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Le prodezze dello zio Enrico

di Chiara Bodrato - Parte prima

Le prodezze dello zio Enrico

- È un signore alto, magro, amante della compagnia. Frequenta tutti i bar del Canaletto e di Migliarina e gioca volentieri a carte con i suoi amici. Penso che passi in casa sua giusto il tempo per consumare i pasti. Questo quando non è al lavoro, naturalmente.
Sua moglie, la signora Leila, non sente molto la sua mancanza anzi non vede l’ora che passi la porta, lo trova mortalmente noioso.
Lei, a sua volta, se ne va di casa recandosi da sua madre che abita al Termo d’Arcola. Il suo matrimonio ha un solo vantaggio: il lato economico. Il signor Enrico, zio della mia studentessa Eulalia, è molto apprezzato nel suo lavoro presso una multinazionale di prodotti alimentari, va spesso in trasferta e guadagna un mucchio di soldi.
La fonte primaria delle notizie sullo zio Enrico è proprio sua nipote Eulalia che quando viene a studiare non mi parla altro che di lui.
“La settimana prossima mio zio Enrico andrà in Messico e vi si tratterrà due mesi” mi disse una volta Eulalia.
“Beato lui! Piacerebbe anche a me andare là e parlare lo spagnolo-americano sul posto! Scommetto che tuo zio parla spagnolo.”
“No, parla meglio il tedesco. Va spesso in Germania e mia zia non à affatto contenta che ci vada. Preferisce che vada in Messico.”
“Non piace la Germania a tua zia?”
“Non penso che sia la Germania che non le piace, è che mio zio Enrico quando si trova là invita tutti a casa sua in Italia ed è tanto convincente che questi accettano.”
“E così tua zia se li trova dalla porta senza preavviso?”
“Esattamente così!”
“Devo dedurre che tua zia sia tranquilla riguardo al Messico perché è troppo lontano dall’Italia quindi il rischio di avere ospiti inaspettati è alquanto ridotto.”
Eulalia ride divertita. “Le racconto cosa è successo il mese scorso.”
“Sono tutta orecchi, ma visto che mi racconti qualcosa, raccontamelo in inglese!”
“Dopo, prima in italiano. Una mattina, presto, suona il campanello di casa Veissini, mia zia va ad aprire e si trova davanti due giovani, senz’altro stranieri, con zaino e sacco a pelo.”
Li guarda con aria sbalordita e pensa che si siano sbagliati.
No, non si sono sbagliati, hanno un biglietto con scritto in modo corretto l’indirizzo: Famiglia Veissini Enrico, Corso Nazionale 342, La Spezia.
Il guaio è che non sanno una parola d’Italiano e lo zio Enrico non è in casa. La signora Leila chiama le sue figlie che, ancora assonnate, ascoltano quanto dicono i due nuovi arrivati.
“Mamma, dov’è andato papà?” chiede una di loro.
“Come faccio a saperlo? Quando se ne va non mi dice dove vada. Sarà al lavoro, entra molto presto.”
“Allora chiamalo, questi due li ha invitati lui a passare qualche giorno da noi!”
Con gesti la signora Leila fa capire ai due nuovi venuti, che nel frattempo sono stati invitati ad accomodarsi in salotto, che avrebbe telefonato a suo marito.
“Ma certo che li ho invitati io! Non sono padrone di invitare chi voglio in casa mia?” aveva risposto seccato lo zio Enrico. “Ora non posso venire, offri loro la colazione, io vengo all’ora di pranzo e non mi stare a chiamare più. Hai capito?”
La signora Leila aveva capito benissimo ed aveva abbassato il ricevitore prima che suo marito dicesse l’ultima sillaba.
“Le mie cugine” proseguì Eulalia “cominciarono ad interessarsi ai due ragazzi prova ne sia che una corse in cucina a preparare il caffè e l’altra scese a comprare le brioches fresche
al forno poco distante. Fatta colazione decisero di accompagnare i due a vedere la città e lasciarono a casa la zia che, con un diavolo per capello, decise di non preparare niente
per il pranzo e se lo zio avesse fatto una sfuriata, bene, lei si sarebbe difesa.”
“Mi immagino la lite che ne venne fuori, sotto gli occhi degli ospiti!”
“No, no. Lo zio Enrico è imprevedibile! Venne a casa proprio due minuti dopo che le figlie e i ragazzi erano tornati e disse che li avrebbe portati a mangiare al ristorante. Saputo che le figlie volevano andare anche loro disse che dovevano stare a casa punto e basta. Borbottando qualcosa come schinken e kaninchen se ne andò via allegramente con loro.”
“Suppongo che avrà fatto la stessa cosa per dormire, li avrà fatti andare in albergo!”
“Neanche per idea! Dormirono nel loro sacco a pelo nel corridoio di casa di mio zio e questo per dieci giorni! Mia zia era furente ma le dispiaceva mostrare la sua rabbia a quei due
ragazzi, quindi riservava di adirarsi con suo marito una volta che gli ospiti se ne fossero andati.”
“Quando se ne andarono, passato il furore della signora Leila, tornò certamente il sereno in casa Veissini.”
“Ci volle molto più di quanto pensassimo tutti.”
“E perché?”
“Perché, siccome i ragazzi volevano andare a Roma a vedere den Papst, lo zio Enrico decise di accompagnarli e volle partecipare all’udienza anche lui...”
“Successe qualcosa di strano?”
“Sì, se non si conosce lo zio si può dire strano quello che è successo, se si conosce, beh, da lui c’è da aspettarsi di tutto!”
“Si può sapere cosa successe?”
“Comincia anche lei ad interessarsi allo zio Enrico, non è vero?”
Dovetti ammettere che mi incuriosiva il comportamento di quell’uomo, non avrei mai pensato che quello che sua nipote mi stava raccontando fosse opera di un uomo quasi cinquantenne e padre di due figlie, lasciamo stare la moglie, molte volte essendo adulta può insegnare qualcosa lei al marito ma nel suo caso, tutto era vano o così pareva.
“Successe che riuscì ad avere i biglietti per l’udienza e giunto ai posti assegnati disse ai due ragazzi che non gli piacevano perché erano troppo indietro, li lasciò lì e andò a sedersi
in una delle poltrone delle autorità, in prima fila. Fu tanto orgoglioso della sua bravata che la raccontava a tutti vantandosene a tutto spiano. Lui, come al solito, ci sapeva fare!”
“E ora è in partenza per il Messico!”
“Sì, partirà da solo con un volo della Lufthansa da Francoforte a New York e poi dovrà cambiare aereo.”
Eulalia bene o male preparò il suo esame e partì per Pisa, città dove studiava lingue e letterature straniere. Mi telefonò per dirmi che l’esame non era andato come voleva lei e
che aveva rinunciato al voto, troppo basso, tanto ci sarebbe stato un altro appello molto presto.
Ritornò a studiare con me. Usai tutta la mia forza di persuasione perché parlasse solo inglese, ci riuscii ma l’argomento della conversazione fu sempre lo zio Enrico che conoscendo l’inglese meno di lei si era trovato nei guai negli Stati Uniti.
“Mi deve ascoltare attentamente, senta cosa è successo a mio zio Enrico al suo arrivo a New York.” Disse Eulalia in un inglese esistante.
“Ebbene?”
“Si è addormentato.”
“Può succedere. Ci si addormenta spesso in viaggio.”
“Anche prima di scendere dall’aereo?”
“Ma non lo ha visto nessuno del personale di bordo?”
“Sì, certo che lo hanno visto, ma hanno pensato che continuasse il viaggio e poi erano tutti nuovi quelli del personale, avevano dato il cambio ai loro colleghi. Avevano infatti
dato l’avviso che l’aereo, dopo il rifornimento di carburante, sarebbe ripartito e quindi hanno pensato che fosse un passeggero per la nuova destinazione.”
“Dove?”
“Anchorage, Alaska.”
Mi meravigliai molto ed Eulalia continuò a raccontarmi.
“Durante il viaggio lo zio Enrico si stupì che ci volesse così tanto tempo ad arrivare a Città del Messico e che fosse così buio... quando l’aereo arrivò ad Anchorage era buio pesto. Lo zio Enrico chiese che ora fosse. Una hostess gli disse che erano le tre del pomeriggio. – Impossibile – le rispose lui – è notte! – ci volle un po’ di tempo per convincerlo che era in Alaska e non in Messico e più ancora ci volle a farlo scendere perché l’aereo non sarebbe partito se non dopo tre giorni e con destinazione Francoforte.”
“Quindi dovette restare ad Anchorage!”
“Sì e per tre giorni. Era furioso con tutto e con tutti. Non gli piaceva il cibo e quei tre giorni furono un vero inferno.”
In qualche modo poi raggiunse il Messico e quando rientrò in Italia ebbe un’ennesima discussione con sua moglie rimproverandola perché era stata in pensiero, lui, le aveva detto, era un uomo che sapeva badare a se stesso e non c’era bisogno che qualcuno si preoccupasse per lui...

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