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Ultimo aggiornamento: Venerdì 19 Ottobre - ore 16.31

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Il buco nella tela del ragno

racconti

Il buco nella tela del ragno

- A chi scrive sembrava tutto veramente nuovo, lo stadio come un’aeronave di sole, poi cominciò
la partita ma non fu tutta una frenata. Sono
entrato per la prima volta in uno stadio che avevo
nove anni. Papà, che era stato portiere, che più
che dall’autentico valore doveva guardarsi da mia
madre, costantemente appostata dietro la sua
porta, mi volle con lui al vecchio Comunale di
Torino. C’era Torino-Milan, il giorno prima rinviata
per neve. Ricordo anche fosse gennaio, il
mese della ripresa delle scuole dopo le feste ed i
regali. Sì, lo stadio mi sembrò una splendida
aeronave, immensa, gelida, ma accogliente, con il
freddo che ti entrava nelle ossa. Ero ancora un
bambino, ma già pronto a bagnarmi ed a insecchirmi
le ossa sotto il diluvio di turno o gelare tra
la neve. Il Milan era la mia squadra, così avevo
deciso, anche se il fatto di essere nato a Torino per
un po’ mi aveva fatto amare i colori granata. I
miei zii abitavano ed abitano ancora oggi nei
pressi del vecchio stadio, e bastava percorrere
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neanche di passo lungo tutto Corso Filadelfia per
sentire già il boato ed arrivare proprio dalla parte
dell’omonima curva. L’ho fatto spesso da allora. Il
Milan, dunque, che quel giorno non aveva colto
quel successo pieno che avrebbe meritato e che
gli sarebbe valso ancora il primo posto da solo in
classifica e non in coabitazione. Gli uomini di
Rocco, furono però spesso al bando dei granata,
questo lo ricordo bene. Quando le squadre si
schierarono ebbi i primi brividi, faceva freddo,
indubbiamente. Papà non trovò di meglio che
farmi sorseggiare appena qualcosa che sapeva di
alcolico. Ressi, ed il caldo venne. Il resto lo fece
la vivacità agonistica della partita, mentre di
freddo c’era anche l’atteggiamento del mio
Milan. Da lontano, nell’altra porta, quella a cento
metri da me, il Ragno Nero, Fabio Cudicini, il
mio portiere. Eroe evocativo per eccellenza nella
mia mente di allora, anche perché iniziavo a giocare
al calcio e mi schieravano terzino, vicino
vicino al numero 1. Senza avere eleganza innata
nel gesto, era grande, capace di parate da mozzafiato.
Il Torino giocò, io ressi, il Milan con me,
poi come sovente accade, la squadra che attaccò
di più finì per andare al riposo in svantaggio. Era
il 24’, Rivera battè un calcio di punizione per
fallo di Cereser su Rognoni ai limiti dell’area,
quasi all’altezza della linea di fondo. Faccio fatica
a scorgermi, sono tutti i piedi. La palla parabolicamente
spiove in area, Maldera la colpisce di
testa, a me sembra già gol quello. Castellini,
però, la devia in tuffo contro la parte inferiore
della traversa, e quindi rimbalza a terra, proprio
davanti a Villa, che di testa non ha difficoltà ad
insaccare. Mi guardo attorno, non so se è lecito
gioire, sono sempre a Torino, e sono piccolo ma
milanista. Qualche reazione la accenno, papà mi
guarda, ci siamo perfettamente capiti. Poi ci
ragiono su; in una partita ed in una gradinata c’è
sempre un gelataio che lavora e si fa circondare.
Qui magari serve qualcosa di caldo, e chiedo un
tè a papà. Mentre bevo, Cudicini fa miracoli,
poco dopo sbaglia Puja. Al 32’ o giù di lì
Schnellinger tocca la palla con la mano in area,
ma l’arbitro ritiene tutto involontario. Nulla fino
ad allora ha frenato la mia fantasia di bimbo. Il
calcio è lì davanti a me, con due squadre che si
pareggiavano e che ora vedono una prevalere, con
una che ha un suo artista, forse Rivera, ed una no.
Oggi per i bambini si fa presto a costruire un
personaggio, un Dio, a mettergli le mostrine del
fenomeno. Allora no, ed io scelsi il mio fenomeno
non tra i piedi di Rivera ma tra le braccia di
Cudicini. Per accontentare papà., intanto, basta
davvero poco, almeno una smorfia. Sto bene,
bella giornata, grazie di tutto. Nell’intervallo il
freddo ripicchia, la neve è ai bordi della curva,
risento in bocca qualcosa di alcolico, un’altra goccia,
mi basta per riprendere fiato. La scuola dell’oratorio
si sente, il calcio mi annulla tutte le
sensazioni: freddo, fame, sete. Sogno di esserci
anch’io lì nel mezzo, architrave del gioco, con
piazzamento e continuità di registro, con un inimitabile
senso dell’altruismo. E ben piazzato, per
continuare l’azione. Il pomeriggio lo allunga il
secondo tempo, con il Toro che gioca ancora più
aggressivo e che già dopo un minuto raccoglie i
suoi frutti. Sala serve Agroppi al limite dell’area,
ed il mediano lascia partire un rasoterra secco ma
non difficile: incredibilmente Cudicini si lascia
sfuggire la palla tra le gambe ed è il pareggio.
Scosso dal boato, guardo e riguardo quella palla,
ed è proprio sotto la mia curva a due passi da me.
Non può essere, non ci credo. L’ho visto fare solo
a Filippo, un amico portiere all’oratorio, talmente
lungo da impiegare una giornata per accasciarsi
su ogni palla e quindi portato al pasticcio
colossale. Ma a Cudicini no, lui, pieno di valore
più che spettacolare, sempre convincente. Chi è
lo stratega di questa frittata? e questa non era
un’aeronave di sole? Cudicini, quello che ha il
senso del tempo, che ha intuizioni fatate, che non
avrebbe mai incassato gol per me, in quel primo
pomeriggio in uno stadio vero. Davanti a me, che
quel giorno avevo deciso di non spartire nulla con
il mondo, di vivere come sopra una nuvoletta,
con la mia arte povera e la mia educazione. Come
in campo, da giovane calciatore: mai un fallo. Ero
vinto dalla rassegnazione. Vedo con i miei occhi
quello che leggerò più avanti, da grande, tra le
righe di un libro di Eduardo Galeano: «Calcio
come arte dell’imprevisto, dove meno te l’aspetti
salta fuori l’impossibile, il nero allampanato e
sbilenco che fa diventare scemo l’atleta scolpito
in Grecia». Un tiro allampanato e sbilenco che
aveva ucciso Fabio Cudicini, questo avevo visto.
Seguì una lunga fase di gioco a centrocampo,
come se entrambe le squadre fossero paghe del
risultato e non mi volessero rovinare ancora il
pomeriggio. Ma al 33’ il Milan si salvò miracolosamente
dalla capitolazione. Rampanti lanciò
Pulici che scattò velocissimo e quasi dalla linea di
fondo centrò in corsa. Arrivò Gianni Bui che
colpì di testa con Cudicini battuto, ma proprio
sulla linea Schnellinger riuscì a respingere.
Ancora un’azione di Puja, un tiro di Fossati. Finì
con il grido cadenzato della gente granata:«ladri
ladri». Finì così anche il mio pomeriggio di calcio,
il primo. Tornavo ad essere terzino e bambino,
a calcare il campo dell’oratorio ed a sfondare
scarpe, a cercare prodezze lanciate. Avevo scoperto
il buco nella tela del ragno nero, il vermuth, il
freddo pungente, i gradoni di uno stadio, una
curva. Tutte cose uniche, importanti, nel contesto
nel quale mi ero cacciato.

( tratto da Il Calcio ragazzino, Edizioni Cinque Terre)

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