Il Cielo sulla Versilia. Viareggio mon amour
- Per noi di Spezia la Versilia è sempre stata e sempre rimarrà la fuga indispensabile dalla città nel week end, nelle innumerevoli e profonde notti in cui davanti agli occhi sono sfilate definitive, malinconiche, alcoliche, le luci tremule autostradali, e ti sei fermato a fare colazione nell’autogrill dopo Sarzana, pasta, cappuccino, testa gonfia ed impastata di sonno, vacue parole e “tunz tunz”, e luci strobo e laser, talmente martellanti che i tuoi timpani sono diventati sub woofer dell’anima, e tu sei stato il DJ del mondo, e tutto nei cristalli e nei lustrini di una notte. I posti da dove vieni e dove ti sei riconosciuto con altri migliaia di vagabondi e vagabonde dello stordimento sono sempre quelli; magari hanno cambiato nome, alcuni solo facce, pose ed abiti e divanetti e musica, ma sono sempre stati lì e sempre rimarranno uguali.
I Locali, quelli famosi, con il grande nome, quelli dei film, in cui si fa la storia e ci devi essere, che raccontano le leggende della Versilia, che si tramandano le generazioni, le storie come quelle di Mina nel suo ultimo concerto alla Bussola e che minigonna aveva in quel concerto, mi ricordo la foto, si vedeva tutto, ma in quegli anni si poteva fare, gli anni settanta, quelli subito dopo i sessanta. Gli anni ruggenti di Dolce Vita romana che traslocava d’estate di fronte a questo mare, quando Gino Paoli inseguiva Stefania Sandrelli tra le pinete infinite della notte, bella e giovane e donna e bambina come non mai, urlando alla luna i versi del suo amore di bicchieri di whiskey solitari su tavoli di fine serata e di cieli viola; anni che raccontano di quel ragazzo di venti anni, che quella sera disgraziata voleva tirare le pietre contro il mondo, e quella stessa sera inciampò nella pallottola che non lo fece più inciampare, tutta la vita, perchè quando sei su una sedia a rotelle l’unico vantaggio è quello di non perdere mai l’equilibrio.
Le notti della Versilia, in cui Forte dei Marmi, e Pietrasanta e Viareggio sono terre promesse da raggiungere, attraversare, esplorare e venirne sempre e comunque accettati, perché c’è posto per tutti, perché nessuno ti chiede da dove vieni e chi sei, perché qui puoi essere qualsiasi cosa e venire da qualsiasi posto, amare ed odiare quello che vuoi, come vuoi, come ti pare; e se non sei in lista per il privè chissenefrega, puoi sempre cambiare il giro dei locali, invertirne l’ordine cosmico, creare nuove opportunità di struscio e d’ammiccamenti e d’indirizzi dati e numeri di cellulare capiti male, e carezze e macchine dai vetri appannati, ma solo per quelli bravi, ma bravi davvero nel tacchinaggio, quelli che concludono, e tu che li guardavi stupito quando uscivano dal locale con la tipa, a te che non è mai riuscito, al massimo qualche bacetto sudato in pista e poi ciao ciao la prossima volta porta la tua amica, perchè alla fine c’è sempre il baracchino della porchetta sulla strada che consola e le birre in lattina, che senti solo il sapore del metallo e non sono nemmeno tanto fresche.
I giorni della Versilia, le domeniche, quelle in cui lo Spezia non gioca in casa, e così alla fine cedi al pressing forsennato di tua moglie, perchè ora ti sei sposato ed i locali notturni non li frequenti più, solo qualche volta con gli amici, tristi addii al celibato che sanno di steppe russe ed ucraine a buon mercato e rimpatriate di scuola, che al secondo Gin Tonic ti senti già rimescolare l’anima e ti vomiti tutto, tu che ne potevi bere anche dieci e poi ballavi per ore, come una bestia feroce; il giro al Forte per le vetrine, pizzette e focaccine, caffé e poi le vetrine di Viareggio, quel lungomare infinito, sterminato, capace che lo fai anche un paio di volte avanti ed indietro, con la scusa del caffé, del gelato, del ponce al mandarino d’inverno quando fa freddo, quando il mare è davvero bello, perché il cielo è nero e cattivo e sprofonda laggiù nell’orizzonte, e non capisci più la differenza che c’è, tra il cielo ed il mare, ed il sapore di sale che hai sulle labbra.
Ed una stazione della Versila, quella di Viareggio, che hai visto migliaia di volte scorrere davanti a te come in film, attraverso lo schermo lurido di un finestrino di treno lurido, perché sei stato studente pendolare in Pisa, e il treno locale lì ferma sempre, nella stazione dove non sei mai sceso. Te la ricordi bene, perché riconosci i profili delle case, delle scale e dei muretti, quasi ti ricordi i volti di chi saliva e scendeva tante le volte che ci sei passato, e quasi sempre agli stessi orari. Hai visto gli studenti, i lavoratori, le signore con le borse colorate che da Lucca e Pisa scendono sulla costa per una carezza di sole. Hai visto i bambini delle gite scolastiche con le maestre, le ragazze in minigonna che vanno al mare, le commesse in minigonna che vanno a lavorare, gli operai in tuta blu delle ferrovie ed i capi stazione. Hai visto la vita scorrere e pulsare in quel micro mondo che è una stazione, una metafora viva, in carne ed ossa e cessi sempre sporchi e bar tabacchi e panini di gomma e giornali freschi e partenze ed arrivi, addii e nuovi incontri, e tutto è scandito da quella voce di metallo, da quell’odore di metallo, dal quel sapore di metallo che ti rimane appiccicato ai vestiti ed alla pelle, ti entra nell’anima e non ti lascia più. Una stazione dove sei transitato migliaia di volte ti rimane impressa ed indelebile nella memoria, perchè fa parte del tuo senso del viaggio e quindi di te.
Per tutto questo, quando vedi le immagini di quella stessa stazione, di quel piccolo mondo devastato, violato, offeso, deflagrato; immagini che vedi solo in televisione, perchè mai troveresti il coraggio di andare lì, di persona, a toccare con mano, ti ricordi di tutti i volti che hai incontrato e che non hai conosciuto, dei profili delle case in cui mai hai abitato, delle partenze e degli arrivi a cui non hai partecipato, delle storie iniziate e degli addii che non hai dichiarato; ti ricordi di tutta l’umanità che comunque hai vissuto, respirato, condiviso e non puoi fare a meno, proprio non puoi, di distogliere lo sguardo da quello scempio, perché con gli occhi pieni di lacrime non puoi vedere niente davanti a te, ma solo l’abisso di sofferenza dentro te stesso. E se ti annusi un istante le dita, lo puoi sentire, è ancora lì, a ricordarti che la miseria dell’essere umano diventa bellezza solo se sei capace di riconoscere i tuoi simili come fratelli, e quando il dolore della loro perdita ti schianta il cuore. Perchè quell’odore di metallo non ti abbandona mai e, se lo fa, prima o poi ritorna.
In memoria delle vittime della stazione di Viareggio
Domenica 5 luglio 2009 alle 10:00:00
MARCO URSANO
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