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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Dicembre - ore 23.19

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Le lamette del Cardinale

di Marcello Albani

Le lamette del Cardinale

- La corazzata, nel quaranta, era scampata all’affondamento della flotta nella rada di Orano, poi giganteggiò nella battaglia di Dakar, si ridusse in Indocina ed ora, quasi trent’anni dopo, se ne veniva a morire da noi, senza onori e senza gloria, nel triste cantiere di demolizioni di un mare straniero.
Un popolo giovane, allora, delle sue straziate navi da battaglia ne fece dei Sacrari, oggi ne fa dell’altro.
I giornali avevano battuto la grancassa nella cronaca locale, e l’attesa era viva.
Si presentò alla diga in una mattina da porto delle nebbie, trainata da quattro rimorchiatori d’alto mare, mostruosa nella sua lunghezza e turrita di cannoni all’inverosimile, come dettava la scuola navale francese dei tempi.
Tuttavia, avvicinandosi, sulla prima sensazione di possanza vinceva l’aria di morte che aleggiava dallo scafo... dalla pittura grigia scolorita, sfogliata e macchiata di ruggine... dalle lacerazioni che si intravedevano sulle strutture... dalle batterie di fuoco che, dimesse, guardavano in basso.
Quel rudere di storia parve un gigantesco boa che, abbattuto, più che timore destava curiosità un poco morbosa.
Tribolarono a lungo per sistemarla in cantiere, gli spazi tra i vivai dei muscoli che lo circondavano erano stretti, il bestione non finiva mai ed il grecale lo intraversava verso monte.
Finalmente la prora fu a riva, a portata del pontone che l’ormeggiò ai cavi dei corpi morti.
Le finestre dei laboratori della Marina, prospicienti il cantiere, brulicavano dei colleghi degli arsenalotti che, quel giorno, fecero un po’ meno del pochino di sempre.
Quindi, nella mattinata ormai avanzata, allontanatisi i rimorchiatori e le barche del pilota e degli ormeggiatori, potemmo osservarla meglio.
La prua, da sola, era più lunga delle due carrette, già mezzo sbocconcellate dalla fiamma ossidrica, che le erano affianco.
Emergeva, vuota com’era dei liquidi e proiettili, una fascia di carena sporca di ruggine e di vescia contrastante, nella sua corsa orizzontale, con lo svettare delle strutture sopra il ponte di coperta che, per il gioco prospettico, apparivano più alte delle colline intorno.
La prua corsara s’innalzava sino ad un gran giardinetto rotondo, sulle cui murate si aprivano tre occhi di cubia, con ancora appennellate le marre nere di due gigantesche ancore Hall.
La cubia centrale, prominente sul fendente della ruota, vuota ed anch’essa nera, aveva un che di sesso animalesco.
Le due torri di prora, immani sul mare, mostravano gli otto cannoni piazzati su un mesto alzo zero, ancora intatti i soffietti di tela scura che proteggevano il meccanismo di brandeggio.
La prima canna di destra aveva la bocca squarciata da un lungo taglio annerito.
Costeggiammo lo scafo e la doppia fila di piccoli oblò che lo cingeva, e ci sovrastarono il torrione di comando, con la sua decina di sale nautiche e plance; e l’unico fumaiolo a poppavia – monolite tagliato a vu per gli scarichi delle caldaie alimentanti le turbine che la spinsero ad oltre trenta nodi. – Apparvero, quindi, le catapulte degli idrovolanti da ricognizione, i tralicci e gli amantigli per il loro recupero, la selva di torrette delle artiglierie minori e della contraerea... sino alla poppa rotonda con l’unica cubia dell’ancora, vuota come quella sulla prora.
Sui due fianchi dello specchio, in lettere di bronzo dall’appannato splendore, troneggiava il nome del Grande di Francia... RICHELIEU.
Ci allontanammo, quindi, per osservarla da lontano, in tutta la sua inquietante dimensione.
Tempo dopo decidemmo, seppur con una vaga riluttanza, di farci un giro sotto, con gli apparecchi ad aria.
Non attendemmo l’ultimo quarto di luna come gli Assaltatori ma, più prosaicamente, una domenica mattina quando in cantiere il lavoro non ferveva.
Legammo la barca alla crocetta del vivaio più vicino e ci avvicinammo; nuotando sul dorso per non consumare l’aria dei minuscoli bibombola.
Ci immergemmo ai tre quarti dello scafo, senza sagole o palloni per non impigliarci, e scendemmo la fiancata un po’ di traverso.
A sette, otto metri la carena cominciò a curvarsi sino ad incontrare le due alette di rollio, le superammo e si parò davanti un’enorme apertura protetta da una griglia che s’intubava, obliqua, verso l’interno dello scafo; forse il condotto dell’acqua per condensare il vapore delle turbine.
Superammo anch’essa e puntammo al centro della nave percorrendo il fondo, ormai quasi piatto e orizzontale.
Le lamiere erano colme di grappoli di muscoli del ferro ove, non trovando altro sfogo, si incuneavano le bolle d’aria dei respiratori.
Inoltrandoci, la luce diminuiva, come diminuiva anche l’altezza dal fondale.
Nuotammo lentamente, orizzontali e con la schiena a quello schifo d’escrescenze, il più alto possibile per non sollevare il fango con le pinne.
Interrompemmo, ben presto, quell’orrido valzer e girammo a destra, verso la poppa.
La luce parve un poco aumentare e, quasi subito, la carena piegò verso l’alto ove iniziarono a mostrarsi i recessi delle eliche.
Da un astuccio uscì un albero, grosso come un tronco di quercia ed altrettanto lungo, che correva parallelo allo scafo sino ad un braccio a vu, che ne delimitava la fine.
Dietro al traliccio, nell’acqua torbida, s’intravedeva l’elica montata sopra, con i chiaroscuri dei lembi delle pale.
Subito apparve l’altro asse ed il trave della chiglia che faceva da barriera all’altra metà dello scafo.
Li percorremmo entrambi pinneggiando lentamente, a ritroso, per cogliere l’effetto di veder svanire nella bruma quei giganteschi quadrifogli.
Quasi sbattemmo la schiena contro il timone, grosso come il telo di un cinemascope, con l’asse che usciva dal cielo dello scafo e lo attraversava nel suo centro.
I denti di cane lo avevano invaso con i loro taglienti crateri; con lo stiletto ne graffiai un angolo e lo percossi con la borchia del coltello, e la gigantesca nacchera vibrò sordamente, come per un’ultima accostata.
Ormai la luce ci riavvolgeva come alla fine di un film, e mi penetrò le orecchie il fischio della riserva dell’aria attivata dal mio compagno e saggia guida.
Anche il mio erogatore s’era fatto un po’ duro, ed anch’io tirai l’asticella.
Ci guardammo intorno quasi spiaciuti di dover andare, poi lui mi fece cenno con il pollice puntato a lato... ci portammo fuori dalla sagoma della nave e, pian piano, emergemmo.
L’assetto era leggero e nuotammo tranquillamente sino alla barca, immersi a filo d’acqua, respirando quel poco che restava nelle bombole.
Il cantiere, a detta degli esperti, ricavò un’enormità di pregiato acciaio speciale.
Migliaia di tonnellate che si trasformarono in montagne di scatolette e milioni di lamette – ottime lamette – che tagliavano anche due, tre barbe... lamette del Cardinale.

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