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Se un libro può servire a ricordare.

- Se c’è uno scrittore verso il quale ho sempre provato amore ed ammirazione, anzi, venerazione, questi è John Fante.
Pochi scrittori del novecento, e non solo americano, hanno posseduto la sua capacità di scrittura. Leggere i suoi libri significa esserne irrimediabilmente attratti, anzi, inghiottiti, ma c’è né uno specialmente che mi fa impazzire. Più precisamente, il suo primo capitolo. Non che il resto del libro sia da meno, è un capolavoro, ma il primo capitolo è quanto di più si avvicina alla perfezione della letteratura, e solo altri pochi grandi sono riusciti a raggiungere tali livelli.

Un attacco che ti prende alla gola, ritmo pieno di musicalità formale e sostanziale, concatenarsi di trovate narrative originali, raffinatezza di stile, scrittura che apparentemente sembra semplice, ma che suggerisce infiniti percorsi e di grande densità, vette espressive ed evocative.
In poche pagine, Fante non solo crea una storia, i personaggi e pone le basi per tutto lo svolgimento successivo del romanzo, ma inventa un vero e proprio mondo, un microcosmo (e macrocosmo) talmente organico e complesso da assumere anche un valore storico, pur rimanendo solo ed inesorabilmente letteratura, racconto.

Stiamo parlando de “la Confraternita dell’Uva”. La trama, in fondo, se provi a raccontarla è piuttosto semplice. E qui sta anche la genialità: la struttura del racconto è apparentemente lineare, ma la sua risoluzione permette al romanzo di essere un’opera unica ed innovativa.
Henry, uno scrittore di professione italo americano è costretto a tornare nella nativa San Elmo, una cittadina della profonda provincia americana, per impedire al padre, il muratore donnaiolo ed ubriacone Nick Molise, di divorziare dopo cinquant’anni di matrimonio dalla moglie.
Il ritorno a casa di Henry assume anche l’aspetto del viaggio interiore a ritroso nel tempo, nei ricordi: i primi passi nel mondo della letteratura, la decisione di lasciare la provincia opprimente per cercare fortuna, le difficoltà della gavetta, i nuovi riferimenti culturali e ideali, come le opere di Dostoevskij, i litigi furibondi con il padre e l’insoddisfazione della vita familiare.

A San Elmo, Henry dovrà affrontare la vita sregolata del padre, cercare di convincerlo a smettere di bere e di correre dietro a tutte le donne che incontra sulla sua strada.
Impresa davvero improba, anche grazie agli amici del padre, la confraternita dell’uva, un’accolita di vecchi ubriaconi italo-americani cirrotici e sodali con Nick Molise.
Henry, dopo numerosi dissidi interiori e ripensamenti, accetterà la proposta del padre di salire sulle montagne vicino a Sacramento per realizzare insieme al vecchio un’ultima opera in muratura. Nick promette al figlio che dopo questo lavoro si preoccuperà, finalmente, della sua salute e della moglie e cambierà vita.
Niente va come deve andare e la storia, tra susseguirsi di colpi di scena, si risolve in un finale inaspettato.

Come in tutti i suoi romanzi, Fante inserisce nella “confraternita” elementi autobiografici.
Fiero delle sue origini italiane, Fante le mette in scena, raccontando l’indole più profonda ed autentica del suo popolo di provenienza, la gente di Abruzzo. Suo padre, Nick Fante, in fondo una specie di alter ego di Nick Molise, era originario di un paesino poverissimo vicino a Chieti. Anche lui muratore, tendente all’alcol ed alla rissa, incline alle scappatelle amorose. E al contempo portatore di tutte le caratteristiche, i valori ed i comportamenti degli abruzzesi.

Chi li ha conosciuti, sa che gli abruzzesi sono duri e generosi. Cocciuti e solari, chiusi ed aperti. Io ne ho incontrati all’università, gente davvero intelligente, dotata di senso dell’umorismo ed una spiccata tendenza al sacrificio. Niente a che vedere con noi spezzini, che “schiene” siamo nati e “schiene” sempre resteremo. Il mio editore e collega, Salvatore Di Cicco, è abbruzzese, grande capatosta, ma acuto e gentile come pochi.

So che la gente di Abruzzo riuscirà a reagire alla tragedia del terremoto ed a rialzarsi in piedi.
Perché è un popolo cazzuto, fiero, lavoratore. Un popolo che annovera tra i suoi figli John Fante, e quindi dotato dei geni della creatività, della sensibilità e della bontà d’animo.

Non so quale sia il modo migliore per condividere la sofferenza di un popolo in eventi come questi. Possiamo darci da fare per renderla un poco più lieve ai superstiti, con solidarietà umana ed aiuti concreti. E dobbiamo farlo, ognuno come può.

E forse, per sentirci anche un po’ più vicini, più fratelli, conoscere le parole di uno dei loro figli più illustri. Un uomo, un artista che ha contribuito a tenere alto il nome del nostro Paese nel mondo, e per questo dobbiamo ringraziarlo, e ringraziare tutti gli abruzzesi.

Ecco, come augurio di Pasqua per quelle genti, come momento di riflessione, provare a leggere, o a rileggere, la Confraternita dell’Uva di John Fante.
Se un libro può servire a ricordare ed a rendere onore, allora può essere questo.

Domenica 12 aprile 2009 alle 07:00:00
MARCO URSANO
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