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L’autobus del Bel Paese

- Dal sedile di un autobus della città di Montgomery nel Sud degli Stati Uniti, nel lontano 1 dicembre 1955, iniziò uno dei più grandi movimenti antirazzisti e per i diritti civili della storia del novecento.
Quel giorno, Rosa Parks, impiegata di colore di un grande magazzino, sfinita dopo una giornata di lavoro, come al solito salì sull’autobus che doveva riportarla a casa. Dato che i posti a sedere nella parte riservata ai neri (quella posteriore) erano tutti occupati, Rosa andò a sedersi in uno di quelli riservati ai bianchi nella parte anteriore bianca dell’autobus.
Dopo pochi minuti, il conducente bianco dell’autobus, dato che nel frattempo erano saliti passeggeri bianchi che reclamavano i loro posti bianchi, ordinò a Rosa di alzarsi e cedere ai legittimi passeggeri bianchi i loro posto legittimo da bianchi.
Rosa si rifiutò di farlo. Il conducente fermò il mezzo, chiamo due poliziotti bianchi che la arrestarono immediatamente e la rinchiusero in una galera per neri.
Il giorno dopo, iniziò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery da parte della comunità afro americana e degli attivisti per i diritti civili, che durò esattamente 381 giorni e si estese in molti Stati di tutto il Paese. Nel 1956, la Corte Suprema americana decretò all’unanimità l’abolizione della segregazione razziale sui mezzi pubblici, dichiarandola incostituzionale. Rosa Parks dovette lasciare Montgomery a causa delle minacce di morte ricevute ed andò a vivere a Detroit, dove ci ha lasciato nel 2005. Diventata uno dei simboli delle lotte contro il razzismo, ha passato tutta la sua vita nell’impegno politico e civile per la democrazia. Nel 1999 ha ottenuto la medaglia d'oro al merito del Congresso degli Stati Uniti.

Uno dei modi migliori per tastare gli umori ed i pensieri della cosiddetta “gente comune” è prendere un autobus. L’autobus è un microcosmo in movimento, in cui s'incrociano ogni giorno ed ogni ora diverse sensibilità, culture, età, etnie. Un luogo di convivenza per definizione, in cui esistono codici e regole non scritti di buon comportamento. Per esempio, cedere il proprio posto a persone anziane e donne incinte nel caso il bus sia talmente affollato da non avere posti a sedere liberi.
L’autobus è un interessante luogo d’indagine. L’ascolto “rubato” delle conversazioni dei passeggeri, anche se non rappresenta di certo una pratica scientifica d’analisi sociale ed antropologica, racconta uno spaccato significativo dei vizi e delle virtù di una comunità.

Ho vissuto a Milano per un periodo, diverso tempo fa. E ho preso un’infinità di autobus, tram e metropolitane, il modo migliore per spostarsi e per capire qualcosa di quella città, della sua gente. A me, provinciale spezzino, Milano sembrava non solo infinita, ma infinitamente viva e stimolante. Un crocevia, un pullulare d’idee ed iniziative. Il cuore produttivo, creativo ed intellettuale del nostro Paese, con tracce evidenti d’Europa. Mi stupiva il dinamismo e la vita non stop dei suoi abitanti e n’ero contagiato. Velocità, velocità, velocità. Sempre di corsa, in un moto perpetuo.
Sui mezzi pubblici e nelle strade milanesi, sono passate davanti ai miei occhi praticamente tutte le sfumature dell’umanità. Per la prima volta in vita mia, ho visto donne in abiti tradizionali ghanesi multicolori o fasciate in eleganti sari indiani. Uomini con il turbante e la barba lunga, studenti arabi ed orientali. I latinos imbrillantinati, le prime gangs di hip hop d’ispirazione afro americana, coppie miste mano nella mano. Per non parlare dell’assortimento di cadenze e dialetti del nostro Bel Paese, dal Gallurese al Valdostano del Gran Paradiso. Tutto questo in un clima di sostanziale tranquillità, come se quel melting pot fosse abituale e quotidiano per gli abitanti della metropoli.

Solo una volta fui testimone di un episodio inquietante. Ero sul marciapiede della metropolitana, aspettando il mio treno. La scena si svolse sul marciapiede di fronte. Una guardia privata cominciò ad inveire violentemente contro una donna anziana di colore che chiedeva l’elemosina seduta a terra. Urla parossistiche, amplificate dal rimbombo della galleria. Insulti terribili, che la donna ascoltava atterrita, immobile. Fino a quando l’uomo sferrò un calcio al piattino su cui erano raccolti gli spiccioli, facendo volare le monete in tutte le direzioni. Allora, la donna si alzò traballando, e cominciò ad avviarsi claudicante verso le scale di uscita, seguita dallo sguardo palesemente disgustato dell’uomo. L’arrivo del treno m'impedì la visuale da quel momento in poi, e quindi non conosco il finale di quella storia.
Nelle ore successive, mi resi conto che fui spettatore di quella scena come se fossi completamente paralizzato, quasi in trance. Non avevo mai assistito in vita mia alla violenza di un forte su un debole in diretta e così da vicino. Due cose mi sono rimaste ben impresse: che tutto avvenne nella totale indifferenza della gente e che quell’uomo era molto giovane. Quella vecchia mendicante, per la sua età sarebbe potuta essere la nonna di quel ragazzo.

Sono passati quasi vent’anni, ed evidentemente molte cose sono cambiate. A Milano come altrove. Basta prendere un autobus anche qui a Spezia e ascoltare i discorsi dei “nativi”, osservare le occhiate riservate ai passeggeri immigrati, per rendersene conto.
A Milano si è modificato quel clima di sostanziale convivenza che avevo vissuto, ed evidentemente si sono persi anche minimi concetti di tolleranza, se esiste anche un piccolo consenso per introdurre un provvedimento che sancisce sui mezzi pubblici posti per milanesi e posti per stranieri.

Ed uno dei problemi è proprio questo, il consenso diffuso. Il “sentire comune”, indotto dai molti dei media e da alcune forze politiche, così intriso d’ignoranza e paura, mancanza di memoria e di senso di civiltà da ritenere accettabili proposte come quella dei medici e dei presidi delatori. Delle ronde. Del reato di clandestinità, come se essere un migrante che fugge dalla fame, dal degrado e dalla guerra per cercare un futuro migliore fosse di per sé un crimine. Ed del rimpatrio forzato in Libia dei migranti, che viola le norme internazionali umanitarie, come ha evidenziato anche l’ONU.

Non so se ci vorranno altri vent’anni per invertire l’egemonia di questa sottocultura. Chi non n’è contagiato, deve alzare la testa ed agire, uscire da questo conformismo. In modo democratico, ma con fermezza. Informando, denunciando, dialogando. Promuovendo il valore della convivenza, contro il disvalore della separazione. A partire dagli autobus del nostro Belpaese. Consola una sicurezza: che se è vero che ciclicamente tornano i tempi bui, è altrettanto vero che gli anticorpi non muoiono mai. Da qualche parte, c’è una Rosa Parks dei nostri giorni, e prima poi si rifiuterà di alzarsi. E molti la seguiranno.




Domenica 10 maggio 2009 alle 10:00:00
MARCO URSANO
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