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Con la musica sotto casa.

- Ho sempre pensato che se decidi di vivere nel centro storico di una città italiana di provincia devi possedere una visione “laica” della realtà, che ti consenta di soppesare con sufficiente oggettività i pro e i contro della scelta, senza lasciarti sopraffare da crisi emotive ed ideologiche.
Ne parlo a ragion veduta, visto che qui a La Spezia, dopo una parentesi affacciata su quella specie di Salerno-Reggio Calabria da esodo estivo con, in più, il clangore metallico dei treni portacontainer ventiquattro ore su ventiquattro che è Viale San Bartolomeo, abito proprio in zona pedonale.

Condizione privilegiata, che ti consente di respirare poche polveri sottili, coltivare balconi fioriti e concederti piaceri effimeri come fare la spesa in Piazza del Mercato senza dover muovere l’auto, proprio come una volta. E il sabato mattina scendere in strada, passeggiare con incedere a misura d’uomo verso tua edicola di fiducia, dove ti accolgono un sorriso ed il pacco dei giornali messo da parte con amore quotidiano; sedersi comodamente al tavolino all’aperto di un bar, per una sana e classica colazione spezzina, focaccia e cappuccino, e tra un articolo di Armando Napoletano sullo Spezia ed una battuta lenta sul tempo con il barista, buttare qualche occhiatina verso la leggiadria di commesse che aprono i negozi di Corso Cavour cicalando allegramente dalle due sponde di questo Corso che sembra un fiume tra i palazzi e che unisce i monti al mare.

Tutto questo avviene, vive e si riproduce in una dimensione sostanzialmente diurna. Con l’approssimarsi del crepuscolo, la situazione tende a modificarsi. Il piacere del breakfast mattutino è speculare a quello dell’aperitivo (in cui puoi osservare le commesse che chiudono i negozi, la leggiadria è un po’ appesantita dalla stanchezza di dieci ore in piedi, ma è sempre piacevole), ma dopo il rito della cena, con il calar delle tenebre, inizia un’altra vicenda umana, una storia differente. Il palcoscenico della vita è invaso dal popolo della notte.

So bene cosa significa gestire un locale in un centro storico di una città della provincia italiana. Semplicemente, perché ne avevo uno tanti anni fa, a Pisa.
Un circolo ARCI, fondato insieme ad un amico, un luogo di ritrovo, d’intrattenimento e di iniziative culturali, in cui, tra un panino ed una birra, potevi assistere ad uno spettacolo teatrale off, un piccolo concerto jazz, una presentazione di un libro, qualche volta cenare a tema o fare quatto salti con il DJ più cool del momento e del luogo. E poi dibattiti, corsi, seminari e chi ne ha più ne metta.

Ricordo cosa sono le risse provocate dai figli di papà (i più arroganti e maleducati, tanto sanno che il papà avvocatone li tirerà sempre fuori dai guai nella vita) all’orario di chiusura, quando sei sfinito, dopo dodici ore di lavoro continuativo e sei anche contento, perché tutto (sino a quel momento) è andato bene, lo spettacolo era bello, la gente si è divertita, ha socializzato, magari qualcuno si è innamorato e li ritroverai dopo anni sposati e con figli, e le colonnine della birra alla spina sono cosparse di condensa come i vetri delle finestre in pieno inverno, le osservi con gli occhi appannati di fatica e sorridi dentro di te, perchè quello è il segnale che il bar ha incassato, e quindi riuscirai a pagare le spese della serata e forse, e dico forse, ti rimarranno due spiccioli per affrontare la giornata di domani, fornitori, tasse, cazzi e mazzi; ma tutto questo svanisce in un attimo, perchè ti devi buttare in mezzo (per tentare di dividerli) a quei due stronzetti che se le danno di santa ragione proprio sulla porta del locale, solo perchè hanno bevuto un paio di birre di troppo e perchè sono due stronzetti, ed urlano come bestie ferite, ad un volume assurdo, e allora urlano tutti, gli altri avventori che guardano morbosamente la scena e si guardano bene dall’intervenire per calmarli, urla il signore del terzo piano dalla finestra, urla e ti minaccia, minaccia proprio te, come se fossi tu quello che si sta picchiando, e ti ricorda (naturalmente urlando) che ha già raccolto più di duecento firme nel quartiere per farti chiudere, anche se hai trattato con lui come se fossi un diplomatico in missione in Medio Oriente, se gli hai offerto già un anno di colazioni e trenta casse di birra, se per lui abbassi sempre la musica sino a che la gente nel locale non la sente più e allora s’incazza e ti urla contro, se le rilevazioni dei decibel sono regolari, se paghi le tasse, se hai superato indenne controlli ripetuti e costanti (mai una settimana senza almeno una visita da quando hai aperto) di USL, Vigili Urbani, Vigili del Fuoco, INPS, INAIL, agenzia Entrate, SIAE, Commissione pubblici spettacoli, Commissione pubblici esercizi, Comune, Provincia, Regione, Carabinieri, Polizia, Corpi Speciali, CIA, KGB (ai quei tempi c’era ancora), FBI, eccetera; e poi ti ritrovi di fronte a carabinieri o poliziotti con cui ormai la confidenza è tale da ricordarsi il nome della moglie o che il secondo figlio ha smesso con le poppate e vuole gli omogeneizzati, e gli stronzetti che nel frattempo se la sono filata insieme a tutti gli altri, insieme al signore del terzo piano che si è di nuovo sprangato dentro casa come se abitasse a Kabul; e ti accorgi così di essere rimasto solo, lì, al centro della strada, a notte fonda, distrutto, incapace di intendere e con un occhio nero (perchè prima hai anche preso un cazzotto per sbaglio), come se nel mondo fossero tutti svaniti nel nulla, e la realtà galleggia in un silenzio spesso e profondo, come se ogni rumore fosse stato inghiottito da un buco nero, e l’unico suono che resiste nell’atmosfera è quello sgraziato della tua voce impastata, che tenta di spiegare la dinamica di una rissa ad un gruppo di poliziotti che non vede l’ora di andare a casa e lasciarti lì come uno scemo e veramente e definitivamente solo.

So queste cose, me le ricordo bene. Per questo, quando d’estate mi entrano dalle finestre alle due di notte musica a tutto volume, urla e schiamazzi, non m’incazzo più di tanto, e cerco di non sentirli. Quasi mi ci abituo, e riesco comunque a dormire. Perché so che il mio amico Giacomo, per esempio, il proprietario della Loggia dei Banchi che si trova proprio sotto le mie finestre, fa di tutto, ogni sera, per evitare fastidi ai vicini; e quando non ci riesce è perchè non dipende da lui, ma da molti figli e figlie di papà veramente maleducati, che non sanno cos’è il rispetto degli altri ed il divertimento. E magari sono i figli di quelli che organizzano le petizioni contro i locali.

Penso che i gestori di Loggia, Shake, Skaletta, Portrait siano eroi metropolitani ed i loro locali un patrimonio di tutti da difendere. E capisco la loro serrata di venerdì, un grido di dolore nel deserto e voglia di fare riflettere cittadini ed Istituzioni.
Perché non vorrei mai che la mia città diventasse solo un triste dormitorio, senza iniziative di cultura e svago serali per i suoi cittadini.
Convivere in modo civile è molto difficile, ma è la base della democrazia, quella vera. Proviamoci, allora. E per quelli che proprio amano vivere nei bunker, ci sono sempre i tappi per le orecchie.
Mercoledì 1 aprile 2009 alle 07:35:08
MARCO URSANO
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