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Da Ippocrate a Lampedusa

- Ippocrate di Coo o Kos (Coo, 460 a.C. circa – Larissa, prima del 377 a.C.) è stato un medico greco considerato il Padre della medicina occidentale. Introdusse il rivoluzionario concetto, per quell’epoca, che la malattia e la salute di una persona dipendono da specifiche circostanze umane della persona stessa e non da superiori interventi divini. Conquistò la fama debellando la terribile peste di Atene del 429 a.C. Inventò la cartella clinica e teorizzò la necessità di osservare razionalmente i pazienti, prendendone in considerazione l'aspetto ed i sintomi, introducendo, di fatto, i concetti di diagnosi e prognosi. La sua notorietà è giunta ai giorni nostri soprattutto per la sua attività di maestro; infatti, Ippocrate fondò una vera e propria scuola e regolò in maniera precisa le norme di comportamento del medico, raccolte nel suo famoso giuramento in cui, tra l'altro, si introduce il concetto di segreto professionale.

Un giuramento che tutti i medici, ancora oggi, pronunciano solennemente il giorno che, appunto, diventano medici. Un testo che ha le radici ben piantate nell'insegnamento di Ippocrate, fondamentalmente paternalistico e che considerava il medico come una sorta di “mediatore” tra uomini e divinità, un filantropo al di sopra dei conflitti, ma che è stato contaminato e modificato dalle filosofie razionaliste e dall’Illuminismo e che sostanzialmente pone il medico ed il paziente sullo stesso piano, restituendo al “malato” piena dignità umana di individuo, attraverso la propria libertà e autonomia di scelta.

Eccolo:

“consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:
di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;
di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;
di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;
di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali;
di evitare, anche al di fuori dell' esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione;
di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica;
di prestare assistenza d' urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell'Autorità competente;
di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;
di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;
di astenermi dall'accanimento diagnostico e terapeutico;"

In fondo, non c’è bisogno di esprimere grandi opinioni o proclami per commentare una legge che vuole indurre un medico a denunciare un ammalato immigrato clandestino. Basta opporre alla bestialità l’umanità, quella che ritroviamo nel giuramento di Ippocrate, documento che non è sicuramente il frutto di una losca assemblea di sovversivi terroristi estremisti, ma che ogni giorno è pronunciato in qualche aula universitaria in ogni parte del mondo, poco prima del lancio in aria del cappello o dell’esplosione del tappo della bottiglia di spumante per festeggiare la meritata laurea.

E se non basta, c’è anche la nostra Costituzione, che recita “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana."

Ah, dimenticavo, per finire abbiamo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo:

“Art 7: tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.”

Vi basta, omini verdi ed amici degli omini verdi (nel senso di extraterrestri, naturalmente)?




Domenica 8 febbraio 2009 alle 00:10:00
MARCO URSANO
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