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La Parigi/Dakar e la voce del deserto

- Una notizia che farà sorridere di soddisfazione il mio amico Hassan Lagfhiri, touareg di M’Hamid, un minuscolo villaggio alla porte del Sahara, nel sud del Marocco: la Parigi/Dakar si disputa quest’anno tra Argentina e Cile. Con partenza il 3 gennaio.
Niente più deserti africani tra Marocco e Mauritania, niente più mare di dune e piste carovaniere. A loro posto un percorso altrettanto duro, attraverso la Patagonia e la Cordigliera delle Ande, ed un altro deserto, quello di Acatama, sicuramente suggestivo, ma privo di quel fascino ancestrale che solo il Sahara e le sue genti possiedono.

E’ finita quindi l’avventura africana del Rally più duro del mondo, che ha il triste primato di 54 morti, 24 piloti e 30 spettatori, durante le 29 edizioni che si sono susseguite dal 1979, anno della sua fondazione da parte del francese Thierry Sabine, morto anch’egli a causa della corsa che ha inventato e voluto, e non in un incidente di gara, ma precipitato con un elicottero.
Scherzi beffardi del destino.
Una corsa all’insegna dell’adrenalina e dello spirito d’avventura, spettacolare e densa di suggestioni ed imprese che nel corso degli anni sono diventate leggenda, con i piloti costretti a gareggiare in condizioni ambientali estreme e con stress fisici e mentali proibitivi.
E’ stato anche il Rally che ha intrecciato la sua storia con quella del nostro mitico campione Fabrizio Meoni, veterano della Dakar e vincitore di 2 edizioni con la sua moto enduro, e purtroppo scomparso a seguito di un arresto cardiaco provocato da un grave incidente durante l’edizione del 2005.
La Parigi/Dakar del 2007 non si è tenuta a causa di minacce agli organizzatori da parte di gruppi di integralisti islamici vicini ad Al Quaeda e dopo che 4 turisti francesi sono stati uccisi in Mauritania, paese chiave del percorso di gara e che doveva ospitare 8 tappe del Rally. Per questo, e per l’evidente disinteresse, per non dire ostilità, da parte dei Governi di alcuni paesi attraversati dalla corsa in passato, che l’attuale organizzazione della Dakar, capeggiata da Etienne Lavigne, ha deciso di andare a cercare fortuna in Sudamerica.

Mi ricordo bene che parlai della Parigi/Dakar con Hassan due estati fa, sorseggiando un tè alla menta sotto la luna, nel bivacco ai piedi delle grandi dune di Erg Chicaga, distante oltre due ore di fuori strada da M’Hamid. Una pista molto impegnativa, con punti di riferimento visivi davvero scarsi e che alterna lunghi tratti di hammada di pietre con vaste zone sabbiose che si compongono in dune di media altezza.
Hassan, come tutti i tuareg diventati stanziali e passati dal dromedario alla Land Rover, guida su quelle piste meglio di un pilota della Dakar, con una mano sul volante e un braccio fuori dal finestrino, canticchiando motivi in lingua araba ed in qualche dialetto tamashek, battendo le mani ritmicamente al suono della musica sparata a tutto volume dal suo rudimentale autoradio autocostruito, conversando e ridendo a squarciagola con il malcapitato che è seduto accanto a lui. Che, in quel caso, ero io, con tanto di ossa rotte, budella rimescolate e occhi abbagliati dal sole impietoso del Sahara e dalla bellezza feroce di quel paesaggio sconfinato, in cui puoi percepire, se pur solo per qualche istante, l’esatta essenza dell’essere umano: essere un granello di sabbia sperduto e sballottato perennemente nell’universo.

Sotto quel cielo d’Africa così stellato che sembra pioverti addosso e che puoi vedere solo lì, Hassan, con quello stile affabulatorio lento e solenne che riserva per concetti importanti, mi spiegò i motivi della sua avversione alla Parigi/Dakar, che negli ultimi anni transitava proprio a pochi chilometri dal villaggio di M’Hamid, quasi ad uno sputo di dromedario dalla sua casa.
“Le auto e soprattutto i camion distruggono le piste, quelle che conosciamo solo noi e che loro non vedono, non riescono a vedere. Loro usano il GPS, di fatto disegnano nuove piste, e vanno dove non devono andare. Devi sapere che il deserto si basa su equilibri molto delicati, basta un niente per distruggere un ecosistema incontaminato e così fragile.
Se nel deserto con un pneumatico sradichi un filo d’erba, quello non crescerà mai più; se entri con un camion nel greto di un “oued” in secca che tu non vedi, che non sai nemmeno che è un fiume, lo distruggi per sempre, e l’acqua piovana che cade una volta ogni tre, quattro anni, non s’incanalerà mai più lungo il suo corso, e provocherà inondazioni. E’ difficile da credere, ma nel deserto ogni tanto accadono delle inondazioni terribili, talmente violente che possono travolgere ogni cosa, anche di più delle tempeste di sabbia. E poi questa gente passa sulla nostra terra, non ci chiede il permesso e non ci lascia niente in cambio. Per questi motivi la Dakar non ci piace.”
Io risposi facendogli notare che anche loro, gli abitanti del Deserto, lo attraversano con i fuori strada carichi di turisti, anche loro in qualche modo contribuiscono a stravolgere quell’equilibrio così precario.
“Noi passiamo da piste sicure, che riconosciamo. Le abbiamo scritte nella testa e nel cuore, fin da bambini. E’ niente, in confronto ai danni che provoca la Dakar o i turisti europei che vanno nel deserto con i 4x4 in modo autonomo, senza chiedere informazioni ed aiuto a noi. E poi, noi lo facciamo per vivere, per dare da mangiare ai nostri figli; costruire la scuola, le case, le cisterne per l’acqua per il nostro villaggio, per tutta la comunità. Non per divertimento.”
E, dopo una pausa di qualche secondo ricca di pathos, sorridendo aggiunse:” Noi saremmo ben felici di portarvi nel deserto a dorso di dromedario, lo sai. Solo che vuoi europei vi lamentate per il troppo caldo, per la fatica, per le distanze, la sabbia, il vento, perché vi fa male il didietro. Con i dromedari volete fare solo piccole gite, un paio d’ore al massimo. Ed allora dobbiamo usare le 4x4. E’ colpa vostra!”. Detto questo, Hassan si fece una sonora risata e mi versò l’ennesimo bicchiere di tè, non tornando più sull’argomento.

Con le sue semplici parole, quella notte Hassan mi fece avvicinare al suo modo di pensare, a quello della sua gente. Ai sentimenti di rispetto ed amore che provano per il Deserto, nonostante sia un luogo terribile oltre che magnifico, uno degli habitat più ostili del pianeta, dove il confine tra la vita e la morte è labile come il volo di un uccello migratore.
E pazienza per la Parigi/Dakar, nessun rimpianto. Meglio il sorriso dei bambini di M’Hamid.

P.S.
Hassan Lagfhiri gestisce un’agenzia di turismo sostenibile a M’Hamid,
Bivouac sous Les Etoiles, per escursioni e viaggi nel deserto del Sud del Marocco
http://www.bivouacsouslesetoiles.org/


Domenica 4 gennaio 2009 alle 07:00:12
MARCO URSANO
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