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Il Calcio è poesia- Catania, la storia ed una città senza memoria

Il Calcio è poesia- Catania, la storia ed una città senza memoria

- A Catania ce l’hanno fatta, sanno così la memoria e la storia. Qui no. "Ringraziamo il sindaco Enzo Bianco per aver accolto il nostro invito, insieme a quello di un apposito comitato, di dedicare una via all'allenatore-eroe Géza Kertész". Lo afferma il segretario provinciale di assostampa Catania, Daniele Lo Porto, che nei mesi scorsi aveva formalizzato ufficialmente la richiesta. "nei prossimi giorni - annuncia lo porto - d'intesa con l'amministrazione comunale e con il nuovo direttivo catanese dell'unione italiana stampa sportiva, presieduta da Giacomo Cagnes, organizzeremo una conferenza per fare conoscere alle nuove generazioni un uomo di sport che abbandonò la panchina e la tuta per andare a salvare vite umane, sacrificando la propria". Géza Kertész, ungherese allenatore del Catania, ma anche dello Spezia , e con questa maglia giocò anche, per diverse stagioni negli anni trenta e quaranta è stato fondamentalmente un eroe; tornato in patria, si oppose al regime nazista battendosi per permettere agli ebrei e ai dissidenti rinchiusi nel ghetto di Budapest di fuggire. Mori nel febbraio del 1945. Lo fucilarono un pomeriggio, con gli occhi pieni di un pallido e rossastro riverbero. Aveva paradossalmente ancora una divisa nazista addosso, a brandelli. Si era travestito da soldato della Wehrmacht per aiutare moltissimi cittadini a fuggire dal ghetto di Budapest, ma fu prima tradito, poi catturato, dalla Gestapo e giustiziato. Gli indicarono un paio di scarpe, non sue, in casa; scoprirono un ospite ebreo nascosto. Lo chiusero nelle carceri naziste, due mesi dopo, il 6 febbraio del 1945, lo finirono. Così muore Tomasz Géza Kértesz, l’eroe dimenticato della storia dello Spezia calcio, una sorta di Schindler che stava per compiere l’impresa più bella dopo quella da calciatore e allenatore: preservare vite umane, facendole scappare tramite amici nella zona più a sud dell’Ungheria o in Russia. Nel 1941 erano 825 mila circa gli ebrei nascosti dentro o appena fuori dal ghetto, molti di questi nell’ottavo distretto; 565 mila morirono, altri sopravvissero ma, come stava per fare Kertész, ripararono altrove. A Budapest era nato il 21 novembre del 1894, lì morirà. Ma la storia odierna, quest’uomo, che fu allenatore e giocatore dello Spezia, lo farà morire due volte. Kertész, infatti, esordì nel Ferencváros e con quella maglia raggiunse la nazionale ungherese; andava fiero di quel club, oggi non lo sarebbe più per il dolore che gli arrecherebbe. All’esterno dello stadio della società, nel vecchio quartiere tedesco nella zona sud di Buda, i tifosi vengono anche oggi spesso perquisiti prima delle gare dalla polizia; loro si avvolgono, come in un rito, attorno al corpo bandiere e vessilli e cominciano nel loro canto. Qualcuno attacca “I treni partono…” e gli altri finiscono “per Auschwitz”. Un odio profondo, antisemita, che ha una incredibile ampiezza, con una varietà di canti e di inni che si ispirano anche al dottor Mengele. Uno dei cori del Ferencváros è ancora oggi “Ossa e sapone, ossa e sapone” e poi, all’unisono premono la lingua contro il palato per riprodurre il sibilo che ricorda il rilascio dello Zyklon B. James Joyce d’altro canto, aveva soprannominato la città Judapest e questo ai tifosi non è mai andata giù. Un club che ha un eroe che salvò gli ebrei, con tifosi antisemiti. L’orrore del calcio di oggi, senza anima e cultura. Sarebbe bello, che la città dove risiedette nel 1925 ricordasse oggi questa figura, rimasta ai più sconosciuta, ma ritenuto eroe però non solo in patria. Due anni fa, per fare un esempio, a Catania, dove lui si fermò per calcio come alla Spezia, si costituì un vero e proprio comitato che chiese a gran voce che gli venisse intitolata una strada ed ora ci sono riusciti. Qui, invece, hanno intitolato un anonimo slargo, indegnamente, agli eroi dello scudetto del 1944. E per ironizzare sull’assessore lo chiamano SLARGO MORI. Kertész era il quarto di una famiglia di calciatori, con i fratelli Gyula, Vilmos e Adolf che come lui si erano cimentati con maglie di club magiari. 190 centimetri, uno stampo di famiglia quasi per tutti. Per la storia, per Attilio Bellucco e Paolo Locori, che scrissero la Lunga linea bianca, fu il primo vero allenatore ufficiale degli aquilotti. Fu per altro allenatore e giocatore in un trio d’attacco composto anche da Cappa e Gino Rossetti. Vinse il campionato e salì in Prima divisione, regalando serata stupende con l’accompagnatore Gaetano Montale a lui molto caro. Gioca con il nove, segna un gol al Savona, l’unico in maglia bianca, il 4 aprile del 1926. Sembra chiaro, a fine anno, che la sua permanenza sarà difficile. Andò alla Carrarese, poi finì sulle panchine di Lazio e Roma, si stabilì a lungo a Catania, fino a tornare in patria, quando scoppiò la seconda guerra mondiale, assumendo il ruolo di tenente colonnello dell'esercito. Insieme a Toth, ex compagno di squadra, creò un ceppo fortissimo della resistenza ungherese che salvò molti compatrioti ed ebrei dai campi di sterminio nazisti. Il suo arresto avvenne per una segnalazione che fece guadagnare denari, l’8 dicembre 1944; una spiata, quel giorno Tomasz aveva in casa nascosto un anziano ebreo. Qualche giorno prima della Liberazione (13 febbraio), insieme allo stesso Toth ed a altri uomini della resistenza, fu fucilato nell'atrio del Palazzo Reale di Buda. Al suo funerale parteciparono migliaia di persone e anche dai catanesi gli fu riconosciuto il titolo di “martire della patria”. Budapest non era più la stessa da tempo; il crollo asburgico e il disastroso esperimento della rivoluzione comunista, fecero diventare gli ebrei capro espiatorio dei politici nazionalisti. Nel mirino finì anche l’Mtk l’altra squadra della capitale, che ancora oggi ha l’etichetta di club di ceppo ebraico. Kertész ebbe indubbi rapporti con Giorgio Perlasca, l’eroe tutto italiano che salvò tanti ebrei in Ungheria e che nel 1990, prima di morire disse a futura memoria: "Vorrei che i giovani si interessassero alla storia unicamente per pensare, oltre quello che è successo, a quello che potrebbe succedere e sapere opporsi

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