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La tana dei filobus

di Roberto Baldelli

La tana dei filobus

- Sulla facciata del palazzo, a qualche metro da terra, era conficcato un vecchio gancio ad anello, ormai inutile ed arrugginito...
I passanti si chiedevano che cosa attirasse l’attenzione di quell’uomo con la testa leggermente inclinata verso l’alto, che pareva fissare un punto indefinito del muro. Quell’uomo aveva poco più di quarant’anni, si chiamava Carlo, e stava ricordando la faccia un po’ stupita della maestra quando lui, in prima elementare, le aveva mostrato l’opera con cui aveva inaugurato l’album da disegno: un filobus. Un filobus verde, colorato in quel modo un po’ approssimativo, ma deciso,
tipico dei bambini. Anzi, si era perfino premurato di riprodurre, sul muso, il tipico baffo verde chiaro, a forma di “V”, che ornava alcuni mezzi, quelli meno utilizzati, quelli che servivano da rinforzo sulle linee barrate. Perché le linee barrate lo affascinavano proprio: erano rare, avevano quell’insolita stanga rossa sulla tabella, partivano per destinazioni inusuali... Le ricordava ancora: Pagliari, Marola, Piazza Brin... Si era anche fatto portare dal nonno a vedere dove si trovassero quei capilinea, dove fosse lo scambio che consentiva al filobus di invertire la marcia e riprendere il bifilare di ritorno. In verità, il nonno lo aveva accompagnato su tutte le linee gestite dalla Fitram, perché a Carlo non bastava sapere a memoria il percorso, doveva anche provarlo...
“Nonno, dov’è Campiglia? Prendiamo il 20, andiamo a vedere!”; “E il Vignale?”, e via sul 15! E così, con l’amore per gli autobuse per i filobus, cresceva anche l’amore per la città, per i quartieri periferici, per i piccoli paesi, per i capilinea deserti e sterrati come quello del 17, a Montalbano.
Per le scalinate storiche, come quella dal Muggiano a Pitelli, ottima occasione per provare in un sol colpo la linea 2 e la 22 (e per togliere qualche chilo alla pancia del nonno!).
E, sempre il nonno, era la vittima delle domande sui grandi misteri della Fitram: perché i numeri da 5 a 10 non sono assegnati a nessuna linea? Come fa l’autista del filobus a infilare la direzione giusta ad uno scambio? Perché via Persio è così importante? Già, perché via Persio era piena di suggestioni: ci stavano parcheggiati i filobus, in attesa di prendere servizio: si potevano vedere tutti insieme, confrontarli, toccarli. Poi, via Persio era il capolinea di diverse linee; e ancora, all’incrocio con via Chiodo, affiorava dall’asfalto un pezzo di vecchia rotaia del tram, e su quell’argomento il nonno era veramente ben preparato e felice di raccontare!
Certo, sarebbe stato molto più bello poter entrare nel mitico deposito del Canaletto, che si trovava proprio nel cuore del quartiere, vicino a casa sua. Era anche per questa sorta di convivenza che si era innamorato dei filobus: quante volte era rimasto a guardare, affascinato, il loro rientro dopo il servizio! Imboccavano via Bosco dopo aver battuto lo scambio di via Giulio della Torre e lentamente, stanchi di una giornata di lavoro, si ritiravano nella loro tana a riposare,
come docili bestioni. A Carlo, che li spiava dal cancello di via del Canaletto, dal marciapiede di via Carducci o mentre giocava a pallone all’oratorio salesiano, pareva che dormissero, nella penombra del capannone, con le aste abbassate, pronti a svegliarsi la mattina dopo per raccogliere le persone che, infreddolite alle fermate, accoglievano con un intimo moto di gioia l’apparire in lontananza di quelmuso amico.
Quanti ricordi legati al filobus! Il filobus lascia una traccia indelebile, un segno dentro di noi e sulla pelle della città: la vettura vive per decenni sulle strade, la sua longevità fa sì che l’estraneità della carrozzeria e degli arredi alle mode dei tempi risulti grottesca agli occhi di alcuni, affascinante a quelli di altri. Poi, resta il bifilare, che può rimanere ad ornare il cielo anche dopo la soppressione del servizio; rimosso il bifilare, restano i pali di sostegno; rimossi anche quelli, a ben
guardare, scorgi infissi nei muri dei palazzi i robusti ganci ad anello che sostenevano i cavi, ultimo segno di un glorioso passato, primo impulso di un ricordo che ritorna e che ne richiama altri. E anche un vecchio gancio arrugginito ti può indurre a raccontare, ad immaginare, può riuscire ad
emozionarti.
In fondo, era per merito del filobus se aveva scoperto che, a pochi passi da lui, abitava la ragazza più deliziosa che avesse mai incontrato. In quella piovosa mattina stava rimpiangendo di aver rifiutato ancora una volta il passaggio in auto che la mamma gli offriva verso la scuola. Era ancora buio, faceva freddo, e poi, forse, la profe di latino lo avrebbe anche interrogato. Fissava il bifilare, cercando una piccola oscillazione che avrebbe rivelato l’imminente arrivo del filobus.
Poi, si voltò, e incrociò quello sguardo. Lei stava attaccata al muro, a qualche metro da lui. Gli occhi erano l’unica cosa che non fosse coperta, ma tanto gli bastò. Si chiamava Maria, ci mise più di dieci giorni a saperlo; seppe anche che tra lui e lei c’erano sempre stati non più di una decina di muri, visto che abitava nell’isolato accanto al suo. Il filobus della linea 1 offrì loro l’occasione di sedere vicini, di scambiarsi le prime confidenze. Poi, un brutto giorno, Maria non si presentò alla fermata, e da allora non ne seppe più nulla.
Tentò di cercarla, ma invano: in fondo, non conosceva nemmeno il suo cognome. Ripensò a lei ogni mattina, per tutti gli anni del liceo, mentre aspettava che il muso del filobus spuntasse dalla curva.
Ora, dopo tanti anni, Carlo prendeva ancora il filobus a quella fermata, anche se il cambio di percorso delle linee gli avrebbe reso più comodo servirsi di un’altra, e sorrideva sorprendendosi
a guardare verso quell’angolo dove aveva incontrato per la prima volta gli occhi di Maria. Il filobus non era più lo stesso, era più moderno, più funzionale, riscaldato in inverno e refrigerato d’estate, ma Carlo avrebbe preferito che, a portarlo in centro, fosse ancora il vecchio mezzo, pur
essendo consapevole che quello spartano scatolone verde scuro non gli avrebbe comunque potuto restituire lo spirito dell’adolescenza, il suo entusiasmo, le paure, lo stupore, l’incoscienza, l’ansia di rincorrere il futuro. E nemmeno Maria.

***

Una fredda mattina d’autunno, mentre si avviava a quella fermata, un ragazzino lo salutò allegramente: “Buongiorno, profe! Oggi non m’interroghi, per favore, non sono riuscito a fare la versione!”, e corse verso un gruppetto di coetanei, unendosi a loro. Sorrise a quella schiettezza, a quella sorta di simpatica irriverenza della quale mai sarebbe stato capace quando era lui ad essere nei panni dell’allievo.
Giunto alla fermata, in attesa del filobus per il liceo, pensò ancora una volta a Maria e parve convincersi che, forse proprio quello stesso giorno, tanti anni prima, l’aveva vista per la prima volta. Tentò di calcolare quanti anni fossero trascorsi: forse ventisei, forse ventisette, forse... forse solamente un giorno, perché Maria era incredibilmente lì, accanto al muro, che gli sorrideva. Certo, un po’ cambiata, ma nemmeno tanto. Appena si riebbe dallo sbalordimento, la sua bocca pronunciò qualcosa che non sarebbe più stato in grado di ricordare, poi le si avvicinò ed incominciarono a parlare, come riprendendo un discorso interrotto poco prima.
Sul momento, non si sorpresero nemmeno, quando dalla curva spuntò il muso verde del vecchio filobus. Per un attimo, forse, provarono anche l’antico brivido da paura di saggio di matematica; poi si accorsero di essere nel 2006, davanti ad un filobus del Museo dei Trasporti che celebrava il
centenario della filovia scorrazzando ringiovanito per le vie della città. E si sedettero ai loro posti preferiti, felici come due bambini sulla giostra.

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