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Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Dicembre - ore 22.18

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La sardina

di Marcello Albani

La sardina

- La richiesta di muscoli era tanta, l’acqua sapeva di mare ed i vivai buttavano bene.
Troppo, però, era il tempo sprecato per navigare a remi sino a quei vivai sempre più lontani dai pontili, e troppa la fatica per spingere quelle barche, stracariche di reste, così basse sul mare.
Allora Carletto, per primo, osò pensare ad una barca a motore per trainare la sua piccola flotta.
La ordinò ad un cantierino di Sestri Levante o lì vicino, un paio di viaggi per controllare che l’allestimento procedesse a regola d’arte e poi, finalmente, venne il giorno della consegna.
La mattina presto, con Frànce, prese il treno dei pendolari dei cantieri di Riva; per tornar via mare... con calma, senza patemi, consentendo al motore il suo rodaggio.
Quel pomeriggio, sul pontile, l’atmosfera vibrava come a un matrimonio. Due vèci che innestavano la sementa sulle corde di paglia – distrattamente, la mente altrove – non ne potettero più.
Si guardarono: uno crollò il pugno e dispose, basso: “Àndemoghe encòntro.”
Armarono in un attimo la barca in testa al ponte, vuota e fresca di carena, con i soli due remi lunghi, da caminàe, una sassola e la cima da traino.
Diedi un urlo al mio amico che pescava sull’altro ponte... una bottiglia d’acqua e ci accoccolammo sulla sana vuota. La remata era rapida, senza le pause di quando il carico troncava la schiena, e la prora frullava come spinta da un fuoribordo.
Scorgemmo il convoglio davanti al Pezzino, in testa la motobarca nuova che trainava un vespaio di barche raccattate dai vivai della diga.
Ci fermammo ad attenderli, ed essa ci filò sul bordo di dritta.
Filò per modo di dire poiché – con quella mandria attaccata e quell’Arona dai sette, otto cavalli – faceva si e no quattro nodi.
Pavoneggiò, come un cigno, i sei metri di sagoma lunga, la cabina con le portine a persiana ed il minuscolo fumaiolo nero che sparava i colpi lenti del diesel, il nome “Sardina” scritto in rosso con gli stampini di latta, il colore grigio perla, proprio da sarda, che poi il mare provvide a fare calare di tono.
La bandiera gialla della borgata, issata a poppa su un foèrcio, impavesava il suo andare. I bòcia sbraitavano, ebbri di non dover remare e, da una barca all’altra, si scambiavano secchiate d’acqua.
Soltanto sull’ammiraglia regnavano il tono e la compostezza che l’evento imponeva.
Frànce governava la lunga barra del timone – lo sguardo avanti – dimentico dei calli sulle mani, nocchiero da sempre.
L’ammiraglio mio zio, in piedi sul ponte di prora, teneva le braccia conserte sul petto. Mi sembrò Colombo, del quale a màistra ci aveva parlato pochi giorni prima di congedarci per l’estate.
Sollevammo i remi, le pale in alto a rendere omaggio, ed io mi passai gli indici ledi sugli occhi.
Dalla barca di coda volò una cima, ed anche noi ci affrancammo dalla voga.
Il convoglio deviò un poco a sinistra, per costeggiare a ponente e fàe encàsae i Cadàmoti; passammo l’immane relitto della portaerei e poi a casa, a berci l’ultima emozione.
I pontili, nel rosso della sera, bruneggiavano delle teste della gente, e su tutti svettava la grande bandiera, madre di tutte le bandiere canarine.
Le barche al traino si sfilarono ad una ad una. Ogni vogatore, remando a scia – voga sul castelletto di prua, andò a cercarsi il gavitello o il corpo morto in testa al ponte.
La Sardina, di nuovo libera, compì le ultime disinvolte evoluzioni tra le barche ormeggiate e, novello Bounty, giunse infine alla sua Tahiti.
E noi... chiesto ed ottenuto il permesso di salire a bordo... giungemmo con essa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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