Correndo, correndo (reprise)
- Correndo, correndo
ti ritrovi ancora in strada, per le vie della tua città, dopo che per i mesi troppo lunghi di un inverno triste e rigido hai corso in palestra, sul tapis roulant, perché fuori faceva troppo freddo, troppa pioggia, troppo vento; ed uscivano solo i fenomeni, quelli veri, gli iron men, gli impavidi che correvano sotto le intemperie, a sfidare le tempeste come pirati, protetti dalle loro tenute tecniche da fenomeni, scarpe da fenomeni, calzini, tute, kway tecnologici, che potresti correre sotto le piogge e contro i venti della Patagonia. Così ti accorgi che fuori è diverso, ancora una volta, e lo hai sempre saputo, e non solo perchè è più faticoso che su un tappeto semovente. Perché il vero correre è calpestare il duro dell’asfalto e dei marciapiedi, tagliare l’aria, sentire il freddo ed il caldo, saperli leggere, interpretare, trasformarli. Ridurli ad alleati, perché è già una fatica di per sé, la corsa, una fatica immane, che non può avere contro anche gli elementi della natura.
Correndo, correndo
pensi allora a quelli che corrono le maratone, ma non quella di New York o delle capitali europee, già straordinarie, per carità, ma vere e proprie odissee moderne come la Marathon des Sables, centinaia di chilometri sotto il sole del deserto, zaino in spalla con cibo ed acqua contati, perché devi essere autosufficiente, e non hai auto di appoggio, o elicotteri sopra la testa; mangi chili di povere, soffri la fame e la sete, correndo correndo in uno dei luoghi più meravigliosi e più ostili del mondo, il Sahara, il deserto che non perdona, e che, se non stai attento, ti può fare impazzire; perché ogni volta che credi di essere arrivato a sfiorare con la punta delle dita il tuo orizzonte, subito se ne ripresenta un altro, ed un altro, ed ancora, senza senso e regole, una sequenza infinita, in cui la tua mente smarrisce le ragioni dell’inizio e quelle del presente, e vaga, vaga, senza una meta che non sia quella di correre, correre sempre, verso l’ignoto, senza fermarsi mai;
Correndo, correndo
pensi che i migliori maratoneti del mondo, quelli che vincono tutto e non ce n’è per nessuno, arrivano dagli altopiani somali, dalle savane del Kenya, dai deserti del Marocco, dell’Egitto e della Tunisia; e che quando corrono, più veloci, eleganti e più belli da vedere di tutti gli altri, alla testa delle nostre maratone europee, sono acclamati, ammirati, applauditi; mentre le loro sorelle ed i loro fratelli, che non hanno ricevuto il dono di correre veloce ed a lungo, affogano in mezzo al nostro mare, tra la Sicilia e l’Algeria o la Libia; o implorano cibo ed acqua, un gesto d’umanità e di fratellanza, loro che hanno attraversato deserti sconfinati, ma non per una gara, ed hanno conosciuto ogni sorta di violenze e di privazioni; sono partiti alla ricerca di un futuro migliore, di una vita che sia qualche gradino sopra la schiavitù e che invece sono respinti e considerati criminali solo per il fatto di essere nati in un posto sbagliato del Mondo ed essere arrivati sino a lì, in quel momento, in mezzo a quel mare sconfinato;
Correndo, Correndo
capisci che per te che non sei un avventuroso atleta internazionalista, ma solo una caricatura atletica da periferia dell’Impero, correre non è solo un modo per scaricare tensione, dimagrire, tenersi in forma, fare finta di avere vent’anni, ma è anche un nuovo sguardo, per guardarti dentro, ascoltare il tuo cuore, al di là di ogni cardiofrequezimetro, di ogni tabella da runner; una sorta di voce per chiamare a raccolta e rileggere i tuoi sentimenti, che troppe volte rimangono imprigionati, imbrigliati, soffocati nella rete delle fatiche quotidiana delle nostre vite.
Ed attraverso questa fatica tremenda, dolorosa, impietosa che è il correre, puoi riscoprire quanto ami la tua compagna o i tuoi figli, i tuoi amici, il tuo lavoro, la tua città. Ritrovare l’armonia con i tuoi simili, fratelli umani, sparsi per l’umanità. Perchè è attraverso questa fatica, che tende ai tuoi limiti in ogni istante, che dilata e comprime il tempo come se fosse il battito di un gigantesco cuore universale, fino al momento che quasi ti sembra di uscire dal tuo corpo e ti guardi intorno e dietro e davanti e lo vedi correre come te, lo riconosci, lo imiti, lo superi; attraverso questa fatica che ti squarcia, irriducibile, definitiva e che vivi ogni volta da solo, puoi riscoprire le tue verità, le tue convinzioni, il tuo essere solo e profondamente un essere umano, un pulviscolo che corre nell’infinito;
Correndo, correndo
ti rendi conto di come sono belle le donne, le ragazze che incontri ed osservi nelle vie della tua città. Donne e ragazze, che escono dai loro posti di lavoro, dalle case, dalle scuole, da sole o in gruppi, invadono le strade, per cercare la pausa dal lavoro o semplicemente passeggiare, occhieggiare, cicalare, e aspettare un fidanzato che le venga a prendere e le porti a pranzo di fronte al mare. Sono commesse, bancarie, studentesse, badanti, casalinghe, manager, insegnanti; giovanissime, ragazze e donne mature ed anziane; spezzine, sudamericane, anglosassoni, arabe. Le osservi mentre corri, veloci, ti sfuggono, le attraversi, le scansi, vedi i loro gesti, noti i sorrisi, leggi gli occhi, il loro modo di incedere, parlare, e sai che è primavera, estate, leggerezza, tenacia, dolcezza, fragilità e forza. Semplicità e complessità. Bellezza.
Correndo, correndo
Maledici ogni minuto che corri, perchè la fatica è come scalare la montagna più alta; e benedici ogni minuto che corri, perché la ricompensa che ricevi è maggiore della fatica e non si può dire, contenere in qualche frase. Forse saranno le endorfine, o la frequenza cardiaca che diminuisce man mano che aumenta il fiato, l’allenamento. Sarà che mentre corri, ripensi a com’eri prima, quando non correvi. Quando fumavi quaranta sigarette al giorno, ed era un’impresa fare due rampe di scale. Adesso, è passato un anno, ma sembra una vita, e riesci correre in scioltezza dieci chilometri e ti stai preparando ai venti, ed a volte non ci credi, ma ci sei arrivato, e sei orgoglioso di te stesso, perché hai superato i dolori dell’acido lattico, gli stiramenti, le infiammazioni, gli scaracchiamenti, i cigolii, l’iperventilazione, le raffiche di tosse, i litri di sudore, l’affanno. Gli amici increduli, che ti prendevano per il culo e ti gufavano. Hai bestemmiato, urlato di dolore, combattuto contro la pigrizia, il tempo che stringe, lo stress, i cani, i passanti e le auto in corsa che ti puntano sulle strisce di Viale Italia.
Adesso sei, lì, da solo, sul molo Morin, all’ora di pranzo, sotto il sole, di fronte al mare. Correndo, correndo, arrivi sino al faro, lo sfiori con la punta delle ciglia e torni indietro. Ora di fronte a te si staglia la città che, ondeggiando al ritmo del tuo passo, ti viene incontro.
Ed i palazzi incastonati tra i monti e cielo sembra che ti sorridano.
per il primo "Correndo, correndo":
http://www.cittadellaspezia.com/Il-Cielo-sopra-La-Spezia/correndo-correndo-35994.aspx
Domenica 31 maggio 2009 alle 10:00:00
MARCO URSANO
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