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Il Cielo sopra il Natale.

- Anche oggi, come ogni giorno, mi sono alzato molto presto. E’ ancora buio, e vago come un fantasma tra le stanze di questa casa silente, nel cuore di questa città che ancora dorme il sonno dei giusti. Apparentemente, non si avverte nessuna differenza con gli altri giorni, potrebbe essere un risveglio qualsiasi, di un qualsiasi giorno d’inverno. Invece, è la mattina di Natale. Se si ascolta bene, con attenzione, si sente il suono indefinito e leggero di questo giorno sospeso. E non è una sensazione uditiva. Non solo. E’ uno stato del corpo e della mente, è un po’ come galleggiare in un vuoto familiare, rassicurante. Amniotico. Sarà perché qui in centro il silenzio mattutino avvolge ogni cosa, ed i rumori di traffico sono solo un ronzio lontanissimo.
Ancora sensazioni uditive? Basta sterzare un poco con il cervello, e si entra in un altro regno sensoriale. Gusto, olfatto. Memoria e futuro si accavallano. E le papille gustative si svegliano, cantano come grilli a Ferragosto. Perché ricordano, comprendono, sanno che tra qualche ora saranno accarezzate dal cibo perfetto. Il cibo degli Dei.

I tortellini di mia madre. Rigorosamente cesellati a mano due giorni prima di Natale, perché dopo devono riposare, composti da ingredienti naturali selezionati e ricercati con pazienza e costanza di archeologi della gastronomia. Sintesi perfetta di qualche centinaio di anni di cucina e cultura toscoemiliana: mia madre è originaria di Fivizzano, la Firenze della Lunigiana.
In questo momento li vedo: riposano giù nella cantina dei miei, chiusa con tre mandate, su un piano di lavorazione di legno, cosparso di un velo di farina, ricoperti da una tovaglia candida e sottile, lino purissimo e con pizzi e merletti. Custoditi come una cosa preziosa, una reliquia. Piccolissimi, uno diverso dall’altro ed al contempo simili. Sono lì, adagiati, a centinaia, come fossero in letargo, facendo finta di dormire, ma pronti a cimentarsi in qualche impresa eroica. Se ti avvicini, lentamente, sollevando la tovaglia con delicatezza, sembra che ti guardino di soppiatto, con espressioni quasi umane ed indecifrabili.
Si risveglieranno tra qualche ora, come per incanto, al contatto con un brodo purissimo di cappone. E si scioglieranno in bocca anche quest’anno, potenza e dolcezza del sapore, rinnovando un piccolo miracolo di grazia ed armonia di gusti, un capolavoro della nostra insuperabile tradizione culinaria italiana. Una delle poche cose nazionali di cui possiamo andare ancora fieri.
Al pensiero di questo rito pagano in un giorno sacro, mi vengono quasi i brividi. E l’acquolina in bocca è sempre più forte, anche se sono solo le sette e mezza di mattina, anche se affiorano i ricordi e i profumi delle frittelle di baccalà della sera della vigilia, che deve essere di magro, e con i cibi nostri, della nostra cucina di pesce povero, come da tradizione.

Una volta, il baccalà e le acciughe erano capisaldi della cucina povera, popolare della nostra città. Adesso, vai a fare un giro in Piazza e guarda i prezzi! E anche la Mesciua, la puoi comprare già pronta, in scatola, come fosse una zuppa Campbell di Andy Warhol from New York City, e non prodotta tra il mare e le colline della Foce. Tante cose sono cambiate, dallo scorso secolo.
Adesso, possiamo mangiare del buon kebab in Via Prione. Testimonianza del fatto che anche noi, chiusi, scostanti, diffidenti, attaccabrighe, mugugnatori spezzini, quando vogliamo, per amore o per forza, un poco la possiamo aprire agli altri questa nostra città, ed accogliere anche chi è diverso. E provare a conviverci, perché no?

E’ proprio questo lo spirito del Natale. Convivenza tra diversi, nel rispetto reciproco. Oltre che in pace, certamente. Vale per i credenti di tutte le religioni ed anche per chi non crede. E’ il sentimento di fratellanza tra uomini e donne, tra popoli, che trascende ogni differenza. E che possiamo ritrovare in ognuno di noi: basta lasciarlo affiorare, senza soffocarlo con i problemi e le fatiche delle nostre vite, che ci spingono all’indifferenza ed alla solitudine. Perché, per nostra natura, lo possediamo tutti.
Proviamoci, e saremo più in pace con noi stessi e, forse, anche un poco più felici.
Una sensazione di pienezza e leggerezza al tempo stesso.

Un po’ come mangiare i tortellini di mia madre.
Anche se questi, col cavolo che li voglio condividere!
Me ne spettano due piatti, di diritto, come ogni anno…e non li vengo a cedere certo a voi!

Buon Natale, a tutti, di cuore.

Marco Ursano






Giovedì 25 dicembre 2008 alle 00:03:47
MARCO URSANO
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