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Faber, l’amico fragile che ha scandito le nostre vite.

- E’ difficile, ricordare Fabrizio de Andrè. Scrivere di Fabrizio, perché non riusciremo ad inventarci niente che non sia banale e già stato detto. E già scritto. Tale e tanta è stata la sua storia, ed enorme la sua eredità di musica e parole. Forse, possiamo soltanto ricordare i momenti preziosi in cui la poesia di Fabrizio de Andrè ha illuminato la nostra vita.

Sono un bambino piccolo, che ha paura. Sveglio nel cuore della notte, perché ha fatto un brutto sogno. Ma non piange più. Perché vede gli occhi di sua madre sopra di lui, e sente la sua voce, a fior di labbra, intonare le prime strofe della Canzone di Marinella. Come una ninnananna. La sua ninnananna, quella preferita. E prima che la canzone sia finita, il bambino non avrà più paura, e si riaddormenterà. E’ una ninnananna particolare, quella. Una canzone con i versi tra i più sensuali della poesia italiana del novecento. Furono baci e furono sorrisi/ poi furono soltanto i fiordalisi/ che videro con gli occhi delle stelle/ fremere al vento ed ai baci la tua pelle. Marinella che fa l’amore, in un modo così dolce e definitivo che il contrasto con il suo scivolare nel fiume è ancora più tragico. Uno dei primi inni di Fabrizio alla pura bellezza dell’erotismo giovanile, anche nel suo svanire dentro il sonno della morte. Ma questo, quel bambino lo ha capito solo molti anni dopo, riascoltando quella canzone mille volte, e spesso con le lacrime agli occhi.

Il mio amico Massimo, che non vedo mai, perché sta a Milano e torna di rado. Vive in un trilocale a Lambrate con la sua famiglia. Lavora per strada, per quelli della strada. Per offrire loro una possibilità. Ai piccoli rumeni che borseggiano in Stazione Centrale invece che essere a scuola. Ai portoricani delle bande che si accoltellano per un paio di Nike, ascoltando reggaeton. Ai Rom dei ghetti ai margini dell’hinterland. Ricordo la sua voce al telefono, incrinata di emozione, per l’annuncio più importante, la nascita della sua prima figlia. Alla fine, l’abbiamo chiamata così. Nina. Quella di Fabrizio de Andrè. Ho visto Nina volare/ tra le corde dell’altalena.

Versioni sgangherate, polifonie alcoliche. Rimbalzano senza soluzioni di continuità nella testa della mia giovinezza: da una spiaggia estiva sotto il chiaro di luna, passando per feste private in qualche casa, dentro a saccoapeli luridi in aule polverose di facoltà occupate, in scompartimenti di treni. Bastano una chitarra, coraggio di stonare e giri di vino. Fiume Sand Creek, Andrea che si è perso, la Guerra di Piero. Mettevano d’accordo tutti, dal punkettone appena rientrato da un pogo selvaggio sotto il palco dei CCCP-Fedeli alla linea, sino all’amante dell’Opera. Non avrai altro Dio all’infuori di me.

Quando abbiamo ascoltato per la prima volta Creuza del Mà, abbiamo sentito una musica ed una lingua al tempo stesso popolari e raffinate, locali ed internazionali. Il suono del Mediterraneo. Ed il dialetto dei vicoli e delle mulattiere che s’innalza e si fa racconto, poesia universale. Perché ci rappresenta come siamo, senza ipocrisie. Noi che stiamo affacciati sul nostro mare, che guardiamo negli occhi quelli della sponda di fronte, che come marinai attraversiamo quello spazio immenso e con stupore e pudore riusciamo a comprenderci in un unico sguardo. E capiamo che quel suono è nostro e di entrambi, un patrimonio comune, che ci rende fratelli al di là delle piccole Patrie. Una consapevolezza, ed un’emozione, che Fabrizio ci ha regalato in anticipo di almeno dieci anni sulle mode etniche. E gruppi come Almamegretta, Sud Sound System, Agricantus, Al Darawish gli devono ancora pegno.

Hotel Supramonte è il pezzo perfetto. Come “Like a rolling stone” di Dylan, “Redemption song” di Marley, “Because the night” di Springsteen, “Love will tear us apart” dei Joy Division, solo per citarne alcuni. In cui testo, musica, arrangiamenti e voci sono uniti in un’armonia, appunto, perfetta, in cui non bisogna né aggiungere, né levare niente. Perché altrimenti tutto crolla, come un’impalcatura cui sono sottratte le fondamenta a terra. Un pezzo così, basta da solo per passare alla Storia.
Corollario: se qualcuno volesse capire davvero il significando profondo della laica pietà, può ritrovarlo nel testo di questa canzone e nelle dichiarazioni pubbliche che Fabrizio rese sul suo rapimento e suoi rapitori. Ma se ti svegli e hai ancora paura/ ridammi la mano/ cosa importa se sono caduto/ se sono lontano.

Live in Piazza dei Miracoli, a Pisa, sotto la Torre del Conte Ugolino. Una band straordinaria, spettacolo di luci amplificato dalle facciate dei palazzi del Vasari. Il tour che segue le Nuvole. Nel 91, l’anno dopo della Pantera. Prima Guerra del Golfo, università in rivolta e Fabrizio, uno di noi.
Passano gli anni. L’ultima tournee, l’estate prima di morire. Nel nostro Stadio, Anime Salve, cantata in duetto con suo figlio. Ed una infinita, struggente, versione di Amico Fragile. Poche volte ho amato il Picco come quella sera.

L’amore che strappa i capelli. E’ un messaggio rincorso, vergato su di un pezzo di carta spiegazzato. Una telefonata che non arriva mai. Una notte d’estate madida ed insonne, mentre il mondo fuori è in festa. E’ nel percorso sentimentale di ognuno di noi. E Fabrizio lo ha reso poesia indelebile.

Si erano chiusi per venti giorni dentro la miniera, con qualche chilo di tritolo a tutela delle loro intenzioni e della loro proverbiale cazzutaggine. Lottavano per difendere il posto di lavoro, le loro famiglie, la loro terra, la cultura della loro terra, fatta di budelli nella roccia, gallerie scavate quasi con le mani per estrarre gas e carbone. Ricordo che quando arrivammo davanti a quei cancelli si sentivano nell’aria risate, discussioni concitate in lingua sarda e una voce femminile, che pareva quella di un angelo, cantare Don Raffaè. E dire che da Iglesias, Tempio Pausania è lontano.

Faber affermava di avere poche, ma salde, certezze.
Quello che è saldamente certo è che persone come Fabrizio De Andrè, che hanno posto la loro intelligenza, creatività e sensibilità al servizio di tutti noi, hanno contributo a rendere questo Mondo, se non proprio migliore, almeno più accettabile. Oggi, di fronte alle sofferenze del nostro tempo, che ci parlano ancora e sempre di fame, miserie, malattie, vittime innocenti sotto le bombe, lo sguardo lucido e la poesia di Fabrizio ci mancano più che mai.
A dieci anni dalla sua scomparsa, l’assenza feroce di un amico fragile non si è affatto attenuata, ma pesa ancora di più.

Domenica 11 gennaio 2009 alle 07:00:01
MARCO URSANO
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