Città della Spezia Liguria News Genova Post Sanremo News Riviera Sport Savona News Savona Sport Città della Spezia La Voce Apuana
LA REDAZIONE
Telefono redazione La Spezia 0187 1852605
Fax redazione La Spezia 0187 1852515
PUBBLICITA'
Telefono pubblicita La Spezia 0187 1952682

Ultimo aggiornamento: Domenica 25 Febbraio - ore 00.30

Facebook Città della Spezia Twitter Città della Spezia Google+ Città della Spezia
Instagram Città della Spezia

Davvero, vivo in tempi bui!

Morire di calcio e di altro in Italia.

Davvero, vivo in tempi bui!

- Apprendo la notizia della morte del tifoso del Parma Matteo Bagnaresi dalla televisione, al rientro da un pomeriggio di sole in compagnia con persone care. Un contrasto stridente nella sua assurda banalità. Il primo pensiero che mi viene in mente, mentre sullo schermo ribalzano immagini e parole prive d’ogni senso, sono i primi versi della poesia di Brecht “a coloro che verranno”: davvero, vivo in tempi bui/la parola innocente è stolta/una fronte distesa vuol dire insensibilità/chi ride, la notizia atroce non l’ha ricevuta ancora….
Non è che c’entri molto: Brecht scrisse questa poesia in esilio, in un tempo in cui la crudeltà e la violenza degli esseri umani toccarono il livello più orribile, culminato nell’ecatombe dell’Olocausto. Forse, un paragone esagerato ed inappropriato, commisurato ai tempi in cui viviamo. O forse no: guerre, stragi, povertà, morti di malattia, fame e lavoro monopolizzano le cronache e non si può certo affermare che i nostri tempi siano luminosi.

Matteo Bagnaresi si occupava per passione e professione della sicurezza sul lavoro. Immagino quindi la sua incazzatura profonda ed il suo sdegno di fronte ai morti della Thyssen Group e per altri morti sul lavoro in Italia (una media di 5 al giorno, e viviamo in un cosiddetto Paese civile!).
Matteo invece è morto per una partita di calcio, per il calcio, come tanti altri, troppi giovani. Poco importa la dinamica dell’incidente, se c’è stata o no guerriglia all’autogrill. Metteo era lì, con la sua sciarpa al collo e la sua bandiera. Come se invece che andare allo stadio a vedere una partita di calcio, il gioco più bello del mondo, stesse partendo per una guerra.
La sua morte è stata sicuramente una tragica fatalità, nel senso che nessuno l’ha cercata, tanto meno quel poveraccio dell’autista del pulmann che in pochi secondi ha visto la sua vita rovinata per sempre, anche senza avere avuto, come sembra, nessuna responsabilità diretta ma solo molta, troppa sfortuna.
Una fatalità maturata in un contesto generale in cui questi terribili eventi possono solo essere una diretta e logica conseguenza. Casuale, ma logica.
Un contesto generale che si nutre di un humus nauseabondo composto di un misto d’ignoranza, violenza, retorica di bassa lega, stupidità, incompetenza, business esasperato, giornalismo fazioso e supino ai poteri forti. In poche parole, il cosiddetto “mondo del calcio”. O meglio, una parte dei molti mondi che compongono il calcio, perché ce ne sono altri. Basta vedere quello che sta avvenendo a Spezia. Si può anche essere in disaccordo con il progetto de “Lo Spezia siamo noi”, e chi scrive infatti lo è, ma che la base di tutto sia la parte migliore del calcio, un mix di passione, onestà ed amore è fuori discussione.

Matteo Bagnaresi purtroppo è morto perché probabilmente era intriso sino alla punta dei capelli della peggiore retorica Ultras. La sua biografia lo racconta, il suo daspo di tre anni parla da sé. Ma la sua storia ci racconta anche un ragazzo impegnato nel sociale, in prima linea in battaglie per l’ambiente, laureato con una tesi sulla sicurezza del lavoro. Mi chiedo allora, come potevano convivere il suo impegno politico e civile con la retorica Ultras?
Con una “filosofia” di vita che fa della riduzione della complessità e della semplificazione demenziale di ogni cosa il suo fondamento, una sottocultura che identifica come nemici da eliminare dei propri simili che vivono a pochi chilometri di distanza, che si alimenta con razzismo, esaltazione della violenza, luoghi comuni, e che al disagio sociale reale offre solamente una patetica retorica militarista? E’ una domanda a cui davvero non so darmi una spiegazione e che mi getta in uno sconforto profondo.

A parte le eccezioni, la “galassia ultras” dei duri e puri in Italia è proprio questo: manipoli di dementi, una minoranza di formazioni paramilitari che in troppi casi monopolizzano le Curve ed addirittura condizionano le Società di Calcio, quest’ultime per vigliaccheria o convenienza troppe volte conniventi. Quelle che provano a dire basta ed ad alzare la testa, vedi Atalanta, oltre che il plauso ipocrita d’Istituzioni incompetenti o scribacchini di regime, poco altro ottengono.

L’unica cosa che può consolare è che per fortuna le Curve ed i tifosi in genere sono anche altro. Negli stadi entrano moltissime brave persone, che forse eccedono per volgarità ed intemperanze verbali, ma che non si sognerebbero mai di degenerare nella violenza. Basta pensare alla nostra curva Ferrovia che, a parte qualche slogan indegno come quello che accomuna i toscani agli ebrei, da molti anni si distingue solo per passione e correttezza, non certo per i suoi atti violenti di cui si è persa traccia negli anni. Evidentemente è “governata” da persone con la testa sulle spalle.

Nei prossimi giorni assisteremo impotenti ai soliti deliri retorici sulla violenza negli stadi e probabilmente all’ennesimo giro di vite sulla “sicurezza”. Potranno anche impedire le trasferte e chiudere ogni autogrill la domenica, ma il problema non si risolverà. Forse si potrà attenuare, ma la morte di Matteo dimostra che, nonostante tutti i tornelli e divieti del mondo, di calcio si continua a morire. Solo che adesso succede fuori degli stadi, in anonime piazzole autostradali.

Per onorare la memoria di poveri ragazzi come Matteo e per contribuire a migliorare le cose, possiamo solo agire andando a curare alla radice i mali che affliggono il nostro tempo. Combattere la precarietà, aumentare il livello culturale medio del Paese, favorire la socialità ed il rispetto dell’ambiente, creare condizioni per nuove opportunità di lavoro e per costruire un futuro sereno per i cittadini. Oppure possiamo far finta di niente e considerare le morti dei giovani, per il calcio e per il lavoro, come un male necessario ed endemico per le nostre società capitalistiche avanzate, magari inventandoci qualche regola più restrittiva per gettare fumo negli occhi, con l’unico risultato di costringere le persone a non uscire più di casa attraverso il ricatto della paura e della insicurezza diffusa.

Forse è retorica anche questa, speriamo un poco più nobile. Certo che la resa delle coscienze non può fare altro che aumentare l’intensità di buio dei nostri tempi. Ed immaginare un paese in cui i nostri giovani non muoiano più di calcio e di lavoro deve essere, se non altro, un dovere civile. Che poi ci si arrivi è un altro paio di maniche. Ed ognuno di noi, nel profondo della sua coscienza e sensibilità, decida se essere ottimista o pessimista e se fare qualcosa per contribuire a raggiungere questo obiettivo. In questi tempi bui, dimostrare rispetto per le persone e diffonderlo presso parenti ed amici, nel proprio luogo di lavoro, di studio o di socialità può essere già un piccolo inizio. E quando entriamo in uno stadio, anche un poco più grande.




© RIPRODUZIONE RISERVATA


Notizie La Spezia










I SONDAGGI DI CDS

Matteo Salvini ha proposto la reintroduzione della leva obbligatoria per i giovani maschi. Tu che ne pensi?
































Testata giornalistica iscritta al Registro Stampe del Tribunale della Spezia. RAA 59/04, Conc 5376, Reg. Sp 8/04.
Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
Direttore editoriale: Armando Napoletano.
Redazione: Thomas De Luca, Chiara Alfonzetti, Andrea Bonatti, Niccolò Re, Matteo Cantile, Benedetto Marchese, Andrea Fazi.
Editorialisti: Salvatore Di Cicco, Paolo Carafa, Giorgio Pagano, Alberto Scaramuccia e Piero Donati.
Fotografo: Stefano Stradini.

Contatta la redazione

Privacy e Cookie Policy

Per la tua pubblicità su Cittadellaspezia sfoglia la brochure

Liguria News