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Il Cielo sopra la Spezia. I profughi del clima

- Da qualche mese, più di venti milioni di persone in Kenya, Etiopia, Eritrea, Somalia, Sudan ed Uganda hanno difficoltà estreme per accedere all’acqua, al cibo ed alle cure mediche a causa di una delle più feroci siccità degli ultimi anni.

Nella Repubblica Democratica del Congo alcune multinazionali stanno attuando pressioni per sfruttare la rete idroelettrica e portare energia all’Europa meridionale, e meno del 10% dei cittadini del Congo hanno accesso all’elettricità: 49.000.000 di congolesi non possono illuminare le loro case, avere frigoriferi, accesso alle telecomunicazioni ed a servizi essenziali, come scuole ed ospedali, che siano minimamente funzionanti.

Il gas di Nigeria, Algeria e Niger sarà trasportato e venduto in Europa. Il petrolio Nigeriano (uno dei paesi più ricchi di greggio al mondo) è da decenni appannaggio delle multinazionali che controllano il territorio con eserciti privati ed il governo con tangenti, mentre la sua popolazione, se vuole riceverne qualche beneficio, è costretta a perforare gli oleodotti a costo della vita, per riempire qualche tanica da rivendere al mercato nero. Recentemente, una multinazionale del petrolio è stata costretta da un tribunale di New York, dopo la causa avviata nei suoi confronti dal Center for Constitutional Rights, a pagare 15 milioni di dollari di risarcimento per il suo coinvolgimento diretto nell’omicidio del poeta ed attivista politico nigeriano Ken Saro-Wiwa. La multinazionale ha precisato che ha accettato il patteggiamento non per ammissione di colpa ma per offrire “un contributo alla riconciliazione del paese.”

Migliaia di ettari di terra fertile in Madagascar, Etiopia, Sudan, Kenya, Senegal e Mozambico sosta stati letteralmente “espropriati” da multinazionali dell’alimentazione ed aziende agricole coreane e indiane per manciate di dollari, e quei paesi sono costretti ad importare dall’estero generi alimentari che le popolazioni non possono permettersi di acquistare.

Da diverso tempo l’Africa e vaste aree dell’Asia e del Sudamerica stanno subendo stravolgimenti climatici strutturali, causati da eventi naturali come periodi di forte siccità (ma anche uragani ed inondazioni), ed avanzamento della desertificazione provocati dal riscaldamento globale e da interventi umani diretti, come sfruttamento intensivo delle risorse energetiche ed agro alimentari. Oltre che disoccupazione, tensioni sociali, miseria, malattie ed aumento di tassi di mortalità, specialmente nelle fasce più deboli delle popolazioni come i bambini, questi processi di trasformazione del clima e dell’ambiente provocheranno un aumento delle ondate migratorie verso il cosiddetto occidente avanzato.

Questi nuovi migranti che sfuggiranno non solo a guerre civili e regimi repressivi, ma anche a carestie ed epidemie, o ad un tragico mix di questi elementi (esistono autorevoli studi di geopolitica che affermano che i cambiamenti climatici sono tra le cause scatenanti di conflitti come quello del Darfur), riusciranno ad ottenere lo status di rifugiati o saranno ricacciati in mare e deportati in un lager nel deserto libico perché “clandestini”?

Sarebbe bello e giusto chiederlo a quei pensatori giuridici e politici che hanno varato, per esempio qui da noi in Italia, il “pacchetto sicurezza”. Ma temo che la risposta sarebbe scontata.

In questi giorni, durante il vertice sul clima dell’ONU a cui hanno partecipato 190 paesi e più di 90 leader mondiali, molti buoni propositi, a partire da Cina e Giappone che hanno comunicato di voler ridurre le emissioni di gas serra del 15% entro il 2020, e dichiarazioni apocalittiche di autorevoli capi di stato, Obama in testa, (si è ricorso ad espressioni come “suicidio ambientale”) che ad ogni summit internazionale sono sempre più allarmistiche e ogni volta sfociano in provvedimenti che sanno più di palliativo che di cura. Ma svolte radicali, serie scientificamente (nonostante la comunità scientifica internazionale da tempo e con chiarezza non perde occasione di fornire soluzioni), accompagnate da investimenti consistenti, realmente efficaci per invertire una tendenza, non se ne vedono.

Se vogliamo tentare di risolvere il problema, l’impressione è che non si possa più continuare ad eludere il tema centrale, che, da qualsiasi angolazione lo si voglia guardare, rimane quello di progettare e realizzare un nuovo modello di sviluppo, non più improntato sul saccheggio delle risorse e dell’energia e le sottomissione di tre quarti dell’umanità per garantire all’altro quarto un benessere caratterizzato da spreco ed egoismo sociale. O meglio, per garantire ad una elite del mondo occidentale ricchezze e privilegi smisurati ed alle persone comuni la falsa illusione di un benessere diffuso e consumistico. Un castello di carte che sta cominciando a crollare sotto i colpi della crisi economica e del riprodursi delle disuguaglianze e della competizione priva di solidarietà proprie del capitalismo avanzato.

Tutti quei governi e leader che si riempiono la bocca di “green economy” dovrebbero cominciare a avviare politiche per favorire lo sviluppo sostenibile ed impedire il “neocolonialismo” verso i popoli ed i paesi dell’Africa e del mondo “in via di sviluppo “. Molto possiamo fare anche tutti noi, a partire dalla nostre abitudini, dal nostro stile di vita. Usare meno l’auto, avere una maggiore attenzione ai consumi energetici in casa e nei luoghi di lavoro, di studio e di socialità; fare seriamente la raccolta differenziata dei rifiuti. Informarci e discutere di problemi che non siano solo il marciapiede ed il parcheggio vicino a casa, ritrovare interesse ed un nuovo sguardo sul mondo. E magari, dimostrare un po’ di umanità e fratellanza verso coloro che, durante la loro esistenza, considerano un bicchiere d’acqua non come una diritto acquisito, ma come un privilegio raro.
Domenica 27 settembre 2009 alle 09:00:00
MARCO URSANO
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