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11 Luglio 1982-11 luglio 2007: nozze d'argento per il Mundial Spagnolo

Siamo tutti figli di Bearzot. Tardelli simbolo della vittoria

11 Luglio 1982-11 luglio 2007: nozze d'argento per il Mundial Spagnolo

- Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani (7’ Altobelli, 89’ Causio). All. Enzo Bearzot.
Il calcio è la poesia dell11’ luglio 1982.
Ragazzi, oggi, 11 luglio, ricorre l’anniversario delle nozze d’argento con i grandi di Spagna. Di cui fanno parte anche Antognoni, Giovanni Galli, Marini, Baresi, Massaro, Bordon, Selvaggi, Dossena e Vierchowod.
E se l’altro giorno era il primo anniversario della vittoria dello straordinario Marcello Lippi, permettetemi, amici, di dire, che sento più vittoria quella degli azzurri del “Vecio” Enzo Bearzot.
Fu un'impresa che strappa il cuore ancora oggi.
Immortalata, impersonata, identificata con quanto accadde al 69’ minuto, eravamo già in vantaggio.
Un contropiede di Scirea che arriva in area e scambia più volte con l’avanzatissimo Bergomi che, si vede lontano un miglio non sa cosa fare.
La difesa tedesca con Karl-Heinz e Bernd Foerster, Stielike e Dremmler, allineata e fermissima all’interno della propria area – una situazione che oggi nel calcio non esiste più (come il passaggio indietro al portiere, a quei tempi una manna…) – che lascia il tempo a Gaetano, il prezioso, inimitabile Gaetano di capire che lo Zio è lì per caso.
Al centro arriva come un treno il numero 14 azzurro. Scirea lo vede, “Schizzo' aggancia male il pallone allungandoselo mentre se lo sta portando sul sinistro, siamo al limite dell’area.
Su di lui si proietta un tedesco, Karl-Heinz, il più estroso dei fratelli Foerster.
Sembra palla persa.
Ma Marco Tardelli allunga il suo sinistro, va a colpire di sinistro come meglio non potrebbe. Harald Schumacher, detto “Toni”, non può altro che stare ad osservare la palla, fermissimo.
Un diagonale che centra l’angolino alla sua sinistra.
E’ il gol del momentaneo 2-0 della finale del Bernabeu.
Ed eccola l’immagine che chi l’ha vista in diretta non dimenticherà mai.
Marco Tardelli indemoniato e incazzatissimo, che si gira verso la panchina, ma dopo pochi metri è intercettato da un compagno, cambia direzione, va verso la linea di fondo.
Il viso di Tardelli di quella domenica d’estate è il ricordo più bello del calcio che ho io.
Spero molti altri.
Se contro la Francia a Berlino c’era grande incertezza sull’esito finale del match (ed anche contro la Germania in semifinale), ecco che l’avventura di Spagna ’82 è molto diversa e più preziosa.
Quel mondiale non lo vincemmo contro la Germania, quella sera vittima sacrificale.
Dopo un primo tempo in cui ci permettemmo di sbagliare anche un rigore con Antonio Cabrini, “E’ fuori, è fuori” disse Nando Martellini in telecronaca, terminato 0-0, la ripresa dal 56’ rete numero 6 di Paolo Rossi su assist di Gentile, messo in moto da un Tardelli intelligentissimo nel smarcarlo a sorpresa su una punizione, fu il suggello di un mondiale che tutti, anche a 14 anni, sentivamo già in tasca.
Figuriamoci dopo la maschera di Tardelli, e poi dopo quel gol spettacolare per freddezza di Spillo Altobelli. A nulla valse il gol di Breitner, unico calciatore con Pelé a segnare in due mondiali a distanza di parecchi anni (8 per il “Maoista”, 12 per O’ Rey).
Un tripudio.
Ed anche contro la Polonia, in semifinale, tutta l’Italia pallonara era già sicura di vincere.
No problem.
Rossi-Rossi, doppiettina. Polonia senza Boniek, sostituito da tal Ciolek che alla fine di quel primo tempo, eravamo già in vantaggio dal 22’, fu addirittura sostituito.
Una gara che costò ad Antognoni la finale a causa di un infortunio. Non se lo meritava, Antonio di perderla.
Il tabellone del Camp Nou che dichiara alla fine “L’hombre del partido tiene un nombre: Paolo Rossi”. Fu l’hombre del mundial alla fine, Pablito. Sceso in campo in tierra d’Espana soltanto per volere di Bearzot, che lo volle nonostante la sua squalifica per il calcio-scommesse fosse finita poche settimane prima.
Ma Rossi era un predestinato: al rientro in campo in un Udinese-Juve 1-5, segnò subito.
Fu l’hombre del Mundial.
Anche se tutti riconobbero che il miglior giocatore azzurro fu Bruno Conti da Nettuno.
Incantevole.
Insomma, quel mondiale, iniziato tra le polemiche del triplo pareggio con Polonia (0-0), Per (1-1) e Camerun (1-1, secondo Oliviero Beha un risultato concordato….), fu vinto nel girone di quarti di finale.
Già, perché, ricorderete, la Fifa determinò una qualificazione di 12 squadre al secondo turno dai 6 gruppi iniziali, fu la prima volta del Mondiale a 24 squadre, che poi furono divise in 4 gruppi da 3.
Il nostro? Lo sappiamo: Argentina e Brasile.
La prima gara, 29 giugno contro i campioni del mondo uscenti, fu di tutto sacrificio e contropiede.
Quando Tardelli ad inizio ripresa sbloccò il risultato con un diagonale che batté Fillol, il mondiale nostro del silenzio stampa e dell’omosessualità… accusata, cambiò volto.
Diego Armando Maradona era troppo giovane, come Ramon Diaz. Gli altri 9 undicesimi della “Seleccion” erano quelli di Baires, troppo vecchi.
Su una meraviglia di Bruno Conti ed assist trasformato in gol di Cabrini ci fu la certezza del cambiamento. E se la punizione di Passerella del 2-1 rimise in bilico la nostra vittoria, la grande difesa azzurra regalò sicurezza.
Il mondiale vero allora lo vincemmo, anzi, lo cominciammo a vincere il 5 luglio, allo stadio “Sarriài” di Barcellona, Italia-Brasile.
Potevamo e dovevamo solo vincere, perché la nazionale di Telé Santana, fortissima in 9 undicesimi ovvero Leandro, Junior, Luisinho, Falcao, Socrates, Zico, Eder, Toninho Cerezo, Oscar e debolissima in 2 “non giocatori” il portiere Valdir Peres ed il numero 9 (dire centravanti è una cazzata!) Serginho, aveva battuto 3-1 l’Argentina.
Abraham Klein, israeliano, fu l’arbitro di quel match.
Rossi al 5’, Socrates al 12’, Rossi al 25’. Il primo tempo si chiude 2-1 per noi.
Nella ripresa non accordato un rigore su Rossi, lo stesso numero 20 che si mangia 2 volte il 3-1, poi Falcao che al 68’ pareggia ed esulta come un invasato.
Ma al 74’ Paolino Rossi diventa definitivamente Pablito. E Zoff para su Oscar al 90’.
E regala all’Italia il passaggio del turno.
Questa fu la tappa fondamentale della vittoria.
Coronata poi l’11 luglio, quella Germania che aveva scippato la finale, guarda caso alla Francia in un’altra partita dai toni epici ricchissimi. Rummenigge era infortunato, Breitner si dannava l’anima, Fischer non toccò un pallone, Littbarsky si dimostrò uno dei più fumosi giocatori apparsi sulla scena internazionale, Dremmler uno scarpone di prima fascia (falli a decine su Oriali), Stielike uno dei più furbi e scorretti avversari mai incontrati. Solo Hans Peter Briegel fu all’altezza della situazione, troppo poco Germania. Allora ancora Ovest, B.R.D.
Al Bernabeu però sapevamo già che avremmo vinto.
Con Nando Martellini che regala “Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”.
Un’Italia che non vinceva dal ’38 nel mondo, dal ’68 in Europa.
Un’Italia figlia di Bearzot (ci fecero anche una canzoncina).
Un’Italia del calcio che rimane immortale, e che ancora oggi fa piangere chi l’ha vista e chi l’ha vissuta.

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