Uniti come non mai. Uno stopper e tre storie, contro la Stronza, aspettando il sole.
Giovedì 16 settembre 2010 alle 10:04:42
ARMANDO NAPOLETANO
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