Il Subbuteo di Natale. Il piccolo Cruijff
a story
- C’è un solo modo per rivedere in campo il Grande Torino di Mazzola e Loik ed aggiungerci Claudio Sala e Pulici; il Brasile di Pelè con vicino
Falcao, l’Inter di Moratti papà, con Vieri e Ronaldo lanciati da Jair. Non è uno stadio dei sogni, non viene dall’impossibile. Non c’è neanche
bisogno di far leva sui sentimenti profondi, sull’immaginario collettivo, sul dovere della maglie e dei sogni dei bambini. Avviene tutto su
un tappeto verde, con giocatori spinti a correre ma che poi sembrano farlo davvero. Io, uno stadio così, me lo sono inventato su un pianerottolo e quel gioco si chiamava Subbuteo. Al primo piano di uno stabile di periferia, c’era chi si era creato un rettangolo di panno, aveva piazzato due porte e tanto di spalti. L’avversario era quello
di tutti i giorni e, giusto per rendere un po’ suggestiva la sfida, si chiamava Josè. Quel pomeriggio di settembre di tanti giorni fa, decidemmo che poteva andare in campo la sfida del secolo, la
nostra gara per la vita. Non fu neanche necessario pensarci troppo su: lui scelse il Portogallo, io semplicemente l’Ajax. Tirammo fuori dallenostre borse le confezioni, le lustrammo, le caricammo.
Aspettammo che nel primo pomeriggio gli inquilini del secondo piano necessitassero come era solito, del loro riposo del guerriero e non disturbassero con il passaggio forzato verso l’uscita almeno per un’ora. Decidemmo anche di giocarcela in due tempi di 30 minuti e ci posizionammo. Il Portogallo non lo sapeva, forse, ma quel giorno scese in campo con José Pereira, Festa, Baptista, Carlos, Hilario, Garça, Coluña, Augusto, Eusebio, Torres, Simoes. Dall’altra parte c’era il mio mito, l’Ajax, figlia di Olanda, che magari parimenti agli avversari, ancora non lo sapeva, ma stava per scendere sul panno antico con questi magici 11 giocatori in miniatura: Stuy, Suurbier, Krol, Neeskens, Hulshoff, Blankenburg, Rep, Haan, Cruijff, G. Muhren, Keizer. Scegliemmo anche l’arbitro, ed il nome ricadde su un tale inglese, mister Dagnall, del quale avevamo letto bene pochi giorni prima sulle pagine della Gazzetta, ma che per necessità e virtù altro non era che un giocatore malandato di una vecchia squadra, rincollato almeno tre volte dopo rovinosi scontri. In rigorosa giacchetta nera dipinta, però. Alle 15 era tutto pronto e l’atmosfera si era semplicemente caricata di tensione, tanto che regalammo qualche autentica perla al pomeriggio dei nostri giocatori.
Blankenburg rigidamente biondo, il pennello nero che disegnava la barba di Hulsoff, la fascia di capitano di Johan Cruijff con il numero 14
sulla schiena, mentre le scarpette di Eusebio erano state dipinte di giallo, quasi per distinguerlo da tutto il resto. Torres, poi, sembrava
quasi magicamente leggermente più alto di tutti gli omini di plastica che erano sul panno, come nella vita reale appariva un dinoccolato pennellone. Tutto iniziò nel silenzio più totale, con l’Ajax
che ebbe l’onore del tocco di dita d’inizio. Che dovesse essere una battaglia era scritto negli astri e, caso più unico che raro, iniziò proprio in quel momento a piovere piuttosto copiosamente, tant’è che il vento spesso oltrepassava la linea di frontiera di quel portone chiuso, per condizionare non poco le traiettorie della palla. L’Ajax fece
quello che doveva fare, arretrò ed attaccò in massa, due tocchi e via verso i difensori, con Neeskens pedina tattica di costruzione. Il Portogallo si difendeva bene ma al minuto 10 un attacco rapinoso di Rep riesce ad aprire un varco per Cruijff. La pedina si muove con velocità,effettua un primo tocco poi si inarca all’indietro per sparare la botta. Josè Pereira si oppone con la stecca, la palla rimbalza sul palo e viaggia verso l’angolo. Il Portogallo piano piano riprende possesso
delle linee tattiche e proprio nel mentre quello del quarto piano passa a cavalcioni sul campo, piuttosto divertito, Graça e Coluña confezionano il vantaggio. Haan è vittima di un incidente quasi fortuito e nel tentativo di colpire la sfera fila invece dritto giù dal gradino, Graça se la ritrova alla base, effettua un tocco largo, poi
da fuori area spara il siluro micidiale. Per quanto Stuy si muova a tutta stecca e quasi faccia sballare la porta, la sfera finisce nel sacco. Portogallo 1 Ajax 0. Il Portogallo continua imperterrito a cercare
le linee del gioco, le dita menano per il campo fantasmagoriche giocate, non scappa una parola fra gli avversari umani. Sul panno, quei ventidue, sembrano più che reali e Torres, sempre lui, è più dinoccolato che mai, e devo dire, continua a sembrare più alto delle altre pedine. Al 28’ sempre del primo tempo Rep pianta lo scatto,
frana su Carlos provocando danni, ma riesce a tirare. Palo, stecca, Pereira, fuori. E qui finisce il tempo, giusto per invertire le parti. Non vola una mosca, gli omini sono ancora dove devono essere
con Eusebio e le sue scarpette gialle che pur coinvolte spesso non sembra partecipare fino in fondo. Coluña, invece, è più corposo che solido tanto attento a non lasciarsi trascinare in avventure
chiozzotte sfera al piede. José Pereira, poi, è una plastica perfettamente tonda, scattante, magnificamente miniaturizzata. Non discutetelo, toccatelo. Rep gioca la sua partita breve e lunghissima.
Alla ripresa entrambi ci sentiamo animati da sacro spirito. Subbuteo o no, qui ti giochi la giornata e forse passa il treno della storia.
Il fatto nuovo è che l’avversario rinuncia spesso al tiro, gioca con due tocchi a passare la palla e tutto il Portogallo sembra una samba. Il mio Ajax proteso così a scoprirsi, rischiava di venire puntualmente castigato e la cosa cominciava a non garbarmi. Ma la giornata ebbe un’illuminazione quando al 16’ del secondo tempo con un solo
tocco Suurbier trovò Rep che colpì direttamente verso il centro dell’area del panno di gioco. La sfera prese una strana velocità e picchio contro il basamento verde di Cruijff, assumendo subito
una traiettoria inimmaginabile. Non ci fu tempo per Pereira di lanciarsi, che si infilò dritta dritta nell’angolo. Un tocco di magia, avessi potuto
avrei abbracciato Cruijff in persona. Avevo trovato un numero da maestro, una carambola inenarrabile, proprio mentre la partita rischiava di essere persa. Da quel momento il Portogallo però si
scatenò, passai brutti momenti e vedevo palle sibilare da una parte all’altra dei pali della mia porta. Mi stringevo a Stuy, imperterrito nella sua divisa blu. Ci fosse stato un vero stadio sarebbe stato in quei momenti aureolato di canti e gioia, ma eravamo su un pianerottolo, al primo freddo piano di un vecchio stabile. Entrambi ci mettemmo
tutta le dedizione e la passione possibile, finchè al minuto 30’, l’ultimo disponibile, il Portogallo avanzò con Coluña, che allungò verso Graça. Il giocatore non poteva tirare avendo troppi avversari davanti e non essendoci oggettivo spazio, mise quindi la palla all’indietro. Ma chi
effettuò il colpo per lui lo fece maldestramente mettendo la sfera proprio tra i piedi di Cruijff. Mezzo campo di panno davanti, due tocchi possibili. Con il primo riuscii a portare la sfera al limite dell’area ed a conservarne la proprietà, poi, con l’indice della mano destra caricai la base di quel giocatore sparando alla cieca la botta. Il portierino nero, che pareva in quel momento un domatore uscito dal circo, si inarcò in tutto quello che l’asta poteva concedergli ma non ci arrivò. La palla finì dritta nel sacco e giuro non seppi trattenere un grido. L’incredibile e signorile miniatura mi aveva regalato la medaglia di giornata. Quell’omino si era trasformato, ci crediate o no, in un talento, per il gol di possesso e per quello scassinato. Toccava la palla lui e tutto cambiava su quel panno verde che presentava oramai grandi zone di usura. Una pedina che mai avevo visto correre a vuoto. Finì lì. Di quella partita parlammo per settimane e per altrettante settimane
non toccai più quella squadra, che rimase custodita nel suo elegante cartoncino verde, quasi in vetrina. In vita mia, quando non era purtroppo più tempo di pianerottoli e Subbuteo, incontrai,
quasi per un gioco del destino, una sola volta Cruijff. Spogliatoi del Wankdorf Stadion di Berna, dove si era appena disputata una finale tra
Barcellona e Sampdoria. Faceva l’allenatore ed aveva appena vinto una coppa coppe, quella vera, si intende. Una lunga trafila mischiato tra la gente ed i giornalisti, giusto il tempo di avere il coraggio di chiedere un autografo. Lui scrisse, mi guardò e mi sembrò troppo vicino all’immagine che quella miniatura aveva inculcato nella mia testa. Poi se ne andò. Dico la verità: a me è sempre sembrato bambino, uno come Cruijff, un uomo ed un campione che proprio non sono mai riuscito a vedere grande o più alto di quella miniatura da Subbuteo. Me lo sono sempre immaginato in dimensioni ridotte, nel suo sobborgo di Amsterdam, in un paese altrettanto minuscolo che ancora oggi si chiama Betendorf. Lo stesso posto e lo stesso asfalto sul quale lo notò un signore ,Jany Van der Veen, morto poi di Alzheimer, superata l’ottantina. Saggio scopritore di talenti, lo convinse a seguirlo nelle giovanili dell’Aiax, portandolo via dalle strade di Amsterdam. Tornando all’autografo, dirvi che conservo ancora nel mio portafogli il tutto mi sembra piuttosto banale. Quel campione, ed il suo figlio di plastica, mi avevano fatto vincere la partita del secolo. Che ancora oggi brilla e sfavilla.
Domenica 23 dicembre 2007 alle 21:56:20
ARMANDO NAPOLETANO
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