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La capolista se ne va.

- Lo ricordo bene, quel giorno. Mi ero svegliato malissimo: succhi gastrici talmente in ebollizione da perforare una lastra d’acciaio temperato, emicrania a grappolo, secchezza delle fauci, occhi sbarrati e vacui. Il risultato di una notte insonne sul divano, perché sfido qualsiasi moglie a sopportare un marito che, nel cuore della notte, salta di due metri sul letto in altezza, compie un mezzo avvitamento e piomba di nuovo tra le coltri con un tonfo spaventoso.
E questo, per una decina di volte. All’undicesima, scatterebbe il calcio in culo anche da Santa Chiara d’Assisi. E mia moglie santa ragazza è, ma non di Assisi. Infatti, dopo il calcio mi ha buttato anche fuori della camera da letto.

Ed hai voglia a provare a leggere un romanzo noir algerino, guardare un film coreano spacca cervello su Fuori Orario, ascoltare l’ultimo CD Jazz acquistato (un trio lituano con pianista scandinavo, di quelli che sembrano il tennista Edberg, che anche alla fine del terzo game non sudava mai).
Quando nella testa ti ballano sempre le stesse immagini, frutto di ore, giorni, settimane di angosce e speranze, esaltazioni ed abbattimenti, analisi di una logicità da algoritmo e digressioni ai limiti dell’esoterico da televisione toscana con mago toscano di Cecina, in un gioco continuo di rimandi psicoanalitici buoni per almeno sette, otto film di Woody Allen, non c’è più niente da fare. Non dormi più, e puoi solo essere monotematico.

Ed il tema, in quei giorni, era solo ed esclusivamente Spezia-Genoa.
Si gioca, non si gioca, campo neutro a Modena, Picco, Reggio Emilia, Old Strafford, Picco abbonati solo, Picco deserto, Picco con solo bambini spezzini, Picco con solo bambini genoani. E poi prefetti, comitati, riunioni. Sino alle manifestazioni.
Occupare la stazione, bloccare il traffico ferroviario per vedere la partita della propria squadra nel proprio stadio. Questo è stato, sul Golfo dei Poeti.
E dicano pure i benpensanti, parlino. Tanto non potete capire. Non puoi capire cos’è un tifoso dello Spezia se non lo sei. E vero, ci sono anche le gradazioni e le priorità, ci mancherebbe. Ma, alzi la mano chi, tra noi aquilotti, quel giorno non ha considerato gli occupanti come Spartani alle Termopili, se per disgrazia non ha partecipato.

E poi lo Stadio. Per la prima volta, dopo tanti anni, entrare al Picco a mezzogiorno, guardarsi intorno e con una sola occhiata capire che non c’è più spazio per niente che sia anche lontanamente organico, nemmeno un protozoo ci entrerebbe. Vedere il Picco talmente traboccante d’umanità da fondersi con lei e diventare una cosa sola, un enorme essere antropomorfo fatto di carne, sangue, sudore, cemento, metallo, plastica e terra, una massa schizofrenica e coerente, che quando respira, con diecimila copie di polmoni che respirano all’unisono, sembra che il mondo intero sia un pallone che rimbalza nell’Universo.

Esagerato? No. Incline alla facile retorica? Nemmeno. Epica da ultrà? Figuriamoci, troppo vecchi siamo.
Solo la realtà. E chi c’era, lo sa.

Albert Einstein aveva ragione. Quel giorno lo abbiamo realizzato tutti che il fluire del tempo è un concetto relativo. Quei tre minuti che sono passati dal fischio di inizio al goal più emozionante in assoluto della mia vita, ognuno di quei diecimila li ha vissuti con una percezione differente del trascorrere del tempo.
Lo so, perché dopo la partita ne avevo parlato con i miei amici, ed ognuno di loro, campione statistico e sociologico significativo, aveva fornito una versione diversa, in uno spettro di possibilità molto ampio, da “belin, una vita” a “belin, un secondo”.

Ed il silenzio. Totale, assoluto. Lunghissimo ed al contempo un battito di ciglia. Un secondo di silenzio come non ho mai sentito, nel momento esatto in cui la palla si è infilata nell’angolo a sinistra della porta sotto la Ferrovia. Immediatamente dopo, il boato. Collettivo e singolo. Un urlo che di umano non ha quasi più niente. Un ruggito primordiale, che ti esplode da dentro, sfigurandoti sino a rovesciarti gli occhi (è andata proprio così, me l’hanno confermato i miei vicini di posto, che per qualche istante hanno oscillato tra la gioia del goal e la paura che io ci lasciassi le penne, lì sui gradoni dei distinti).
Perché è un urlo che riassume tutto, e non è solo calcio, o meglio, è la potenza del Calcio. Quello vero, quello sano, che nasce dalla polvere e dal sudore dei campetti di periferia cotti dal sole d’estate e spazzati dalla tramontana gelida d’inverno, quello che lor signori del capitalismo pallonaro vorrebbero soffocare e mai ci riusciranno, perché ci sarà sempre una favelas o un villaggio in cui un gruppo di bambini a piedi nudi inventeranno pallonetti con una sfera di stracci. Il Calcio che in un solo, piccolo, istante può riassumere ed amplificare le emozioni, la rabbia, la gioia, la tristezza, i successi e le frustrazioni di una vita intera.

Il resto è favola delle ragioni e dei sentimenti, della tecnica e del cuore, del cervello e della pancia. Di una partita giocata da diecimila persone, di cui gli undici in campo sono l’esatto prolungamento. Un’alchimia che in uno stadio si può ripetere un paio di volte a secolo. Forse.

Per la cronaca giornalistica, il 6 aprile 2006, lo Spezia batté il Genoa per 2 a 0, doppietta di Max Guidetti.

E’ vero, noi di questi tempi rimbalziamo in spelacchiati campetti di profonda provincia, sepolti in lande desolate sconosciute ai più.
Loro, se la giocano per un posto un Champions. Però, se glielo ricordi, se gli rammenti quel pomeriggio di primavera che sembra ormai un secolo fa, un piccolo bruciore su per il deretano, i grifoni se lo sentono salire ancora, statene certi.
E’ magra consolazione, lo so, ma che ci volete fare. Noi spezzini siamo così, siamo provinciali.
Almeno una volta, “salutate la capolista” ve lo abbiamo cantato.




Domenica 5 aprile 2009 alle 07:00:20
MARCO URSANO
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