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Ultimo aggiornamento: Venerdì 17 Agosto - ore 22.47

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Gabriele e Lo Stadio dei sogni

Gabriele e Lo Stadio dei sogni

- George Best era seduto comodo con un bicchiere in mano. Chiamò a sé Dio e gli disse:”Colei che non perdona, la Morte, mi ha falciato nell’ultimo dribbling. Concedimi ancora una fuga romantica”. Dio alzò lo sguardo, prese un pallone e lo lanciò a Best:”Vola farfalla”, gli disse. E George corse libero dietro una sfera. Non è una favola quella che vi raccontiamo, è un’ altra realtà semplicemente. Si chiama, lo stadio dei sogni: lo occupano tante persone, e voi se guardate bene, li potete vedere alzando lo sguardo al cielo. Ma dovete sforzarvi, cercarli, tra le nuvole, perché loro sono sicuramente lì. E’ l’unico posto dove puoi ancora vedere Best giocare, o Valentino Mazzola lottare, o Aldo Olivieri parare, o Sindelar, ancora segaligno, fare beffa dei difensori. O Meazza correre in un’area di rigore. O Bobby Moore spiegare come si accarezza la sfera con i piedi; tonda e quindi perfetta e rispettabile, da non maltrattare. E’ lo stadio di quelli che non ci sono più in terra, ma che sono in alto, tanto in alto.
E’ lo stadio degli eroi, dei terzini che scorazzano eternamente sulla fascia, dei registi di una volta, quelli ai quali si addebitavano mollezze e saggezze; è lo stadio delle sberle sacramentali di Varela o Monti, che le rifilano ancora; gli omoni della difesa, i macigni che sono sempre tali. In terra, scrivendo, i giornalisti una volta i sogni e gli stadi nel calcio li creavano davvero con i loro elzeviri, oggi creano solo mostri, posti in altro luogo etereo anche loro. Nello stadio dei sogni si gioca anche se c’è vento, che in terra avverti come una scossa al cielo, che induce tutte le foglie degli alberi a suonare ritmicamente, accordandosi al fine in una musica sola. Nello stadio dei sogni, giocano anche quando c’è vento e pioggia sulla terra, perché il calcio lo amano davvero, sono solo più pacati. E la pacatezza dei morti, è di loro che parliamo, è una risposta a tutte e ma proprio tutte le vanità in cui tentiamo disperatamente di vivere. Nell’esercizio di ricordare quelli che lo stadio dei sogni oggi lo occupano.
Tra loro c’è né uno che sembra giovane, è lo è tuttora davvero; non ha un nome altisonante, fama e gloria passata. Ha solo una grande storia lasciata per strada. Su un asfalto autostradale. E’ lì perché lui amava il calcio, adorava il pallone, prendeva la vita e la lanciava in un’area di rigore. Esterno alto, ala. Quando lo spiega non tutti, Rocco e Viani in testa, capiscono. Aveva visto papà Giancarlo giocare, era entrato nello spogliatoio di una squadra che aveva un solo anno; l’odore di canfora lo aveva invaso, ed era diventato uno di loro.
Il suo ultimo stadio, sulla terra, è stata una piccola chiesa, che oggi lo ha ricordato, insieme a papà ed a mamma Rita, che proprio non ce la fa a pensare a lui nello stadio dei sogni. Ad adattarsi all’idea di aver perso un figlio. Perché il cuore scoppia e la testa e la vita pesa. Gabriele aveva 19 anni il giorno che è morto, la sua macchina ha sbandato sullo svincolo autostradale di Santo Stefano, alla deviazione per Parma. Un colpo secco contro il guard rail, che ha rotto l’osso del collo. Aveva appena lasciato a casa la ragazza dopo una serata fuori; amava il pallone, la vita, il sorriso, i genitori. La sua scomparsa, quel giorno triste del 2005 gettò nel gelo tutti, dal portiere all’ultimo della panchina, della sua squadra terrena. Era in prestito alla Sarzanese, proveniente dal Foce Vara. Dicono che nello stadio dei sogni, quando parla ai suoi attenti osservatori, loro non conoscano questi nomi di club, ed un po’ se la ridano. Perché la fantasia ha un occhio profondo, che si alimenta di parole con le ali. Dicono anche che Gabriele continui ogni giorno a giocare, ad allenarsi, sotto occhi vigili, e che non abbia mollato di pensare a chi ha lasciato. Ogni sera, nel ricomporre la sua borsa dopo la partita, non la chiude mai. Lascia uscire gli immensi ricordi di 19 anni di vita. Gli stessi, che chissà come, arrivano a noi, qui. Noi, che in fondo siamo solo ospiti domenicali di uno stadio di cemento. Spettatori passeggeri.

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