Il Cielo sopra il Palio. La prima sfida è lontano dal mare
- Dita intrecciate, nocche bianche. Occhi attenti, zigomi e muscoli concentrati, tirati. Il momento della verità è lì a qualche metro, una bilancia enorme che sembra una scultura riuscita male, un oggetto di modernariato.
E’ un appuntamento sentito, vissuto come un passaggio che non si può sbagliare. L’equipaggio assiste, freme, premendo contro le transenne; accanto, la gente delle borgate nelle magliette con i colori di ordinanza e folla indistinta si fondono in una cacofonia brulicante di umanità, ricordi, saluti e abbracci e dispetti e lazzi e frizzi ed umorismo crudele spezzino come solo noi sappiamo, quello che ti prende nel tuo punto debole e non ti risparmia, ti getta a terra che non ti rialzi più; ancora l’equipaggio, che senza soluzione di continuità, lancia sguardi in cagnesco e mezze battute sibilate sottovoce agli altri equipaggi avversari.
La tensione nell’aria di Piazza Cavour si potrebbe tagliare.
E’ la "pesa" delle barche, il primo capitolo della narrazione di ogni Palio, dopo le interminabili disfide pre Palio, in cui le borgate si ritrovano insieme e si guardano negli occhi.
E' l'istante in cui la gara ha veramente inizio, anche se quella effettiva, la disfida remiera, ci sarà il giorno dopo.
Le barche sono misurate, sezionate, smontate, pesate. Chiglia, sedili, timone, remi. Fasciame, viti. Sembrano creature vive, animali marini, lucidi di vernice, sul letto di uno studio veterinario. Intorno, i giudici della Lega Canottaggio a sedile fisso – Uisp, con pignoleria ai limiti del credibile, le passano in rassegna in ordine inverso all’arrivo del Palio dell’anno precedente, dall’ultimo al primo. Così, inizia il più scarso in un clima, relativamente, sereno. Man mano che si alternano le imbarcazione ed arrivano le borgate vincenti, le big, l’aria si fa elettrica e la polemica cresce.
Domando in giro, mi sono sempre chiesto cosa determina il successo e la storia di una borgata. Mi risponde una ragazza, in modo talmente semplice che disarma: vincono quelle che sono partecipate, radicate nel quartiere. E resistono nel tempo a grandi livelli. La risposta si commenta da sola, e restituisce il senso del Palio del Golfo. Storia di popolo, di angoli di quartiere e di paese di riviera. Di strade, piazzette, vicoli da cui si vede il mare, e se non si vede, si ascolta e si respira. O si immagina, se per disgrazia ti trovi lontano, in qualche parte di Mondo. Quell’odore di mare di porto, misto di salsedine, merda di gabbiano e petrolio, e che sa un po’ di marcio, che qualsiasi foresto troverebbe sgradevole, ma che per noi spezzini somiglia all’odore della libertà. Di pasta con i muscoli, ed acciughe e muscoli ripieni in Diga la domenica.
Le barche devono essere tutte uguali: la lunghezza - fuori tutto - deve essere di 5,40 metri; la larghezza massima non deve essere inferiore a 1,60 metri; la larghezza dal galleggiamento al centro barca deve essere di 1,056 metri; l’altezza di costruzione non può essere inferiore a 40 centimetri, come non è consentito un peso inferiore a 130 Kg. Anche lo scafo, gli scalmi, i bordi e le misure dei remi, del timone e delle panche, devono essere regolari.
Se la barca pesa meno del peso consentito, si aggiungono zavorre; se è troppo lunga o larga, si deve limare lo scafo. Perché non si esclude nessuno, il Palio è di tutti. Ogni borgata, anche quella che perde sempre, che arriva ultima, possiede la dignità della sfida. Nei secoli, finche nel Palio si vogherà.
Alla fine, durante un lunghissimo pomeriggio in cui la temperatura sahariana sotto le arcate del Mercato non aiuta certo a mantenere i nervi saldi e la diplomazia tra borgate, tutte le imbarcazioni sono pesate e tutte risultano adatte alla sfida del giorno dopo.
In cui il mare, i muscoli e la testa decidono tutto.
Perché la barca è importante, ma vince chi rema più forte degli altri.
Domenica 2 agosto 2009 alle 11:00:00
MARCO URSANO
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