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Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Dicembre - ore 22.18

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Norm

di Mario Manzo - tratto da "Dodici corde", per gentile concessione di Edizioni Cinque Terre.

Norm

Cinque Terre - Riviera di Levante - Prima parte

“Dammi una pulita al vetro, Norm!”
Il giovane elegante, alla guida della sua berlina sportiva, aveva appena pagato il suo pieno di benzina, e si era accorto della presenza di alcune inestetiche macchie opache sul parabrezza.
Il piccolo addetto alla pompa si diresse con fatica verso il cofano anteriore dell’auto, già munito di spugna e tergicristallo.
“Forza, Norm, togli anche quella macchiolina in alto. Se ti allunghi bene ci arrivi.”
Mentre si appoggiava sul cofano per pulire bene tutta la superficie del vetro, Norm sembrava
un bambino, non gli avreste dato più di undici anni; in realtà di anni ne aveva quaranta, venticinque dei quali vissuti da nano, amaramente.
“Fatto, signore, il suo parabrezza è perfettamente pulito; arrivederci e buon viaggio!”
Il giovane non rispose nemmeno; mise in moto e in un attimo lasciò la pompa di benzina per immettersi in autostrada. La stazione di servizio era situata in periferia, in un punto di passaggio frequente.
Norm ci lavorava da quando era ragazzo. Persino le piantine nei vasi, vicino all’entrata dell’unico ufficio, erano cresciute più dei suoi centotrenta centimetri.
Aveva riempito di carburante almeno un milione di veicoli, dedicandosi, tra uno e l’altro, a varie faccende: pulizia della stazione, piccole riparazioni, consumo di sigarette senza filtro..
“Norm, c’è da buttare segatura su quella pozza d’olio, prima che qualcuno ci scivoli e, magari, mi chieda i danni!”
“Subito! Vado subito.
Non si era mai abituato al tono confidenziale dei clienti; in tanti lo conoscevano per nome, la maggior parte gli dava comunque del tu, prendendosi questa libertà dopo una rapida occhiata.
Lui, di contro, amava rispondere in modo formale, riservando a tutti un saluto e un augurio.
Dava del tu a pochissimi che gli parevano amici.
“Ho finito, Gobbetti: la macchia d’olio è ben coperta. Se non c’è altro me ne andrei a casa.”
“Sì, certo, Norm.. Certo, puoi andare, ci vediamo domani. Non fare le ore piccole, mi raccomando!”
“A domani“ e si congedò col solito sorriso.
Inforcata la bici, fece il solito giro per la piazza centrale del paese, guardò alcune vetrine illuminate, ascoltò le risate di un gruppo di ragazzi seduti davanti al bar, cogliendone la magica spensieratezza; poi si diresse a casa, quando era ormai buio da un po’, per cenare e mettersi davanti alla tv.
Ben comodo anche nel suo piccolo divano, presto si addormentò davanti al televisore, cosa che ormai gli accadeva spesso: col volume abbassato, lo schermo acceso avrebbe disegnato chiaroscuri balenanti sul suo minuscolo viso, per tutta la notte, senza interferire con la materia dei sogni.
Ancora un’alba di solitario risveglio, silenzioso fino all’accensione della radiolina portatile; la toilette era sempre piuttosto rapida, ma non carente; più impegnativo il momento della pettinatura, per la cura nel ridisegnare la solita, impeccabile riga fra i capelli biondo-rossicci.
Niente caffè, solo acqua tiepida per colazione: utile per i suoi disturbi allo stomaco.
Tra le pochissime auto già in circolazione nell’alba ancora scarsa di luce, Norm respirava la fredda aria invernale in sella alla sua piccola bici. Non c’era niente di nuovo neppure in quel mattino gelido: ancora una giornata di lavoro, senza sorprese, monotona, tra l’odore della benzina e e il nero scarto dei motori sulle mani.
Doveva andare dal dottore. Non stava tanto bene ultimamente: dolori di stomaco, acidità.
Il suo medico gli aveva dato appuntamento in studio, ma, fino a quel giorno, non si era preoccupato di organizzarsi.
“Chiederò a Gobbetti qualche ora nel pomeriggio, per andare dal dottor Sporini. “bisbigliava tra sè e sè, ormai vicino alla stazione. “Tanto può rimanere Marco al mio posto.”
Marco era un ventenne, da poco alla pompa; Norm ne aveva già visti passare tanti, di ragazzi come lui: per un’estate, per un anno o due, mai di più.
A Sdrò c’erano molti ragazzi di quell’età; spesso, finite le scuole superiori in città, restavano a lungo disoccupati. Qualcuno si iscriveva all’Università, qualcun altro restava semplicemente in attesa della leva o di qualche evento imprevedibile.
“Ciao, Norm. Dormito bene? Senti che freddo becco? “Marco sbuffava nuvolette di vapore tenendosi le mani imprigionate sotto le ascelle.
“Se ti fossi reiscritto all’Università, adesso saresti in viaggio per Genova, in un caldo vagone ferroviario; magari staresti discutendo con qualche bella ragazza, invece che con me.”
Marco non rispose, accigliato, e si accese una sigaretta con le dita intorpidite dal freddo.
A Norm dispiaceva vederlo sprecare la sua vita alla pompa in cambio di poche lire. A costo di irritarlo gli ricordava spesso cosa avrebbe dovuto fare; Gobbetti, al contrario, lo caricava di mansioni, soddisfatto per avere a disposizione la sua giovane energia.
Discusse subito delle ore di permesso pomeridiano col datore di lavoro. Fece diciannove pieni e due controlli all’olio, rimediando mille lire di mancia. Raggiunse casa per le due, in tempo per una doccia e per cambiarsi d’abito. Con un panino in mano si diresse nello studio del dottor Sporini, vecchio medico di famiglia, l’unico che, tanti anni prima, gli aveva detto chiaramente: “Caro Norman, la tua malattia si chiama nanismo ipofisario; difficile curarla! Meglio che ti abitui all’idea; ricorda, comunque: la grandezza dell’uomo non si misura in centimetri!”
Centimetri.. Abituarsi all’idea.. Quanto c’era voluto! Ma poi ci si abitua a tutto, anche a guardare il mondo da una prospettiva limitata.
Se diagnosticata precocemente, la sua sindrome avrebbe potuto essere curata con un ormone sostitutivo; questo quando ancora le sue ossa e le sue cartilagini erano sensibili ad un segnale di crescita. Così non fu: presto fu troppo tardi per ogni rimedio. Le sue ossa, come se offese dalla mancanza di attenzione, si erano irrigidite per sempre in una situazione immutabile.
Le fitte allo stomaco aumentavano: gettò via i resti del panino prima di entrare nella sala
d’aspetto dell’ambulatorio. Dentro c’erano una giovane signora ed un rappresentante di medicinali, ben vestito, con un’aria molto profesasionale.
“Buongiorno!”
“Buongiorno!”
L’unica a rispondergli fu la signora, con un sorriso.
Con le donne, specialmente se giovani, si era sempre sentito imbarazzato: dal loro mondo si era sempre sentito precluso, e incapace di un solo passo d’avvicinamento.
Nonostante i rimproveri della madre, persa anni prima, a volte Norm si rivolgeva per qualche momento di intimità, alle ragazze di strada; non tutte accettavano la sua compagnia, ma due lo avevano ormai adottato come cliente alternativo, trovando un curioso diversivo nelle forme infantili di Norm, e si dividevano periodicamente parte dei suoi stipendi.
Il rappresentante aprì la voluminosa valigetta, trafficando al suo interno, come volesse fare un inventario dei suoi articoli. Norm rivolse lo sguardo alle mani di lui, mentre riordinavano la scorta di campioni, penne, agende e riviste; una di queste era particolarmente sfarzosa, con un grande arcobaleno sulla copertina a sfondo rosso cardinalizio; vi si leggeva la scritta: “MIRACLEX”, “terapia completa per forme di astenia, per gli stati di affaticamento psicofisico.
“Laboratori Pharmalie.”
Il distinto rappresentante estrasse dalla borsa proprio una confezione di Miraclex in flaconcini, nell’istante in cui la giovane donna entrava nello studio del medico.
“Permette? Ho notato che le interessa questo prodotto
”In effetti Norm aveva osservato le mosse del giovane con molta attenzione, preso da una strana curiosità.
“Stiamo lanciando il ‘Miraclex’ in tutta Europa, proprio in questi giorni. Le faccio omaggio di questa confezione con trenta bottigliette da duecento millilitri, semprechè sia disposto a discutere prima col suo dottore se sia il caso di fare la cura e a quali dosaggi.”
Norm era rimasto senza parole. Allungò la mano per ricevere l’inusuale regalia, e visse in quell’istante qualcosa di magico.
“Grazie! Ne ho proprio bisogno, perchè da qualche giorno sento di perdere qualche colpo.
Il viso del suo interlocutore era sorridente, ma, dietro l’aspetto gradevole, Norm avvertì un’ombra di molle ambiguità.
Esaminò meglio la scatola rossa con l’arcobaleno; i princìpi attivi erano in parte conosciuti: vitamine, zinco, selenio, beta-carotene.
Intanto venne il turno del rappresentante: entrò dal medico con larghi sorrisi e rimase dentro per una buona mezz’ora. Quando uscì salutò fuggevolmente Norm e gli altri pazienti giunti nel frattempo, ma non aggiunse una sola parola sul Miraclex.
Il dottor Sporini accolse il suo minuto paziente con molta gentilezza; lo fece accomodare su una poltrona in pelle, plausibilmente troppo grande per lui. Si accese una sigaretta (al diavolo il buon esempio) e iniziò a conversare tranquillamente, come se avesse per lui tutto il tempo di questo mondo.
“Dottore, ho problemi di digestione.sempre bruciori di stomaco; e poi mi sento sempre stanco.”
Era la prima volta che si lasciava sfuggire questa dichiarazione: certo, questo genere di lamento non era per lui un’abitudine.
“Mi hanno regalato questa scatola di ricostituente: che ne pensa? È il caso di...”
“Sì, sì. So tutto! “lo interruppe con fare amabile il medico. “Prendi sicuramente il Miraclex per un mese, una boccetta al giorno dopo colazione. Vedrai che ritornerai in forma; abbiamo già escluso a tempo debito qualunque problema di ipotiroidismo. Vai tranquillo! Ora, vediamo un po’per quei problemi digestivi...”

Visitò Norm sulla panca ricoperta di sottile carta asettica. Gli palpò l’addome, gli auscultò cuore e polmoni. Prestò attenzione al polso arterioso; gli esaminò la gola con abbassalingua di legno e luce polarizzata. Poi, flemmatico, si accomodò alla sua scrivania senza dirgli nulla.
Rivestendosi, Norm iniziò ad osservare il dottore che gli stava scrivendo la ricetta.
“Devo farti iniziare una cura impegnativa, vecchio mio. “Gli porse la ricetta.
“Maalox? Sì, certo, so cos’è, ma...”
“No. No! Il maalox ti aiuterà a digerire, ma io mi riferisco ad una terapia di tipo iniettivo.”
“Senta, dottor Sporini, c’è qualcosa che non va? Che terapia dovrei fare?”
“Ti ho trovato bene, caro Norman, ma preferisco aggiungere un ciclo di iniezioni per trattare radicalmente i tuoi problemi.. digestivi. Èuna cura che, fatta per via endovenosa, funziona molto bene. Ti sentirai molto meglio, e poi la cura è gratis.”
Perplesso, Norm non aggiunse domande.
“Vedi, è questa la cura che fa al caso tuo” e gli mostrò, in un angolo dello studio, un cofanetto metallico pieno di fiale color ambra, senza etichette.
Gli parve di leggre su un bordo del cofanetto un codice alfanumerico.
“Ora, tirati su la manica: iniziamo subito.”
In quell’istante in cui Norm avrebbe voluto aggiungere qualcosa, il medico gli stava già sfregando un batuffolo di cotone disinfettato nella piega del gomito. In fondo da lui era sempre stato curato bene, nei limiti del possibile.
Mentre il liquido trasparente fluiva in vena, con un leggero bruciore, chiese: “Ma.. e come farò a fare queste iniezioni? E quante dovrò farne?”
“Dovrai venire da me tutti i pomeriggi, per un po’. Non trovare scuse, perchè non ci sono alternative.”
Con il cotone sulla puntura rossa e la scatola con l’arcobaleno sotto il braccio, Norm affrontò il brusio dei pazienti ormai numerosi in sala d’aspetto, e francamente stizziti per la lunga attesa.
Raggiunse la pompa dove lavorò fino alle sette, senza poter parlare al signor Gobbetti che aveva già smontato; poi inforcò di nuovo la bici e raggiunse casa.
Quella notte sognò, davanti alla luce della Tv, un arcobaleno che nasceva nella piazza principale di Sdrò; intorno ad esso c’erano tutti i ragazzi che incontrava alla sera, quando rincasava.
Erano in perfetta armonia tra loro, felici e sorridenti; li stava osservando da un angolo buio della piazza. Qualcuno di loro iniziò a chiamarlo per nome, poi tutti si rivolsero a lui: volevano che li raggiungesse, che si sedesse con loro accanto all’arcobaleno.
Il risveglio gli fece deglutire il rimpianto di una grande, calorosa, gioia.
Prese una tazza di latte tiepido, poi fece seguire il primo flaconcino di Miraclex, assaporando l’aroma di vaniglia e lampone. Le prime due cose da affrontare nella mattinata sarebbero state il freddo pungente e il signor Gobbetti: la prospettiva di vedere il suo lavorante smontare ogni giorno alle due non lo avrebbe di certo rallegrato.
Marco era già alla pompa che serviva i primi clienti; le sagome erano ancora indefinite, immerse nella nebbia e nel buio glaciale del mattino. Soltanto avvicinandosi sotto l’aura artificiale delle luci al neon si intravedevano i lineamenti dei colleghi in tuta.
“Ciao, Marco. Signor Gobbetti, poi devo dirle alcune cose.”
“Vai, vai a raccogliere l’olio rimasto nelle tanche, poi parliamo”
Nel palato Norm sentiva ancora il sapore dolce della medicina, figurandolo come frammenti d’arcobaleno incastonati fra le papille; la suggestione lo faceva sentire rinfrancato, pronto ad iniziare il lavoro con energia.
“Buona giornata, signore; arrivederci a presto!”
“Le auguro buon lavoro; grazie e arrivederci.”
“Grazie, signore, molto gentile; buona giornata!”
Pur rimediando soltanto pochi spiccioli di mancia e qualche strascicata risposta, si sentiva di buon umore e molto disponibile. Masticò un paio di Maalox. Quando fu il momento affrontò con cura Gobbetti con la sua richiesta; la discussione non fu lunga: si rese disponibile a prolungare l’orario serale in caso di necessità, dopo i previsti mugugni del datore di lavoro.
Appena scaldatosi col sole di metà giornata Norm raggiunse lo studio del dottor Sporini in orario d’apertura; il medico lo fece passare davanti a tutti e, dopo un piccolo controllo, gli fece un’altra endovenosa, questa volta cambiando braccio.
Il solito lieve bruciore, poche parole da parte del medico, dette con una certa fatica; un’occhiata sfuggente ai cofanetti metallici con le anonime fiale color ambra; quando uscì notò, fra i pazienti in sala d’aspetto, altri due rappresentanti di medicinali. Il tipo del giorno prima non c’era, come del resto era prevedibile. Passò la sera al bar nella piazza, giocando a carte, masticando alcuni Maalox.
Il mattino successivo si svegliò particolarmente sudato; deglutì la boccetta di Miraclex: il rituale mattutino gli procurava un piacere sempre più intenso: sentiva di prender cura di se stesso; anche le ripetute visite dal dottor Sporini, e le iniezioni metodiche, erano divenute un rito prezioso. Alla pompa il tempo sembrava passare più velocemente, la stanchezza si sentiva di meno; era più allegro e disponibile verso Marco e gli altri addetti, nonostante lo fosse già abbastanza.
Il quinto giorno dall’inizio della cura si svegliò con le spalle doloranti. Sceso dal letto sentì dolore anche alle ginocchia, che erano leggermente arrossate; davanti allo specchio capì, incredulo, che in lui c’era qualcosa di diverso.
Era più alto? Si! Di poco, forse di due o tre centimetri, ma era PIU’ALTO!
Guardò la scatola scarlatta con l’arcobaleno: “Miraclex”; lesse il nome più volte, a voce alta.
Non potè misurarsi: non aveva il metro, ma era sicuro; lo capiva dalla prospettiva leggermente diversa con cui osservava il suo piccolo appartamento.
Bevve con entusiasmo il flaconcino, poi salì in bici, sentendosi appena più distante dall’asfalto: ciò lo fece pedalare con energia fra il buio e la nebbia spettrale. Non disse nulla quando raggiunse la pompa: ne avrebbe parlato il pomeriggio col dottore.
Alle due era in ambulatorio, raggiante: le due anziane pazienti piene di acciacchi lo guardarono sospettose mentre entrava.
“Dottore, mi guardi: non mi trova cambiato?”
“Sì, Norman.. mi sembri in ottima forma; la cura sta funzionando: i dolori allo stomaco stanno passando?”
“Dottore, mi guardi: è possibile che stia crescendo? Mi sento più alto, guardi bene.”
Il dottore assunse un’aria soddisfatta; rimuginò i suoi pensieri per qualche istante, poi disse:
“Caro Norman, non farti prendere dall’entusiamo; sai che certi miracoli non accadono spesso. Certo, sei tornato in ottima forma, anche per merito tuo, e ti sei forse un po’ suggestionato; vieni, facciamo l’iniezione e poi ne riparliamo domani.”
Usci dallo studio col solito buco rosso nell’avambraccio e con una certa delusione nel-
l’animo. Forse si era sbagliato; si sentiva uno sciocco. Eppure...
Terminò il turno alla pompa, particolarmente laborioso; in vicinanza del fine settimana in tanti si spostavano da Sdrò entrando in autostrada.
La serà non andò al bar: si prese le misure appoggiandosi al muro di cucina e tracciando un segno con il carboncino sopra la testa; così non avrebbe preso altri abbagli.
Masticò un Maalox. Fece una lunga doccia. Poi si accomodò sul divano tenendo la scatola del Miraclex fra le piccole mani: era proprio bella, soprattutto la scritta in oro, che dava un tocco di classe sfarzosa sullo sfondo rosso.
La Tv a basso volume accompagnò la sua immersione nei sogni notturni. Sognò sua madre, giovane, e lui, bambino, che andavano dal dottore; nel sogno era consapevole dei suoi problemi di crescita, ma il dottore rassicurò entrambi su una pronta ripresa. Sua madre gli sorrideva. Sentiva di avere i suoi problemi sotto controllo, sentiva che avrebbe avuto uno sviluppo normale. Il dottore gli metteva degli aghi nelle spalle e nei fianchi, facendogli provare un certo dolore, ma era contento; e poi aveva accanto sua madre, che sorrideva a lui, al suo Norman.
“L’uomo non si misura in centimetri; soltanto sarti e becchini misurano l’uomo in centimetri, ricordalo, Norman. Ricordalo sempre.”
La sveglia coprì le parole di sua madre.

(Continua...)

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