Il Cielo sopra La Spezia. Kiguiza Baridii
- “Quando a Nairobi vedo un poliziotto al di là della strada non so se mi arresterà, se mi ucciderà o se mi lascerà passare. Questo è KIGUIZA BARIDII”.
“Quando so di avere solo tre euro in tasca, e non so cosa sarà il domani, questo è KIGUIZA BARIDII.”
“Una volta, vicino a casa mia c’erano dei campi. Un giorno passavo da lì per andare ad allenarmi, e ho visto degli uomini che picchiavano una donna. Mi sono avvicinato e ho guardato, ma poi ho distolto lo sguardo e mi sono messo a correre. Quegli uomini mi hanno inseguito ed io ho continuato a correre, correre, correre, correre, correre. Anche questo è KIGUIZA BARIDII.”
KIGUIZA BARIDII in lingua swahili significa “freddo dentro”.
Le frasi di prima le ha pronunciate il mio amico Were Sthepine Odhiambo qualche sera fa al Teatro Civico della Spezia, di fronte ad una platea numerosa, attenta e commossa. Were Sthepine Odhiambo è un grande artista africano, come lo sono gli altri membri del gruppo di acrobati Afro Jungle Jeegs da Nairobi, che quella sera al Teatro Civico, insieme a danzatori italiani del Balletto Civile, hanno messo in scena uno spettacolo straordinario, I Prodotti. Were Sthepine Odhiambo, quando ha raccontato a tutti il suo KIGUIZA BARIDII, raccontava storie che ha vissuto. Ed, al di là del senso delle parole, la verità di quelle storie era scolpita nella verità del tono della sua voce, che ci ha restituito la verità della sua memoria. E sfido chiunque, nell’ascoltare quelle parole e come vengono pronunciate, a non provare freddo dentro, KIGUIZA BARIDII.
A volte le parole possono compiere miracoli, perché raccontano ogni cosa. Quelle due parole, il loro suono, rappresentano esattamente il freddo dell’anima che significano, se si hanno orecchie e cuore per ascoltare. Poco importa che siano in lingua swahili, perché nel momento in cui Sthepine le pronuncia, sono parole del mondo e raccontano la storia di tutte le donne e gli uomini del mondo che soffrono ed hanno sofferto. KIGUIZA BARIDII.
Raccontano delle minoranze perseguitate, rinchiuse, stuprate, mutiliate, uccise ed i loro cadaveri gettati in fosse comuni o neanche seppelliti e poi dimenticati. Raccontano di pulizie etniche, processi sommari, forche, stragi, soldati bambini, linciaggi, campi di concentramento e di sterminio. Raccontano la paura, la fame, la sete, le malattie, la mancanza di un tetto e di un giaciglio. La crudeltà dell’uomo forte contro quello debole, una storia che si ripete da millenni ed a tutte le latitudini. KIGUIZA BARIDII.
Raccontano dell’ignoranza, della debolezza e della paura, condizioni che sono alla base del razzismo, un non pensiero che diviene urlo ed azione sconnessi, che si nutre del rifiuto di riconoscere l’altro e la sua bellezza, e la sua bruttezza, i suoi difetti, e non accetta di fondere le identità diverse. KIGUIZA BARIDII.
KIGUIZA BARIDI, freddo dentro. Il centro del mondo è fatto di ghiaccio, un’altra frase dello spettacolo.
Somiglia al freddo del nostro tempo, di questi giorni di inverno mite e di questi cieli di nuvole nere. E’ il freddo che provo quando leggo che un ragazzo di vent’anni vuole bruciare gli zingari che vivono nella sua città. O che vaneggia di forni crematori e di soluzioni finali.
E’ un freddo glaciale, assoluto. Perché quelle frasi possono significare solo una cosa: la perdita della memoria universale dell’umanità. In quelle frasi, l’uomo è cancellato, soppresso. Non esiste più il suo concetto, la sua essenza. Come a Mathausen o ad Auschwitz, i monumenti più drammatici della storia all’annullamento dell’uomo, del suo farsi pensiero. Che poi non è altro che rappresentazione ed accadimento di puro orrore, in un qui ed ora perenne. Se questo è un uomo, scriveva Primo Levi.
Naturalmente quel ragazzo non sa che in quel momento non è un uomo. Non se ne rende conto. Ed è sicuramente un ragazzo normale in tutto il resto del suo tempo, che studia, lavora, vuole bene alla sua ragazza, agli amici ed alla sua famiglia. Ma in quell'istante, in cui afferma che vuole vedere gli zingari bruciati nei forni, semplicemente, non appartiene più al genere umano. In quel momento, sospende la sua memoria ed annulla il suo pensiero.
Le cifre ufficiali parlano di più di 500mila zingari sterminati dai nazisti nei campi di concentramento, ma solo nel novecento sono stati molti altri i pogrom in Europa contro quel popolo che hanno contato decine di migliaia di morti.
La Spezia è la città di Exodus e dei Martiri del Ventunesimo. Il nostro territorio, le nostre campagne, i nostri monti hanno subito le atrocità delle brigate nere della Decima Mas e si sono ribellate e riscattate attraverso la Resistenza e la guerra di liberazione dal nazifascismo. Noi spezzini siamo figli di migrazioni e di miscugli di razze. La Spezia urbana, industriale, che nasce a fine 800, è proprio questo, un gran minestrone di popoli differenti. Questa è la nostra storia. Qualcuno, che evidentemente si riconosce in altre radici, si metta pure l’animo in pace. E’ così. La nostra è una storia di calore, solidarietà, giustizia, fratellanza, atti eroici. E’ l’altra faccia, l’opposto del ghiaccio nel centro del mondo. E’ una narrazione di mani che si stringono e di gente che si abbraccia anche se appartiene a mondi lontani e diversi.
Nello spettacolo I Prodotti c’è una metafora ricorrente. Una spiaggia deserta alla termine di un lungo viaggio, o all’inizio, che è poi è la stessa cosa. Una voce di donna fuori campo si chiede dov’è finito suo fratello. E’ scomparso, svanito, forse non è mai stato lì. E’ la sua assenza che è in scena, in mezzo a tutto quel bianco. O meglio, è la sua presenza/assente, come se quello perduto fosse nient’altro che un pezzo della nostra condizione umana che si fa carne e sangue. Forse, nella nostra rabbia e nella nostra paura, nella nostra inadeguatezza di stare al mondo, ci può salvare riconoscere come parte di noi stessi, come nostro fratello, anche chi è apparentemente distante da noi più anni luce di una stella. Qualcuno che vive, ama, soffre, muore in modo profondamente diverso dal nostro, ma, se ci pensiamo bene, anche molto vicino.
P.S Grazie a Michela Lucenti, Leonardo Pischedda, Emanuele Braga, Maurizio Camilli, Asamba Peter Willis Kuria, Were Stephine Odhiambo, Onacha Erik Odida, Angero Nicholas Onyango, Ruado Hamphrey Omodi, Emanuela Serra, Mboka Churchill Wandadanda che per una sera ci hanno fatto sentire un po’ meno KIGUIZA BARIDII.
Domenica 29 novembre 2009 alle 10:00:00
MARCO URSANO
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