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Il mondo al contrario.

- Storia di Ousmane
(prima parte)

Questa è la storia di un uomo. Ha poco più di vent’anni. Il suo nome potrebbe essere Ousmane, Ahmed, Jean Claude, Peter. Il suo paese il Senegal, Mali, Marocco, Burkina Faso, Nigeria. O un paese dell’Est, magari una new entry della Comunità Europea. Ancora, un paese latinoamericano. Quindi, il suo nome potrebbe essere anche Pavel, Slobodan, Miguel, Rosario.
Per semplicità, escludiamo l’Est Europa e l’America del Sud. Rimaniamo in Africa.

Il nostro uomo vive una vita che definire difficile è un eufemismo. La sua famiglia è numerosa, il lavoro va inventato ogni giorno, e non è lavoro vero, piuttosto sopravvivenza quotidiana, attraverso mille espedienti, trucchi dell’arte di arrangiarsi. In questo, i popoli africani sono maestri assoluti. Il villaggio in cui vive non dispone né di luce, né di gas. Tanto meno d’acqua corrente. Il pozzo più vicino è a trenta chilometri di marcia su una pista di sassi e polvere in un altopiano semidesertico, in cui, durante la stagione secca, le temperature diurne possono sfiorare i cinquanta gradi.
L’ospedale più vicino è ad un giorno di fuoristrada, due di taxi brousse, tre di autobus.
Il suo villaggio dispone però di una scuola, perché il suo Paese, anche se molto povero e da sempre in bilico tra pace instabile e guerra civile, tiene molto all’istruzione dei suoi cittadini. Perlomeno dei pochi che possono permettersi di frequentare la scuola.

Ousmane (abbiamo scelto questo nome) per un periodo della sua vita ha potuto studiare. Un periodo felice. Un tempo in cui le cose per la sua famiglia andavano bene. Durante un intervallo più lungo tra le guerre, in cui la pace sembrava potesse durare più del volo di una libellula, la gente era ottimista e le bestie di suo padre sane e numerose.
Un vero e proprio gregge, che poteva offrire latte e carne per il mercato della Città e per tutta la famiglia.
Così Ousmane, grazie a quella prosperità, poté frequentare la scuola, oltre che alternarsi con i suoi fratelli nei turni di pascolo per gli armenti. Ed Ousmane era anche volonteroso, attento e coscienzioso. Uno studente modello. Tanto che il maestro della scuola, il Priest dagli occhi chiari, la pelle chiara, i capelli chiari e lo sguardo dolce e buono, un giorno si presentò sulla soglia della casa di Ousmane. Parlò con suo padre, e gli disse che sì, Ousmane era proprio bravo, era davvero portato per lo studio, e che avrebbe dovuto frequentare le scuole superiori, giù in Città. E magari un giorno sarebbe andato anche all’Università.

Ousmane era già stato in Città. Al mercato, con suo padre, che lo voleva sempre con sé durante le contrattazioni, perché lui era un ragazzo sveglio e sapeva contare bene. Non si faceva fregare da nessuno, nemmeno dai mercanti libanesi, quelli più furbi di tutti.
Ousmane aveva già conosciuto le auto, il traffico forsennato e puzzolente di scarichi, le insegne pubblicitarie giganti, gli schermi al plasma, i grattacieli di vetro; aveva già osservato quella moltitudine multicolore di persone che correvano, sbucavano, si infilavano da tutte le parti, vestite con abiti occidentali, indaffarate, arrabbiate, esaltate, perdute in mezzo al rumore cacofonico e parossistico della Città, in ogni ora del giorno e della notte. L’esatto contrario del suo villaggio, calmo e placido, senza nessuna traccia d’inquinamento.
Aveva visto i soldati stipati nei camion, nei blindati, in posizione da combattimento ai posti di blocco; qualche volta ciondolare a gruppetti nelle strade della città, con le divise ancora stirate e libere dalla polvere del deserto, ed il metallo dei fucili mitragliatori che scintillava al sole. Molti di loro avevano scolpita in volto un’espressione vuota e dura; qualcuno era triste e qualcun altro rideva. Pochi, per la verità.
Aveva anche visto il quartiere che una volta era stato la dimora ed il centro amministrativo degli europei. Casette graziose con giardini curati, strade pulite e dritte, asfalto in buono stato e marciapiedi levigati. Palazzi imponenti, costruiti con strane architetture, che incutevano assieme timore ed un senso di orgoglio di patria.
Aveva conosciuto le scarpe da ginnastica. Le magliette colorate con grandi numeri impressi sulla schiena. Telefonini e macchine fotografiche digitali. I computer. Aveva ascoltato una musica strana, densa di suoni moderni e suadenti, cantata da donne bellissime in abiti discinti. Aveva bevuto la Coca Cola con dentro cubetti di ghiaccio, mangiato una carne a forma di disco insieme a delle patatine fritte, in un posto tutto colorato ed ordinato, con scritte in inglese, in cui dovevi fare la fila ed ordinare quello che volevi a ragazze carine, vestite tutte uguali e che non sorridevano mai.

Così Ousmane strinse i pugni, puntò i piedi nel terreno ed ostentò lo sguardo più duro che potesse mostrare un ragazzo di quindici anni, perché conosceva già la risposta di suo padre. Lui, in quella scuola e, soprattutto in Città, ci voleva andare ad ogni costo. Anche se, per farlo, fosse stato costretto a scappare di casa. E lo urlò forte, con tutto il fiato che aveva in gola, con tutta la forza di un ragazzo che vuole mettersi alla prova e vedere com’è fatto il mondo. Allora tutti gli abitanti del villaggio lo sentirono e si fermarono improvvisamente, nello stesso istante, rimanendo immobili.
Ognuno di loro attendeva il responso, in silenzio.
E quel giorno, per la prima volta, suo padre lo stupì.
Lo guardò dritto negli occhi, con un’intensità ed una profondità che Ousmane non aveva mai percepito, e gli disse che in quella scuola lui ci poteva andare, se lo voleva, a patto di aiutarlo tutte le volte che sarebbe venuto in città per vendere la carne ed il latte. Poi gli disse di andare subito ad abbracciare sua madre ed i suoi fratelli e per due giorni non si fece vedere da nessuno.
Ousmane sapeva che suo padre si era incamminato nel deserto, da solo, a piangere la perdita di un figlio.

Ousmane andò a vivere presso alcuni parenti della madre, cugini alla lontana che si erano trasferiti in città da molti anni. Una coppia anziana, con i figli che ormai erano andati chissà dove. Vivevano in una casa abbastanza grande, con il tetto di lamiera, alla periferia della Città. Lui faceva il meccanico, riparava specialmente i motorini. Lei cucinava e si occupava della casa. Lo accolsero volentieri e lo iscrissero alla scuola superiore, a patto che di pomeriggio, per qualche ora, Ousmane desse una mano al vecchio in officina.
Così, Ousmane, oltre che studiare, poté imparare un mestiere e, grazie al suo buon carattere, ottenere l’affetto e la simpatia di quella coppia di vecchietti, che dopo un po’ di tempo presero a considerarlo come il loro nipote prediletto.
A scuola si trovava a suo agio, era stimato dagli insegnanti ed i compagni gli volevano bene. Ogni tanto, grazie ai soldi guadagnati nell’officina, riusciva anche a tornare al suo villaggio, per andare a trovare la madre ed i fratelli. Ogni volta era accolto dai suoi compaesani con allegria e tutti gli onori, come se fosse una persona importante, e questo lo riempiva d’orgoglio e di gioia. Lo stesso orgoglio che intravedeva negli occhi di suo padre, quando si accorgeva di essere osservato da lui di nascosto, con gli occhi lucidi, quasi con pudore, le volte che s’incontravano al mercato per vendere la carne ed il latte.

Questo idillio andò avanti per un paio d’anni, sino a quando la pace si frantumò in miliardi di schegge di metallo rovente, e la guerra civile tornò a flagellare il Paese. La fazione tribale A, per anni estromessa dal potere dalla fazione tribale B grazie ad un sanguinoso colpo di stato militare con il sostegno ufficioso del paese occidentale Y, si era riorganizzata con gli aiuti del paese occidentale X, ed adesso era abbastanza forte da riprendersi il potere e vendicarsi di tutte le angherie subite, anche perché la fazione tribale B non godeva più degli aiuti del paese occidentale Y, con il quale erano sorti dei forti dissidi sul controllo delle risorse naturali, specialmente gas e petrolio, presenti nel nord del Paese.
Per cui, la fazione tribale A aveva organizzato a sua volta l’ennesimo colpo di stato ed aveva preso il potere. Dopo essere stata riconosciuta ufficialmente come governo legittimo dal paese occidentale Y, condannata senza appello per violazione dei diritti umani e della democrazia dal paese occidentale X, ottenuto un responsabile atteggiamento neutrale da parte dell’ONU che non voleva urtare la suscettibilità dei paesi occidentali X e Y a causa di una delle tante guerre civili di un paese africano qualsiasi, procedette con solerzia e scientificità allo sterminio organizzato di tutti gli oppositori appartenenti alla fazione tribale B, mettendo il Paese a ferro e fuoco.
Tutto questo avvenne, come sempre nella storia del suo Paese e dell’Africa, nel giro di un paio di mesi.

Il mondo al contrario.
Storia di Ousmane (seconda parte)

La vita di Ousmane cambiò bruscamente, quasi da un giorno all’altro, ed in peggio.
I suoi nonni adottivi simpatizzavano per la fazione tribale B, quella governativa, e tutti nel quartiere n’erano a conoscenza. Una notte, un gruppo di uomini della risorta fazione tribale A fecero irruzione in casa, sorpresero i due vecchi nel sonno, li trascinarono in strada e li fecero a pezzi a colpi di machete davanti a tutti gli abitanti del quartiere, che erano stati svegliati, disposti in lunghe file e costretti ad assistere all’esecuzione da altri soldati della fazione tribale A.
Doveva essere una lezione e un esempio per tutti coloro che ancora esitavano dall’aderire con entusiasmo ai principi di libertà, giustizia e benessere sociale propugnati dalla fazione tribale A. Principi che, ad un’analisi non superficiale, sarebbero risultati praticamente uguali a quelli della fazione tribale B, ma questo nessuno aveva il coraggio di dirlo.
Ousmane fu molto fortunato, perché quella notte non si trovava nel suo letto nella casa dei vecchi, ma in quello di una sua compagna di scuola, dall’altra parte della città.
Quella notte, in un colpo solo, Ousmane provò le gioie dell’amore, la disperazione della perdita dei nonni adottivi, il sollievo di avere salva la vita, il terrore di essere rimasto solo e braccato in una città in guerra.

Nonostante quella tempesta di emozioni e di ricordi nel cervello e nel cuore, Ousmane riuscì ad inventarsi un modo per sopravvivere in quel tragico periodo della sua esistenza. Si rifugiò nella bidonville in cui viveva la famiglia della sua ragazza. Occupò alloggi fatiscenti, lasciati liberi da gente che era scappata nelle campagne per fuggire ai rastrellamenti, dormì insieme ai topi e riuscì a camuffare sempre la sua identità, cercando di non farsi catturare ai controlli ed ai posti di blocco della polizia. Per mangiare riparava motorini a domicilio, facendo tesoro del mestiere imparato grazie al nonno adottivo. Non poté più andare a scuola. La sua ragazza, i cui genitori tifavano da sempre per la vincente fazione tribale A, gli disse che lo avevano cercato più volte i soldati, con lo scopo di arruolarlo a forza nell’esercito della fazione tribale A e che non doveva più farsi vedere da quelle parti.

Ousmane aveva sentito tante volte raccontare dei ragazzi della sua età arruolati a forza nell’esercito. I famosi soldati bambini. Storie che grondavano di sangue e terrore. Di ragazzi strappati alle loro famiglie e trasformati in automi, in autentiche macchine per uccidere, tramite abusi, violenze indicibili ed uso forzato di droghe. Giovani della sua età che sterminavano interi villaggi senza battere ciglio, e che non sarebbero mai più riemersi da quell’orrore e tornati ad una vita normale.

Per circa un anno, sino a che i massacri finirono ed il potere tornò saldamente nelle mani della fazione tribale A, Ousmane visse nelle periferie della Città come un ragazzo di strada. Senza dimora e lavori fissi, senza amici che non fossero parassiti interessati alla sua compagnia solo per convenienza. Eventi casuali e la disperazione per quella vita precaria lo portarono a bere ed a fare uso di droghe. Alcool e colla da sniffare si trovavano con facilità ed a pochissimo prezzo; sembrava che qualcuno consentisse di proposito che circolassero liberamente per tenere buona la gente, e, specialmente i giovani, in uno stato di perenne apatia e distanza dal mondo reale.

Alla fine delle ostilità, Ousmane era riuscito comunque a rimanere vivo, ed era sufficientemente lucido per capire che ora, con il Paese apparentemente pacificato, poteva tentare di ritornare al suo villaggio, da cui mancava da così tanto tempo e senza avere avuto più nessuna notizia della sua famiglia.
Aveva messo da parte anche qualche soldo, che gli avrebbe permesso di acquistare il biglietto dell’autobus o un posto su un taxi brousse.
Dopo un viaggio difficile, durato diversi giorni a causa del cattivo stato delle strade e dei mezzi di trasporto devastati dalla guerra, riuscì a raggiungere il suo villaggio.
Sulla soglia di quella che un tempo era stata la sua casa, trovò una donna che si trascinava tra le macerie, talmente magra da sembrare minuscola, come se si fosse ritirata a causa di un incantesimo.
Ousmane impiegò qualche secondo per rendersi conto che quella donna era il fantasma di sua madre.

Suo padre era morto, ucciso dai soldati della fazione tribale A, mentre tre dei suoi fratelli erano stati uccisi da quelli della fazione tribale B. Sua madre era fuggita nel deserto ed era riuscita a sopravvivere per miracolo, insieme alle sue sorelle più piccole. Le due più grandi erano state rapite da non si sa quali soldati di quale fazione e non erano più tornate. L’intera mandria sterminata, la loro casa saccheggiata e distrutta. Dei loro averi di un tempo non era rimasto più niente.

Adesso, Ousmane è l’uomo di casa più anziano, con il dovere di prendersi cura e garantire la sopravvivenza dei supersiti della sua famiglia.

Il mondo al contrario.
Storia di Ousmane (terza ed ultima parte)

Siamo ai giorni nostri. Ousmane ha quasi vent’anni. Da tre anni è tornato al suo villaggio. Da tre anni vive una vita di stenti, combattendo ogni giorno con i morsi della fame e della sete. Sua madre è morta. Le sue sorelle più piccole sono cresciute, ma sono sempre malate. I suoi fratelli cercano di dare una mano come possono, li ha educati bene. E’ il capofamiglia, adesso. Ha ricostruito la loro casa. Ogni tanto, lavora come meccanico. Ripara gli autobus ed i camion di passaggio. A volte, i fuoristrada dei pochi turisti e delle organizzazioni umanitarie.
Per qualche mese, ha gestito un taxi brousse insieme con un suo amico d’infanzia. Lo hanno comprato da un anziano tassista che non ne poteva più di mangiare ogni giorno chili di polvere e di sabbia del deserto. Una vecchia Peugeot, talmente in cattivo stato che, nonostante tutti gli interventi di riparazione di Ousmane, un giorno ha esalato il suo ultimo respiro sulla pista per la Città. Quel giorno, Ousmane ed il suo amico hanno guardato in silenzio il sole sprofondare dietro le dune nell’orizzonte, sconsolati e depressi come due vecchi stanchi, disillusi dal mondo. Nei loro cuori hanno accettato la verità, lo hanno sempre saputo: il vecchio tassista li ha fregati, sapeva che quel catorcio non avrebbe avuto molto da vivere.

Ousmane ascolta i racconti di chi è andato in Europa. Quelli che una volta l’anno ritornano dalle loro famiglie, carichi di doni e di soldi. Dicono che laggiù è dura, che fa freddo e gli europei spesso non li vogliono, anche se ci sono molte brave persone tra loro. Però si guadagna abbastanza, per vivere decentemente in Europa e mantenere bene la famiglia al villaggio. Qualcuno ha anche pensato di portarsi dietro la famiglia, e nessuno li ha più rivisti. Sono rimasti in Europa. A vivere meglio. In case con luce ed acqua, con la televisione. Lontani da questo buco di villaggio in mezzo ad un deserto sterminato e dimenticato da Dio.

Ousmane decide di partire. Sa bene come funziona. Sa che deve trovare i soldi, che deve pagare profumatamente i trafficanti di uomini. Così, trascorre altri due anni di sacrifici. Le tenta tutte, per un periodo torna anche in Città. Si presta a fare qualsiasi lavoro. Anche quelli più pericolosi e nocivi per la sua salute. Alla fine, riesce a raccogliere la cifra necessaria. Quasi tremila euro.

Ousmane lascia il suo villaggio una mattina di primavera, all’alba. Finge ottimismo ed euforia con i suoi fratelli, che lo salutano piangendo. Ma, in cuor suo, avverte un cattivo presentimento. Che scaccia subito, attribuendo la colpa alla paura dell’ignoto. Lui ha studiato, è in grado di fare ragionamenti complessi e capire i meccanismi della sua anima.

Ousmane compie il viaggio più lungo e pericoloso della sua vita. Su camion scassati e affollati da altri migranti, attraversa i terribili deserti di Mali, Niger e Libia. Sopporta le botte e le umiliazioni dei poliziotti ai posti di blocco. I tentativi di reclutamento forzato di quei fanatici di Al Qaeda. Riesce a sfuggire alla polizia libica che intercetta il suo convoglio e li vuole rimpatriare con la forza. Senza acqua e cibo, in compagnia di un manipolo di disperati come lui, attraversa quasi cinquanta chilometri di deserto a piedi, camminando per giorni e giorni. Riesce comunque ad arrivare sulle coste libiche, più morto che vivo.

Ousmane ha ancora i soldi per pagarsi il passaggio in barca per le coste italiane. Non mangia un pasto decente da molto tempo, ma quei soldi non li ha mai toccati. Se li è tenuti ben nascosti addosso, in un posto innominabile.

Ousmane guarda il cielo sopra di sé. E’ pieno di stelle, anche se non sono così tante come nel cielo del deserto, di notte. Il cielo di casa sua, della sua terra.
C’è la luna piena, che illumina il mare. Ousmane non ha mai visto il mare, e gli fa paura. Cerca quindi di non guardarlo, anche se quelle onde con le creste di schiuma hanno su di lui uno strano effetto, quasi ipnotico. Quindi lo guarda. Un mare scuro, agitato, che lo costringe a scontrare i suoi vicini in continuazione. Sono stipati come sardine, in cento, su una barca che ne potrebbe portare solamente una ventina.

Ousmane adesso è felice. Nonostante tutto. Nonostante quel viaggio da incubo. Nonostante che tutta la sua vita sia stata un incubo. Perché quando sbarcherà in Italia, in Europa, la sua vita cambierà, diventerà migliore e le sue sofferenze cesseranno. Perché potrà tornare al suo villaggio una volta l’anno, e portare doni ai suoi fratelli che lo guarderanno con ammirazione. E lui potrà essere fiero di sé. Un uomo libero. Non più uno schiavo.

Ousmane non sa che all’alba, non appena metterà piede sul suolo di Lampedusa, sarà fermato da un giovane carabiniere italiano, figlio di meridionali immigrati al nord, che hanno spedito laggiù per carenze d’organico, che non ne può più di quel lavoro e che lo arresterà.

Perché dei politici europei con occhi chiari, capelli chiari, pelle chiara (ma anche occhi scuri, pelle scura, capelli scuri) e sguardo ed anima vuoti stanno pensando e scrivendo delle nuove leggi.
Leggi che dicono che Ousmane è un criminale, per il semplice fatto di trovarsi lì, in quel momento, su quella spiaggia bianca circondata da scogli appuntiti e taglienti, davanti ad un mare di cristallo e di azzurro che somiglia ad un deserto.

Marco Ursano


Piccole note

Dedico questo testo al mio amico Ousmane, un senegalese arrivato in Italia da clandestino quasi 15 anni fa. Ha il permesso di soggiorno, la licenza di vendere accendini e paccottiglia varia, paga le tasse regolarmente e divide un piccolo appartamento con altri immigrati come lui. Una volta l’anno, torna in Senegal per un mese, nel suo villaggio vicino Dakar dove vivono sua moglie e i suoi tre bambini. Il suo sogno è mettere da parte il capitale sufficiente per aprire un piccolo forno/panificio nel suo villaggio.

Grazie a Ryszard Kapuscinski, Fabrizio Gatti, Sergio Ramazzotti, Ettore Mo, Giorgio Bettinelli, Elias Canetti, Lázló von Almásy, Paul Bowles, Ken Saro Wiwa, Ishmael Beah, Papetela, Ahmadou Kourouma, Léopold Sédar Senghor, Tahar Ben Jelloun, Nagib Mahfuz, Ndione Abasse, Nelson Mandela, Stephen Bantu Biko, Fela Kuti, Yomo Kenyatta, Miriam Makeba, Abdullah Ibrahim, Randy Weston, e tanti altri di cui ho dimenticato il nome e le opere, ma non lo spirito e gli insegnamenti. Tutti giornalisti, scrittori, viaggiatori, esploratori, pensatori, artisti, attivisti politici che hanno dedicato e dedicano la propria vita alla ricerca dell’Altro e della Verità. Ed all’Africa, la culla dell’Uomo.
Domenica 17 maggio 2009 alle 10:00:00
MARCO URSANO
© RIPRODUZIONE RISERVATA




























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