Il Calcio è poesia-Fabio Cudicini
- A chi scrive sembrava tutto veramente nuovo, lo stadio come un’aeronave di sole, poi cominciò la partita ma non fu tutta una frenata. Sono entrato per la prima volta in uno stadio che avevo nove anni. Papà, che era stato portiere, che più
che dall’autentico valore doveva guardarsi da mia madre, costantemente appostata dietro la sua porta, mi volle con lui al vecchio Comunale di
Torino. C’era Torino-Milan, il giorno prima rinviata per neve. Ricordo anche fosse gennaio, il mese della ripresa delle scuole dopo le feste ed i regali. Sì, lo stadio mi sembrò una splendida aeronave, immensa, gelida, ma accogliente, con il
freddo che ti entrava nelle ossa. Ero ancora un bambino, ma già pronto a bagnarmi ed a insecchirmi le ossa sotto il diluvio di turno o gelare tra la neve. Il Milan era la mia squadra, così avevo deciso, anche se il fatto di essere nato a Torino per
un po’ mi aveva fatto amare i colori granata. I miei zii abitavano ed abitano ancora oggi nei pressi del vecchio stadio, e bastava percorrere neanche di passo lungo tutto Corso Filadelfia per sentire già il boato ed arrivare proprio dalla parte
dell’omonima curva. L’ho fatto spesso da allora. Il Milan, dunque, che quel giorno non aveva colto quel successo pieno che avrebbe meritato e che gli sarebbe valso ancora il primo posto da solo in classifica e non in coabitazione. Gli uomini di
Rocco, furono però spesso al bando dei granata, questo lo ricordo bene. Quando le squadre si schierarono ebbi i primi brividi, faceva freddo, indubbiamente. Papà non trovò di meglio che farmi sorseggiare appena qualcosa che sapeva di alcolico. Ressi, ed il caldo venne. Il resto lo fece la vivacità agonistica della partita, mentre di
freddo c’era anche l’atteggiamento del mio Milan. Da lontano, nell’altra porta, quella a cento metri da me, il Ragno Nero, Fabio Cudicini, il mio portiere. Eroe evocativo per eccellenza nella mia mente di allora, anche perché iniziavo a giocare al calcio e mi schieravano terzino, vicino vicino al numero 1. Senza avere eleganza innata nel gesto, era grande, capace di parate da mozzafiato. Il Torino giocò, io ressi, il Milan con me, poi come sovente accade, la squadra che attaccò di più finì per andare al riposo in svantaggio. Era il 24’, Rivera battè un calcio di punizione per fallo di Cereser su Rognoni ai limiti dell’area, quasi all’altezza della linea di fondo. Faccio fatica a scorgermi, sono tutti i piedi. La palla parabolicamente spiove in area, Maldera la colpisce di testa, a me sembra già gol quello. Castellini, però, la devia in tuffo contro la parte inferiore della traversa, e quindi rimbalza a terra, proprio davanti a Villa, che di testa non ha difficoltà ad insaccare. Mi guardo attorno, non so se è lecito gioire, sono sempre a Torino, e sono piccolo ma milanista. Qualche reazione la accenno, papà mi guarda, ci siamo perfettamente capiti. Poi ci ragiono su; in una partita ed in una gradinata c’è sempre un gelataio che lavora e si fa circondare. Qui magari serve qualcosa di caldo, e chiedo un tè a papà. Mentre bevo, Cudicini fa miracoli, poco dopo sbaglia Puja. Al 32’ o giù di lì Schnellinger tocca la palla con la mano in area, ma l’arbitro ritiene tutto involontario. Nulla fino ad allora ha frenato la mia fantasia di bimbo. Il calcio è lì davanti a me, con due squadre che si pareggiavano e che ora vedono una prevalere, con una che ha un suo artista, forse Rivera, ed una no. Oggi per i bambini si fa presto a costruire un personaggio, un Dio, a mettergli le mostrine del fenomeno. Allora no, ed io scelsi il mio fenomeno
non tra i piedi di Rivera ma tra le braccia di Cudicini. Per accontentare papà., intanto, basta davvero poco, almeno una smorfia. Sto bene, bella giornata, grazie di tutto. Nell’intervallo il freddo ripicchia, la neve è ai bordi della curva, risento in bocca qualcosa di alcolico, un’altra goccia, mi basta per riprendere fiato. La scuola dell’oratorio si sente, il calcio mi annulla tutte le sensazioni: freddo, fame, sete. Sogno di esserci anch’io lì nel mezzo, architrave del gioco, con piazzamento e continuità di registro, con un inimitabile senso dell’altruismo. Il pomeriggio lo allunga il secondo tempo, con il Toro che gioca ancora più aggressivo e che già dopo un minuto raccoglie i suoi frutti. Sala serve Agroppi al limite dell’area, ed il mediano lascia partire un rasoterra secco ma non difficile: incredibilmente Cudicini si lascia sfuggire la palla tra le gambe ed è il pareggio. Scosso dal boato, guardo e riguardo quella palla, ed è proprio sotto la mia curva a due passi da me. Non può essere, non ci credo. L’ho visto fare solo a Filippo, un amico portiere all’oratorio, talmente lungo da impiegare una giornata per accasciarsi su ogni palla e quindi portato al pasticcio colossale. Ma a Cudicini no, lui, pieno di valore più che spettacolare, sempre convincente. Chi è lo stratega di questa frittata? e questa non era un’aeronave di sole? Cudicini, quello che ha il senso del tempo, che ha intuizioni fatate, che non avrebbe mai incassato gol per me, in quel primo pomeriggio in uno stadio vero. Davanti a me, che quel giorno avevo deciso di non spartire nulla con il mondo, di vivere come sopra una nuvoletta, con la mia arte povera e la mia educazione. Come in campo, da giovane calciatore: mai un fallo. Ero vinto dalla rassegnazione. Un tiro allampanato e sbilenco che aveva ucciso Fabio Cudicini, questo avevo visto. Seguì una lunga fase di gioco a centrocampo, come se entrambe le squadre fossero paghe del risultato e non mi volessero rovinare ancora il pomeriggio. Ma al 33’ il Milan si salvò miracolosamente dalla capitolazione. Rampanti lanciò Pulici che scattò velocissimo e quasi dalla linea di fondo centrò in corsa. Arrivò Gianni Bui che colpì di testa con Cudicini battuto, ma proprio sulla linea Schnellinger riuscì a respingere. Ancora un’azione di Puja, un tiro di Fossati. Finì con il grido cadenzato della gente granata:«ladri ladri». Finì così anche il mio pomeriggio di calcio, il primo. Tornavo ad essere terzino e bambino, a calcare il campo dell’oratorio ed a sfondare scarpe, a cercare prodezze lanciate. Avevo scoperto il buco nella tela del ragno nero, il vermuth, il freddo pungente, i gradoni di uno stadio, una curva. Tutte cose uniche, importanti, nel contesto nel quale mi ero cacciato.
Sabato 6 febbraio 2010 alle 17:20:00
ARMANDO NAPOLETANO
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