Il Cielo sopra Iglesias. La crisi è passata, tutti a casa (seconda parte)
. Nell’ormai lontano 1992 passai quasi tutto il mese di Agosto ad Iglesias, la capitale del Sulcis, insieme ad un mio caro amico che all’epoca era giornalista di Radio Popolare di Milano. Massimo era stato inviato laggiù dalla radio per un reportage sui minatori ed io, con la scusa di dare una mano, mi ero aggregato alla spedizione. Conoscevo già alcuni minatori del Sulcis, erano venuti in primavera all’Universitàdi Pisa e due di loro avevano dormito un paio di notti a casa mia. Li avevamo invitati ad un Assemblea della Facoltà di Lettere per raccontare la loro lotta, simboleggiata da quella foto con loro dietro i cancelli della miniera in prima pagina su Corriere e Repubblica.
Durante il loro breve soggiorno a Pisa trascorremmo le notti a parlare, anzi, loro parlavano ed io ascoltavo. Storie ed echi di un mondo che mi sembrava lontanissimo per distanza geografica e caratteristiche. Cultura operaia e tradizioni ataviche, come solo la Sardegna può custodire, mischiate tra di loro, un senso di orgoglio e di appartenenza che raramente mi è capitato di ritrovare. Quei giorni ci lasciammo con la promessa che sarei andato a trovarli presto.
Ho ancora ricordi vivissimi di quel soggiorno ad Iglesias. Per quasi tre settimane, io e Massimo ci tuffammo in una realtà completamente diversa dalla nostra. Possiamo dire senza retorica che fummo accolti, ospitati e onorati da tutta la loro comunità, praticamente da una città intera. Tutto, ad Iglesias, ruotava intorno alle miniere. L’economia, certamente, ma anche la loro storia, i codici culturali, il loro linguaggio. Tutto era miniera, il significato profondo del lavoro del minatore lo respiravi nell’aria.
Prima dell’avvento dei moderni metodi di escavazione, con gru e ruspe, i minatori si calavano seminudi in budelli di roccia che affrontavano con picconi e scalpelli prima e poi con martelli pneumatici dopo. Esplosioni accidentali, fughe improvvise di gas e crolli erano la norma. Così come perdere un fratello, il padre, un amico da un momento all’altro. Eppure, nonostante tutto questo, un lavoro così duro e pericoloso, una vita più breve di quella degli altri a causa di malattie come la silicosi, il senso di orgoglio di appartenere a quella comunità di lavoratori e la solidarietà, direi la fratellanza tra di loro, erano straordinarie.
Orgoglio e solidarietà. Quando andammo ad Iglesias, i minatori erano reduci da una lotta durissima che si era protratta per settimane. Si erano barricati dentro la miniera, portando con sé anche alcune casse di tritolo. Solo un deterrente, non le avrebbero mai usate, dicevano trattenendo a fatica le risate. Una lotta contro il ridimensionamento delle miniere, preludio della chiusura definitiva. In difesa non solo del posto di lavoro di centinaia di minatori e dell’economia di un intero territorio, ma anche della loro storia ed identità.
A cinquecento metri sotto il livello del mare fa freddo. E, se fai attenzione, nel silenzio spesso e senza luce puoi avvertire il suono della terra. Sembra un gigantesco respiro, ma lieve, puntellato di gocce d’acqua che cadono, ritmato. Tutto è immobile, ma al contempo sembra che tutto ciò che è intorno a te si muova in modo impercettibile. Che la terra sia quasi una cosa viva, un organismo primordiale, anche se è composta da strati di pietra. E’ una sensazione unica, che puoi provare solo la sotto. A cinquecento metri sotto il livello del mare i tuoi pensieri possono essere solo nitidi ed i sentimenti definitivi. Se hai paura, è paura totale, se provi amore per qualcuno, sarà finchè resti in vita.
In quei giorni ascoltammo centinaia di persone. Ore di registrazioni di voci, spesso in lingua sarda. Non so dove siano andate a finire, forse negli archivi di Radio Popolare ci sono ancora. Mi ricordo bene quei volti. Non certo i lineamenti, dopo vent’anni, ma l’aura che emanavano. Credo che molti di quei minatori avessero frequentano le scuole sino alla quinta elementare, specialmente i più anziani, e mi ricordo di loro come tra le persone più autorevoli e sagge che io abbia mai incontrato. Mai, in quei giorni, ho ascoltato parole di violenza e cattiveria verso chicchessia. Solo grande fermezza, consapevolezza di sé, amore per il proprio lavoro e per i propri affetti e, naturalmente, orgoglio e solidarietà.
Il Sulcis Iglesiente è una terra bellissima. Vent’anni fa regalava una costa incontaminata, calette in cui potevi fare il bagno nudo con i gamberetti che ti pizzicavano il sedere; ed un interno brullo e carico di ulivi e sugheri, con le colline bucherellate dalle miniere. A poca distanza da Cagliari e di fronte l’isola di Carlo Forte e la penisola di Sant’Antioco. A quei tempi, il turismo era praticamente inesistente. Oggi, a giudicare da quello che si trova su Internet, sono nati diversi alberghi e bed and breakfast. Ricordo che uno degli argomenti di dibattito di quei giorni era la possibile riconversione turistica del Sulcis, prospettiva che trovava perlomeno scettici i minatori.
Non so bene come si è poi evoluta quella storia, non sono più tornato ad Iglesias ed i rapporti con alcuni di loro, dopo qualche anno di sopravvivenza a distanza, poi sono svaniti. La vita è così, piena di storie e di rivoli che a volte diventano fiumi ed altre si seccano, e non è colpa di nessuno. Mi ricordo il nome di uno di loro, Enea. Un nome mitologico di un eroe, che bene si adattava ad un grand’uomo come lui pieno di “pietas”. Spero che lui e la sua famiglia stiano bene.
So che le miniere oggi sono praticamente tutte chiuse. Alcune di esse sono state trasformate in musei che raccontano le storie dei minatori ed in parchi minerari in cui è possibile svolgere attività di trekking, nella logica di un processo di ristrutturazione economica e di rilancio di quel territorio. E non so valutarne il successo, se questa trasformazione è riuscita a sostituire il lavoro di migliaia di persone. Temo proprio di no. E temo che molti di loro, specialmente i più giovani, siano stati costretti a lasciare la loro terra in cerca di fortune e di lavoro.
Venerdì in Sardegna è avvenuto uno sciopero generale di 24 ore , indetto da CGIL, CISL e UIL, che ha coinvolto migliaia di lavoratori ed ha praticamente fermato l’isola. Uno dei motivi scatenanti, la volontà della Alcoa di mettere in cassa integrazione 450 lavoratori del Sulcis e di chiudere lo stabilimento Portovesme, decisione che rischia di lasciare senza lavoro, comprese le ditte dell'indotto, circa 2.000 persone. Ed altri fronti caldi sono aperti in altre realtà produttive di tutta la Sardegna. “Non ce la facciamo più- ha dichiarato un dirigente sindacale-sembra che tutti ci abbiano dimenticato”.
Cerchiamo di ricordare, invece. Per orgoglio e solidarietà.
La foto, trasporto di minerale in miniera, Pro Loco Iglesias, è scaricata dal sito della Mediateca Comunale di Iglesias, che ringraziamo.
http://www.mediatecaiglesias.it/mediatecaIglesias/opencms/