Con il cappello e senza
- Siamo a New York, anni venti. Quartiere ebraico. Patsy, un ragazzino poverissimo che vive di espedienti, traffici, piccoli furti insieme ai suoi amici con cui ha formato una banda, vuole essere iniziato alle gioie del sesso. Per farlo, deve rivolgersi ad una fanciulla dalle forme generose e dai comportamenti disinibiti, Peggy, che in cambio delle sue attenzioni richiede i dolci della più famosa pasticceria della zona. Patsy allora mette da parte i soldi e si reca alla pasticceria di "Fat" Moe Gelly, dove acquista un dolce succulento, che non ha mai mangiato, ma ha solo e sempre guardato esposto nella vetrina sulla strada. Una montagna di panna, perché a Peggy piace la panna, con in cima una ciliegia glassata. Arriva con il dolce alla porta della giovane che gli dice di attendere sul pianerottolo, perché sta facendo il bagno.
Patsy si siede sulle scale ed appoggia l’involucro con il dolce sul pavimento davanti a se. Ed inizia a fissarlo. Dopo qualche istante scarta l’involucro. Passano altri secondi, il ragazzo continua a fissare il dolce che si mostra davanti ai suoi occhi. Poi guarda la porta di Peggy, che ancora non si apre. Ritorna sul dolce. Prende la ciliegia tra le dita, fa per portarla alla bocca, ma la rimette al suo posto. Guarda ancora la porta, si guarda intorno. Tenta di richiudere l’involucro, e poi lo scopre ancora, subito dopo. Improvvisamente rompe gli indugi, affonda il dito nella montagna di panna e si lecca il polpastrello. Sembra che tutto finisca lì, ma il ragazzo, dopo qualche istante d’esitazione, da un’altra bella ditata al dolce, e ne mangia ancora un po’. Poi passa alla ciliegia, che inghiotte, poi al resto, in un moto sempre più veloce, sempre di più, con entrambe le mani, sino a quando il dolce è finito completamente ed in quel momento Peggy esce sul pianerottolo e Patsy, con le labbra ancora sporche di panna, farfuglia qualche scusa alla ragazza, arrossendo.
Sicuramente molti avranno riconosciuto questa sequenza di “C’era una volta in America”, il capolavoro di Sergio Leone.
Se io fossi costretto ad una vita da naufrago su un‘isola deserta in compagnia di un solo film, non avrei esitazioni. Porterei questo.
Forse, non è il film più bello della storia del cinema (anche se è tra i più belli, per quanto possono valere queste classifiche), sicuramente, è il film che ogni volta che rivedo (ormai siamo alla decima) provoca in me maggior pianto e riso, e possiede alcune sequenze che basterebbero da sole a raccontare l’essenza del cinema.
Sono quasi meta filmiche tanto è la loro profondità di riflessione sul significato, sui linguaggi ed i meccanismi di questa arte.
Come la sequenza di Patsy ed il dolce. Non spiega niente in modo diretto, non ci sono quasi dialoghi, dura pochi minuti, ma ti racconta tutto. La povertà e l’innocenza dell’adolescenza, la sua poesia. Una metafora dell’esistenza, pochi fotogrammi in cui è racchiusa tutta l’emozione di una vita intera.
Peraltro, tutto il film è un “manuale” di cinema, in cui tutte le sue componenti, attori, regia, movimenti di macchina, luci, scenografie, musica, sceneggiatura, raggiungono un equilibrio praticamente perfetto, regalandoci un respiro narrativo ed una profondità poetica tali che solo pochi capolavori della letteratura, pensiamo ai romanzi di Dostojevski, sono riusciti a trasmetterci.
Giovedì è stata la ricorrenza del ventennale della morte del Maestro Sergio Leone, che ci lasciava appunto il 30 Aprile del 1989, privando il mondo di uno dei più grandi cineasti di sempre.
Il regista che ha sconvolto e re-inventato il film di genere (l’unico al suo livello, anche se molto differente come cifra e sensibilità, è stato Kubrick), che ha creato un nuovo linguaggio cinematografico in cui il silenzio, i rumori (chi si ricorda, sempre in “c’era una volta in America” il ruolo dello squillare ossessivo del telefono nella sequenza di apertura?) e la musica (come non amare le meravigliose colonne sonore di Ennio Morricone?) hanno un ruolo quasi “attoriale” e non sono semplici accompagnamenti dell’azione; il regista capace di dirigere gli attori come pochi altri, facendoli rendere al massimo delle loro possibilità; il creatore di un nuovo sguardo mitopietico, una dimensione narrativa da epica moderna, senza un grammo di ridondanza e facili sentimentalismi, che pochi altri autori hanno eguagliato.
Un cinema realmente popolare, nell’accezione più alta del termine, quando un’opera d’arte può essere fruita, goduta con più livelli di lettura, ma che fondamentalmente conserva un carattere di universalità, diventando così un vero e proprio patrimonio collettivo.
Sergio Leone era anche un personaggio di una simpatia contagiosa, gran mangiatore, bevitore e narratore di aneddoti e di storie su incredibili personaggi di Roma, la sua città che amava alla follia, anche se aveva fama di possedere un rigore maniacale nel lavoro e specialmente sul set.
La sua battuta su Clint Eastwood, uno che gli deve praticamente tutto, è passata alla storia: “Clint ha due espressioni: una con il cappello, l’altra senza”.
Il più grande rimpianto di noi suoi fedeli è che il Maestro non ha potuto completare il film a cui stava lavorando prima di morire, che aveva come tema l’assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Non è difficile immaginare il capolavoro che avrebbe realizzato.
Ci consoliamo rivendendo per l’ennesima volta i suoi film, specialmente quelli della “trilogia del silenzio.” A cominciare da questa sera. Ed, ancora una volta, non andremo a letto presto.
Domenica 3 maggio 2009 alle 09:00:28
MARCO URSANO
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