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Chi non negozia, non fa l’amore

- E’ di pochi giorni fa la notizia riportata dalla testata Afrik.com e ripresa da Internazionale, che ci racconta che in Kenya dieci associazioni femminili, riunite come gruppo G10, hanno proclamato una settimana di sciopero del sesso, invitando in modo tassativo tutte le donne keniane, fidanzate, mogli ed amanti, a non concedere le proprie grazie ai loro uomini.
Motivo: indurre finalmente al dialogo il Presidente Mwai Kibaki ed il Primo Ministro Raila Odinga. I due sono in perenne bisticcio da mesi e senza esclusione di colpi, tanto da paralizzare tutti i progetti di riforma e con il rischio, reale, di fare di nuovo precipitare il paese sull’orlo della guerra etnico/civile, già costata, dal dicembre 2007 in occasione delle elezioni presidenziali, più di 1500 morti, 300mila profughi ed ogni sorta di violenze nei centri urbani e nelle campagne.

L’associazione femminile, per voce della sua Presidentessa, Rukia Subow, sostiene che lo sciopero ha funzionato, coinvolgendo migliaia di donne e anche eminenti personalità femminili come la moglie del Primo Ministro, ed i due uomini politici si sono incontrati ed hanno cominciato a negoziare. Per una settimana, il Paese è stato attraversato da un serrato dibattito tra pro e contro questa “forma di lotta”, sia facenti parte del sesso maschile che di quello femminile, ma l’iniziativa di per sé è stata un successo, se non altro per l’eco mediatica che ha avuto in tutto il mondo.
Adesso, ci attendono novanta giorni di tempo per verificare i progressi, ma le sensazioni dei commentatori politici keniani, di ambo i sessi, cominciano a manifestare “good vibrations” (in Kenya Bob Marley è più famoso di Cristiano Ronaldo) ed il clima nel Paese sembra aver ritrovato almeno qualche temporanea parvenza di stabilità e di pacifica convivenza. Il braccio di ferro tra Kibaki ed Odinga continua, ma perlomeno senza pistole sul tavolo.

Durante la settimana del “sex strike” non si sono verificati episodi di violenza. In altre parole, nessun uomo ha preteso che la propria compagna interrompesse l’originale forma di protesta con l’arroganza e la forza. Molti avranno sicuramente supplicato, offerto attenzioni e comprato fiori e regali. Qualcuno, invece, è passato alle vie legali. Metodologia forse un po’ eccessiva per il caso in questione, ma sicuramente civile. Le dirigenti del G10 sono state quindi denunciate perché la settimana forzata di astinenza sembrerebbe avere provocato danni come ansia, stress, insonnia, inappetenza e mal di schiena in diversi ed aitanti maschi keniani.

Pur ritenendo attendibili i reportage di Afrik.com, testata molto seria, mosso dalla curiosità ho contattato su Facebook il mio amico Churchill Wandanda Moboka, detto Ben, a Nairobi. Ben fa parte del gruppo di straordinari e giovanissimi acrobati Afri Jungle Jeegs, che ho conosciuto qualche anno fa, e con i quali siamo diventati grandi amici.
Ho pensato di interpellare Ben non solo per avere una opinione sulla faccenda del “sex strike” dall’interno, sul campo, ma anche perché sono ancora memore delle discussioni con lui e gli altri ragazzi del gruppo lo scorso anno, durante un viaggio in Portogallo in cui li accompagnai ad un importante festival di teatro urbano.

Una sera, nel bar dell’albergo di fronte ad una bella collezione di bottiglie di birra locale, la discussione cadde sui rapporti uomo/donna, o meglio, sulla diversità di concezione dei rapporti uomo/donna tra il Kenya e l’Italia.

Ricordo bene una frase di Sthepan, il latin lover del gruppo, quello che in quei giorni corteggiava tutti gli esseri umani di sesso femminile, portoghesi e non, nel raggio di cinquanta chilometri: “Ma come fai tu a parlare, my friend, se voi italiani cambiate i pannolini ai vostri figli? L’ho visto fare con i miei occhi! Siete pazzi! In Kenya nessun uomo cambierebbe i pannolini ai propri figli. Mai! E’ una faccenda per donne!”
Ricordo anche l’espressione scolpita sul suo volto mentre lo diceva: di totale disgusto e riprovazione morale, nemmeno avessi rapinato la pensione di una vecchietta pochi secondi prima. Da sottolineare che i sentimenti e le elucubrazioni di Sthepan erano sottoscritti senza esitazione anche dagli altri membri della “crew” africana.

La frase di Sthepan riassume quindi il sentire comune dei keniano medio su questi argomenti. Ed i ragazzi degli Afro Jungle Jeegs, con il fatto di soggiornare per lunghi periodi e regolarmente in Europa per lavoro, hanno anche la possibilità di confrontarsi con persone e culture che considerano la donna in modo nettamente differente che nella società keniana contemporanea. Figuriamoci quelli che non sono mai usciti da casa.

Nonostante questo clima di “apertura mentale”, lo sciopero del sesso in Kenya è riuscito senza troppi traumi, dimostrando che quando le donne si uniscono non ce ne n’è per nessuno, e nonostante il parere di Ben sulla faccenda che si può riassumere con un laconico “non confondiamo il sesso con la politica”. Se gli avessi chiesto un’opinione sulla finale Manchester/Barca avrei stimolato di più la sua fantasia!

Il passaggio logico è immediato e banale: e se questa idea del “sex strike” fosse sperimentata anche qui da noi, in Italia? Se, un bel giorno, le nostre donne, mogli, fidanzate, amanti ed amiche decidessero, per ottenere un qualsiasi obiettivo, di costringere noi machi latini ad una forzata astinenza?

Ognuno può disegnare con la sua immaginazione gli scenari che vuole, e sono molti. Una cosa è certa: anche l’Italia, in fondo, è un paese in cui il maschilismo ed il sessismo trovano ancora molta cittadinanza. Come il sesso, di cui si parla e straparla, in tutte le salse, ed anche troppo (segnale che forse è praticato poco).
Basta aprire un giornale, navigare su internet o guardare la televisione per rendersene conto. E dare un’occhiata anche nella politica, che, nel bene e nel male, è sempre lo specchio della società.











Domenica 7 giugno 2009 alle 10:00:00
MARCO URSANO
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