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Gli strani frutti del nostro tempo

- “Gli alberi del sud danno uno strano frutto/sangue sulle foglie e sangue sulle radici/un corpo nero si agita nella brezza del sud/strano frutto che penzola dagli alberi di pioppo”.
Sono i versi iniziali di una delle canzoni più famose del novecento americano, Strange Fruit, portata al successo dalla voce struggente di Billie Holiday, una delle interpreti più vere del dramma del razzismo subito dal popolo afroamericano negli Stati Uniti. Che la stessa Billie ha pagato con il prezzo più alto. Nel 1959, mentre in Europa era considerata una star mondiale ed era accolta agli aeroporti delle capitali con tappeto rosso e limousine, a New York “Lady Day” moriva in un letto d’ospedale, dopo che altri due le avevano negato una trasfusione perché donna di colore, dimenticata da tutti e perseguitata dalla giustizia.
Per intenderci, stiamo parlando di un periodo in cui c’erano le automobili, i frigoriferi, la radio e la televisione, i telefoni e nell’Italia del boom economico Mina sfondava con “tintarella di luna”, non di un medioevo profondo ed oscuro. Anni in cui, negli stati americani del Sud, il Ku Klux Klan poteva ancora impiccare sommariamente la gente di colore in un clima non solo di totale impunità, ma quasi di consenso generale.
Di lì a poco sarebbero nati i movimenti per i diritti civili che hanno contribuito a cambiare la storia moderna attraverso i percorsi umani e politici di Rosa Parks, Martin Luther King, Malcom X, le Black Panthers, Angela Davis, Muhammad Ali, Miles Davis e John Coltrane sino al Nobel a Toni Morrison, a Spike Lee ed al Reverendo Jackson, con momenti ed esiti differenti nel corso del tempo, ma comunque come un’onda inarrestabile che è giunta fino ai giorni nostri.
Grazie alla quale uno “strano frutto” ha appena assunto, davanti a tutto il mondo, il ruolo di Presidente degli Stati Uniti.
Se qualcuno lo avesse predetto a Billie, lei lo avrebbe considerato un pazzo da rinchiudere, un extraterrestre rincoglionito e ci avrebbe riso e bevuto su.

Il razzismo nasce dall’ignoranza e della paura, che assieme creano un micidiale cocktail che si alimenta con luoghi comuni, violenza, insofferenza, egoismo. A livelli più “complessi” esso assume, ed ha assunto tante volte, il concetto di supremazia razziale, che si è sempre tradotto in segregazione, oppressione, colonialismo e stermini.
Affermazioni come “i neri sono ballerini nati, hanno il ritmo nel sangue” o “gli ebrei sono ricchi e tirchi” e così via, purtroppo si sentono ancora oggi. Sono l’humus, magari a volte inconsapevole ed indotto, in cui razzismo e politiche dell’esclusione trovano il loro habitat naturale. E’ vero che la gente di colore ha una predisposizione alla musica ed al ritmo, il Jazz lo hanno inventato musicisti afroamericani, ma non è una questione genetica, piuttosto processi sociali e culturali articolati. E Nureyev allora? Non sembra sia nato ad Harlem. E gli ebrei uccisi nei campi di stermino nazisti non erano affatto plutocrati miliardari ed usurai, ma la maggior parte di loro appartenevano alle classi medio basse, e tantissimi erano operai.

Molti hanno letto nell’elezione di Obama un ciclo che è arrivato a compimento, estremità conclusiva di un filo rosso ideale che lo collega con la prima volta che Rosa Parks, sfinita da una giornata di duro lavoro ed esasperata dalle continue vessazioni, si rifiutò di cedere il suo posto sull’autobus ad un bianco, dando così origine ad una delle più grandi ribellioni di massa della storia contemporanea.
Ed anche alcune parti del suo discorso di insediamento, peraltro piuttosto sotto tono rispetto alle aspettative di radicalismo ed innovazione politica, rivelano che il vento delle relazioni tra popoli, culture, tradizioni e religioni diverse può davvero cambiare, uscire da una logica d’aggressione camuffata da “esportazione di democrazia e progresso” per approdare su tavoli veri di confronto e rispetto reciproci, indipendentemente dalla forza economica e militare dei soggetti in campo, che di per sé non può e non deve determinare nessuna supremazia.

L’augurio è che l’elezione di Obama ci aiuti a comprendere che la realtà si può leggere anche da punti di vista di un colore diverso, differente da quello a cui siamo abituati per conformismo e pigrizia mentale.
Intanto cominciamo a renderci conto veramente, al di là di facili pietismi, che gli “strani frutti” del nostro tempo sono quelli che ogni giorno sbarcano disperati a Lampedusa, perché fuggono da situazioni di violenza, miserie, sofferenze che noi nemmeno riusciamo ad immaginare e che ricacciarli indietro significa, di fatto, lasciarli a dondolare appesi ad un albero.
Il nostro dovere deve essere accogliere ed integrare, non respingere in nome di paure ed ignoranze diffuse e coltivate ad arte.

Anche perché, tra altri cinquanta anni, il nostro capo dello stato o presidente del consiglio potrebbe essere il pronipote di uno strano frutto proveniente dai deserti del Mali o dagli altipiani dell’Etiopia.
Lo abbiamo visto a Washington l’altro giorno: a volte la storia riesce davvero a sorprendere e qualche utopia si realizza, sbeffeggiando le false profezie dei benpensanti.
E, per una volta, potremmo anche evitare di farci trovare impreparati.






Domenica 25 gennaio 2009 alle 00:07:20
MARCO URSANO
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