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Se otto ore vi sembrano poche

- "Se otto ore / vi sembran poche / provate voi a lavorar / e troverete / la differenza / di lavorare e di comandar"

Cantavano così le Mondine nei primi anni del 900, immerse sino alle ginocchia nell’acqua delle risaie, la schiena che sembra si spezzi da un momento all’altro, il volto coperto dal fazzoletto per proteggersi dai morsi di tigre delle zanzare e con il cappello a larghe tese calzato bene in testa, perché il sole a picco può anche ucciderti o farti impazzire.
Un canto nato nel 1906, quando fu presentato alle Camere il progetto di legge per ridurre ad otto ore la giornata lavorativa delle mondine. Che poi fu applicata solo in alcuni comuni del vercellese.
Si può anche pensare alla bellezza che toglie il fiato di Silvana Mangano, con lo sguardo fiero e le forme generose e perfette in Riso Amaro, ma la vita delle Mondine, che pur il film bene racconta, era davvero fatta di stenti ed indicibili sofferenze.
Un lavoro riservato alle donne d’estrazione più umile, logorante e ripetitivo, attenuato solo dai loro canti meravigliosi che volavano sulle risaie. Voci di angeli analfabeti, che raccontavano come nella fatica quotidiana più bestiale possono affiorare la bellezza, la gioia e la dignità.

Quando penso al Primo Maggio, mi vengono in mente le Mondine. Al di là del fatto che storicamente la Festa del Primo Maggio nasce proprio sulla scia di rivendicazioni sindacali per le otto ore tra fine ottocento ed inizio novecento in America ed Europa. Perché quelle donne, quelle lavoratrici sono il simbolo di una cultura del lavoro e della lotta per i diritti che nasce da una condizione intollerabile. Da una forma di sfruttamento così feroce che ai giorni nostri nessuno si sognerebbe di replicare.
Infatti, il lavoro delle Mondine ed i loro canti, le loro storie, oggi sono materia di musei, festival cinematografici e musicali, addirittura del loro bellissimo, sito internet: Mondine 2.0.

Le mondine erano quasi tutte delle migranti. Donne che si recavano a lavorare ed a vivere nelle zone delle risaie, ma provenivano da altre regioni d’Italia. E per quei tempi, andare dal Veneto al Piemonte era un viaggio simile a quello dei migranti di oggi dal Mali alla Sicilia.
Nel 2009 ognuno di noi rabbrividisce al solo pensiero che esseri umani possano svolgere lavori come quelli di mondare il riso con le mani per otto ore al giorno ed una paga di fame.
Ed i migranti che raccolgono pomodori in Puglia per, quando va bene, cinque euro al giorno? E gli altri innumerevoli lavori nocivi, logoranti, inquinanti, sottopagati, senza sicurezza che sono costretti a svolgere?

Il tema del lavoro si può affrontare da molte angolazioni, ma sulla sua estrema attualità e centralità esistono pochi dubbi.
Oggi festeggiamo il Primo Maggio in un momento di crisi senza precedenti, in cui non solo i diritti, ma il lavoro stesso sta venendo meno per moltissimi cittadini e la precarietà ormai è una condizione permanente.
Nella nostra provincia, da Gennaio ad oggi, abbiamo già perso 1500 posti di lavoro, tra mobilità e cassa integrazione.

Nel nostro paese, il mondo del lavoro ha combattuto e vinto molte battaglie: la resistenza contro il nazifascismo, le lotte per i diritti, per il salario, per l’emancipazione sociale che hanno portato alla statuto dei lavoratori; per il welfare, la scuola e la sanità pubbliche, contro il terrorismo, la mafia, per la democrazia.

Ho fiducia quindi che riuscirà a superare anche questa crisi, ed anche nella nostra città.

Quando penso alla Festa del Primo Maggio, affiora anche il ricordo di un viaggio nel Sulcis Iglesiente, ormai di quasi vent’anni fa, in compagnia di un mio caro amico giornalista di Radio Popolare, inviato laggiù per un reportage sulle lotte dei minatori.
Avevano occupato la miniera, barricandosi all'interno delle viscere della terra con una notevole scorta di tritolo. Facevano entrare solo amici e compagni, e qualche giornalista.
Noi riuscimmo a superare le sbarre, e ci ritrovammo a molti metri nel sottosuolo, in compagnia di questi uomini e dei loro candelotti. Ricordo la loro determinazione, le loro ragioni, espresse in alcuni passaggi in quella loro lingua sarda, così musicale e incomprensibile al tempo stesso. Naturalmente la dinamite era solo un deterrente, dissero, non l’avrebbero mai usata, ma questo non lo registrate, puntualizzarono tra le risate.
Ricordo il loro vino, scuro come il ferro, un paio di bicchieri avrebbero steso anche un cavallo, ed il sapore ed il profumo decisi ed aspri, proprio di latte di pecora, del loro formaggio.
Ricordo bene le parole di uno di loro, che quasi sottovoce, ma con grande sicurezza, affermava che non erano lì solo per difendere i posti di lavoro, ma la loro dignità, quella delle loro famiglie e della loro terra. La cultura del minatore, i loro valori, mille storie di capacità, inventiva, sacrificio, solidarietà, fratellanza. Dolore e morte, anche.

Un po’ come avviene ora per le ultime mondine, quando se ne vanno in giro con le loro chiome candide, i fazzoletti e le borsette ben strette al petto a cantare i loro canti.

Difendono una cultura, il valore del lavoro.

Dal quale dobbiamo ripartire.





Venerdì 1 maggio 2009 alle 10:00:00
MARCO URSANO
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